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n. 10 OTTOBRE 2006

Sommario

EDITORIALE
Rispettare i bisogni dei bambini
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Rimanere genitori per sempre
GIANCARLO TAMANZA

apep00010.gif (1261 byte) Aiutare i bambini a capire
SILVIA VEGETTI FINZI

apep00010.gif (1261 byte) L'affidamento condiviso
MARINO MAGLIETTA

apep00010.gif (1261 byte) Per non dividere in due il proprio figlio
LAURA FORMENTI

apep00010.gif (1261 byte) Uno sguardo nelle tasche dei separati
MAURIZIO QUILICI

DOSSIER
La mediazione familiare
DANIELA GALLI E CHIARA KLUZER

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
I due mondi separati di Agnese
BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Come la società ama vedersi
SARA LATTUADA

Dal più piccolo dei grandi festival
CHIARA MACCONI

Un'autobiografia di sadismo e violenza
ORSOLA VETRI (a cura di)

MATERIALI & APPUNTI
Il compimento di noi stessi
CINZIA BOSCHIERO

CONSULENZA GENITORIALE
Agire con comprensione
ARISTIDE TRONCONI

POLITICHE FAMILIARI
Una possibilità per il "dopo di noi"
VITO MARIANI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Adozione: accelerare le procedure
STEFANO STIMAMIGLIO E ORSOLA VETRI

NOTIZIE DAL CISF
Un progetto per prevenire il disagio

LIBRI & RIVISTE

 

EDUCARE ALLA TRANSIZIONE

Per non dividere in due il proprio figlio

di Laura Formenti
(docente di Psicopedagogia della famiglia presso l’Università di Milano-Bicocca)

Re Salomone mise alla prova due donne per capire chi fosse realmente la madre del bambino conteso. Oggi un giudice saggio direbbe di tenerlo un po’ per una, di decidere insieme che cosa fare della sua vita, come nutrirlo, come educarlo. Darsi tempo perché le soluzioni emergano da sé o possano essere negoziate.
  

Quanti padri e madri sono realmente capaci di un amore così grande da rinunciare alle prerogative della genitorialità? Lasciar andare non sempre è abbandonare. Rinunciare richiede, a volte, più coraggio che pretendere.
   

Presa la parola, il re disse: «Date alla prima il bambino vivo; non uccidetelo. Quella è sua madre» (1 Re 3, 27). I figli contesi mi fanno ripensare alla storia biblica, letta per la prima volta da bambina. Il re mi sembrò allora crudele e astuto più che giusto: tagliare in due un neonato per dimostrare chi dice la verità, chi è la Vera Madre! E tutto sopra la testa del piccolo, incolpevole e inerme davanti alla giustizia degli uomini. Capivo che la proposta era strategica, a fin di bene, ma non per questo mi appariva meno crudele. Forse anche per il potere che ha, di tirare fuori il peggio dall’una delle due donne: fa inorridire l’apparente facilità con cui questa accetta la proposta infanticida: se non può essere mio, allora che non sia di nessuno!

«Signor M., lo sa che se andate avanti così, lei e la sua ex, il giudice finirà per togliervi la bambina e metterla in una casa-famiglia?». «Sì, ho valutato la situazione con il mio legale, e mi dispiacerà se dovremo arrivare a questo punto, ma io la mia battaglia la porterò avanti fino alla fine».

Il copione spinge i contendenti a estremizzare il desiderio di possesso, grande quanto la mancanza d’amore e l’incapacità di identificarsi con quel bambino, di soffrire con lui, di anticiparne il destino. Una mancanza di empatia che è di tanti adulti, analfabeti affettivi di fronte a un bambino. Tanto lui «non sa», «non sente», «non ha capito».

Da bambina fantasticavo: e se fosse proprio quella la madre naturale? Se il giudizio del re fosse sbagliato? E che cosa succede dopo, nella vita di queste persone? In ogni caso la prima donna, con la sua capacità di rinunciare al figlio pur di salvarlo, con il sacrificio estremo dell’ego, aveva conquistato un diritto. Quanti genitori sono capaci di un amore così grande da rinunciare alle prerogative della genitorialità? Sono sempre molto colpita e commossa dalle scelte d’amore difficili, quelle di madri o padri in difficoltà che decidono di lasciar andare, di consegnare il figlio ad altri, consapevoli infine di non riuscire a dargli quello di cui ha bisogno. Lasciar andare non sempre è abbandonare. Rinunciare richiede a volte più coraggio che pretendere.

La storia biblica è lineare, semplice: racconta un mondo adulto che applica leggi e strategie, giudica, impone soluzioni secondo criteri che al bambino sono inaccessibili e probabilmente estranei. Il giudizio di Salomone è diventato nei secoli emblema di saggezza, intesa come capacità di porsi super partes.

Ma oggi abbiamo bisogno di forme di saggezza più implicate e implicanti, più complesse. Sappiamo che le decisioni nette e inoppugnabili rischiano, nelle cose umane, di innescare processi antiecologici. Sappiamo che il rischio di errore e di manipolazione è alto, che le informazioni su una situazione familiare sono sempre parziali, di parte. Sappiamo anche che tutte le situazioni umane e familiari sono per definizione evolutive: quello che va bene oggi, potrebbe non andare più domani.

Oggi forse un giudice saggio direbbe di tenerlo un po’ per una, di decidere insieme che cosa fare della sua vita, come nutrirlo, come educarlo. Darsi tempo perché le soluzioni emergano da sé o possano essere negoziate. Chiederebbe di monitorare la situazione, osservare come si comportano, come comunicano, come risolvono i piccoli e grandi problemi della vita. Certo, può sembrare un modo solo più civile e meno cruento di tagliare in due il bambino comunque. Ma è anche un modo per non distruggere del tutto le relazioni tra gli adulti e del bambino con entrambi.

La legge, oggi, cerca di rimettere il potere di decidere, di negoziare, nelle mani di chi ce l’ha, i genitori. La domanda è: siamo maturi per questo tipo di saggezza? Siamo pronti? Esistono le condizioni per dialogare, per osservare, per scegliere? Queste domande evocano scenari educativi nuovi, nuovi bisogni di formazione, per i genitori, per la famiglia, per gli operatori, per la società tutta. Una cosa è certa: la gestione congiunta, se non scontenta nessuno, non sfida nessuno a una prova così radicale, a mettere sul banco del giudizio la qualità del proprio amore.

Una genitorialità triangolare

La storia biblica mi aiuta, come ogni narrazione, a pensare complesso: la genitorialità non è una proprietà del genitore, che ne gode per diritto o come dato di fatto, ma un legame che si costruisce in un contesto. Ha poco a che vedere con il sangue, con la discendenza, ma nasce da prese di posizione, da errori e riparazioni, dalla capacità di mettersi in relazione e di comunicare con i figli e con il partner. Un legame che "emerge" come qualità sistemica in un arco di tempo, e non può essere fondato per legge o per decreto. Un legame sempre transitorio, che continuamente si rinnova e si trasforma.

Non c’è un modo semplice e lineare per essere genitori. Ricordo le parole di un papà: «Dipende tutto da lei, è la mia ex che me lo mette contro. È lei che deve prendere quel benedetto telefono e dirgli "Adesso parli con tuo padre" – anche con le cattive, se è necessario, perché un bambino di quattro anni non può aver deciso da solo che lui non mi vuole parlare. È chiaro che è manipolato».

Quell’uomo aveva ragione e torto. Ragione perché l’apertura alla relazione, la disponibilità sincera del genitore affidatario a sostenere la relazione tra i due è un fattore chiave nella dinamica a tre. Torto, perché quel papà aveva mostrato, nei fatti, grandi difficoltà a stare bene con il figlio. Non aveva idea di come fare, di quali gesti e parole usare, di come consolare o giocare insieme. Involontariamente metteva paura al piccolo, mostrando ansia e tensione ogni volta che questi gli apriva uno spiraglio. Non riusciva a mettersi in sintonia. Non era mai riuscito a essere un padre. Non per colpa.

La sua impotenza aveva radici lontane. Si può educare o rieducare un genitore a essere tale? Sì, almeno in parte, ma è un’impresa difficile, ad alto rischio di fallimento, soprattutto quando il genitore non riconosce la sua inettitudine, e colpevolizza il figlio o il partner per le proprie difficoltà, cosa molto comune nei contesti familiari conflittuali.

La genitorialità è agita in un contesto a tre (Fivaz-Depeursinge, Corboz-Warnery, 2000): se nella coppia c’è intesa, c’è un accordo di base circa il desiderio di "giocare lo stesso gioco", il genitore che si trova temporaneamente in difficoltà rispetto al figlio viene aiutato e sostenuto dal partner e dal figlio stesso. A sua volta, potrà aiutare e sostenere in altri momenti di interazione.

Questo alternarsi, che può prendere forme di consonanza oppure di complementarietà tra polarità opposte, è prezioso, è formativo per i figli e per tutti, è un contesto nel quale le persone sperimentano comprensione e contenimento, legame e libertà, accoglienza e separatezza. Un’interazione così simile a una danza può avvenire anche in situazioni di coppie separate, ma il desiderio di stare insieme è nel migliore dei casi attenuato, e spesso invece c’è conflitto. Il conflitto usa un pensiero lineare, fatto di colpe, di cause, di ripicche.

L’applicazione della legge

Si discute molto dell’applicazione della nuova legge; chi si occupa professionalmente di famiglie conflittuali (quelle per cui ha senso ricorrere al tribunale) scuote il capo. Degli aspetti critici non voglio occuparmi in questa sede, anche perché esulano dalle mie competenze. Mi preme invece interrogare la sfida educativa che ci viene offerta, nella confusione e nel rimescolamento che hanno disinnescato, seppur maldestramente, il dispositivo ormai noto delle perizie e dei ricorsi, delle battaglie senza esclusione di colpi per ottenere l’esercizio spesso unilaterale della genitorialità.

Una procedura, quella legale, che evita il pensiero complesso e prende in considerazione sempre e solo relazioni lineari, diadiche: la madre e il (suo) bambino, il padre e il (suo) bambino, la madre e il padre. Le "parti". Il sistema viene spezzettato in tante componenti, senza preoccuparsi di come avverrà (comunque, inevitabilmente) una ricomposizione a qualche livello.

Una procedura che diventa una macchina tritatutto quando le coppie si dimostrano irriducibili (e i loro avvocati ancora di più), quando il "legame disperante" è così profondo che l’escalation e la distruttività finiscono per prevalere su ogni buon senso.

La nuova legge per ora sembra, paradossalmente, disincentivare il ricorso alla legge, a favore di una composizione delle parti. Se così fosse, si riporterebbe finalmente la genitorialità nell’alveo di quella dinamica triangolare che è la sua forma paradigmatica (Fruggeri, 2005). Una dinamica che coinvolge tutti i membri della famiglia in ogni momento della vita familiare, e che deve proprio per questo garantire l’ascolto di tutte le voci del sistema, anche quelle dei più piccoli.

In effetti, la separazione non elimina la dinamica triangolare, semmai la complessifica. In questo senso, l’affido del figlio a uno solo dei genitori, soprattutto se viene usato per "cancellare la memoria" di una parte del sistema (e sappiamo quanto frequentemente ciò accada) è solo illusoriamente una soluzione. Gli adulti continuano a sottovalutare la sofferenza prodotta dall’assenza, dal silenzio, dai segreti, dalle bugie, dal mancato riconoscimento di una parte essenziale del sistema. Ben venga allora l’occasione per ripensare ai modi di gestire e affrontare questa transizione.

Da anni le riflessioni e le ricerche sistemiche sugli intrecci e sui legami nella famiglia che si separa (Cigoli, Galimberti, Mombelli, 1988) e che si ricompone (Van Cutsem, 1999) sono dirette a mostrare come ogni famiglia, ogni rete relazionale, trovi soluzioni ed equilibri specifici per la propria situazione, in base alla propria storia, ai propri paradigmi e copioni familiari. La saggezza sistemica sta nella capacità di allearsi con tutti, con il bambino che vede messa a rischio la propria vita, la propria integrità (ancora "tagliato in due" nella maggior parte dei casi), con ciascuno dei genitori e con le famiglie d’origine, che giocano un ruolo delicato, a volte determinante, nel bene e nel male.

La riequilibrazione implica un certo grado di trasformazione e di stabilità, continuità e discontinuità, e coinvolge tutte le persone implicate. Educare ed educarsi alla transizione significa imparare a esercitare virtù come la pazienza, l’accoglienza, la lungimiranza, ma anche la leggerezza, lo humour, la capacità di mediare.

Per realizzare questa forma di saggezza dobbiamo, anche noi operatori e studiosi della famiglia, liberarci di molti luoghi comuni, ad esempio circa «quello di cui ha bisogno un bambino». Viviamo immersi in questi luoghi comuni, tanto che fatichiamo a pensare e a vedere. Dobbiamo convincerci che il modello ideale della famiglia separata, un modello razionale nel quale le persone si mettono d’accordo a tavolino e rispettano le decisioni prese, non esiste nella realtà. Se si interrogano le situazioni, le storie concrete, con i loro lati di luce e d’ombra, emergono le contraddizioni, le complicazioni, ma anche le soluzioni creative, le risorse.

L’esame di realtà

Le storie concrete parlano di genitori e bambini in carne e ossa, che devono trovare soluzioni (e in genere le trovano). Bambini che mangiano tutti i giorni, si sporcano, si ammalano, avanzano richieste, vogliono vivere e fare esperienza. Esseri in crescita che necessitano attenzione, presenza, cura. Genitori in crisi di transizione, quindi meno affidabili, meno disponibili, più nervosi, innamorati o depressi, pieni di progetti o feriti, capaci di affrontare il dolore e il caos che ha invaso la loro vita, oppure bisognosi di cure, sostegno, complicità. Genitori adulti, almeno all’anagrafe, che devono continuamente prendere decisioni, e in tempo reale, perché la vita non si ferma.

Le storie delle famiglie separate mettono in luce che crescere un figlio, amarlo, educarlo è un lavoro ancora più complesso. Si possono trovare sostituti temporanei e parziali deleghe, ma sostanzialmente qualcuno lo deve portare avanti e assumersene la piena responsabilità. Perché – come per tutti i lavori – la presenza di troppe teste crea pasticci, svalorizza, deresponsabilizza.

A complicare il quadro, i genitori di oggi appaiono a volte "poco adulti", o ancora in ricerca della loro adultità (Iori, 2006). Paiono vivere in una dimensione di figli: si appoggiano molto alla famiglia d’origine, delegano le loro prerogative proprio quando sarebbe necessario arrogarsi tutta l’autonomia possibile. Alcuni sono o si dicono impreparati ad assumere responsabilità, vanno in ansia, si rivolgono agli esperti. Altri temono che chiedere aiuto metta a rischio la loro autorevolezza, la loro credibilità, e così rifiutano l’offerta della mediazione, le consulenze, affrontano i contesti peritali con un atteggiamento rivendicativo o difensivo.

C’è anche un dato generazionale interessante: i giovani adulti di oggi non vogliono rinunciare alla propria felicità, ai propri interessi, nemmeno temporaneamente; può essere usuale partire in vacanza senza il figlio, anche a poche settimane dalla separazione, affidandolo magari ai nonni.

Molti figli di separati hanno una rete di cure primarie decisamente allargata: tre, quattro, otto adulti che si prendono cura di loro in momenti diversi. Potrebbe essere l’inizio di un nuovo modo di fare famiglia, qualcuno lo saluta come un ritorno alla famiglia "tribale", dopo gli anni della famiglia nucleare ristretta. Ma c’è un dato inquietante: tanti, troppi bambini appaiono confusi, in crisi d’identità. Non hanno una base sicura. L’appartenenza a più sistemi relazionali è un fatto, ma per un bambino è importante poter distinguere tra le diverse appartenenze, poter rispondere alla domanda «Per chi esisto io?».

La co-parentalità, la gestione condivisa delle decisioni, così fermamente voluta dal legislatore, è possibile e forse auspicabile, ma in moltissime situazioni si rivela una sfida troppo alta. Una sfida persa in partenza da tante coppie, anche senza la separazione.

La realtà dei grandi numeri

Le storie quotidiane ci aiutano dunque a fare l’esame di realtà, a fronte di una legge che sembra dimenticare che molte sono le donne separate che crescono i figli da sole, volenti o nolenti, nella fatica di un doppio lavoro non attutito né dagli ammortizzatori sociali, né da quegli assegni che faticano ad arrivare (tanti sono i padri inadempienti sul fronte economico, diciamolo forte), né da altre forme di solidarietà sociale e umana ancor prima che economica. La loro vita è legata a piccole speranze: che i bambini non si ammalino, che si riesca a trovare un posto per loro quando non c’è scuola, che le vacanze, il tempo libero, gli svaghi, lo studio non diventino privilegi inaffrontabili, che si possa riprendere anche a desiderare l’amore, a prendersi cura di sé, a crescere come persona.

Il lavoro di cura è un lavoro a tempo pieno, non concede sconti. Se di notte devi stare sveglia e non hai nessuno a darti il cambio, quante energie hai per il resto?

Nella realtà della famiglia italiana, il lavoro di cura è, con le debite eccezioni, in mano alle donne. L’accudimento dei figli diventa così per le madri separate un pensiero costante, un carico non condivisibile. Oppure tornano a dipendere in maniera mortificante dalla famiglia d’origine, dai parenti, perdendo in un colpo solo il loro statuto di donne adulte e di madri adeguate. Poche privilegiate possono condividere i problemi con l’ex e alternarsi con lui nei momenti di fatica.

Questa è la realtà dei grandi numeri, dell’esperienza clinica e della ricerca di chi lavora con le famiglie marginali, con le situazioni a rischio, ma anche con persone di buona cultura e con mezzi economici adeguati. A questo quadro corrisponde la consuetudine tutta italiana di affidare pregiudizialmente i figli piccoli alle madri. Forse dovrei scrivere «corrispondeva», perché la nuova legge vorrebbe obbligare i padri a sentirsi tali, a farsi carico maggiormente dei compiti di cura e delle decisioni connesse.

Forse questo porterà negli anni un cambiamento di mentalità, a formare quella "cultura della co-parentalità" che oggi appare auspicabile, forse desiderata, ma ancora lontana. Come si passerà dal costume prevalente alla nuova modalità di relazione tra (ex) coniugi? E nel frattempo quali saranno i costi per le persone che stanno vivendo ora l’esperienza della separazione?

I padri si fanno carico dei figli più spesso e volentieri quando c’è un’altra donna che può assumere i compiti di cura: una nuova compagna, una tata, una nonna… I padri che non sanno come passare il tempo con i figli si trasferiscono con la prole presso amici e parenti che hanno bambini della stessa età, oppure li lasciano in consegna ai propri genitori.

«Lo sa che io ho 84 anni? Le sembra possibile che tutte le domeniche debba invitare a pranzo mio figlio e il mio nipotino perché quella là si goda la vita? E il bambino, poverino, gli voglio un bene dell’anima, ma mi disfa la casa; è proprio maleducato, lo devo proprio dire purtroppo…»

Quando le relazioni diventano obblighi di legge, la possibilità di fondarle sul desiderio reciproco, sul piacere di stare insieme, naufraga nella costrizione. È abbastanza comune che un ragazzino faccia di tutto per rendere indimenticabili questi appuntamenti forzati. Ma questo ci parla in fondo di qualcosa di più ampio, che riguarda tutte le famiglie e non solo quelle separate.

I nuovi padri immaginati dalla legge sarebbero in grado di decidere insieme alla loro ex tutti i particolari della vita del piccolo. Per passare dal diritto di relazione al dovere di assumere la responsabilità educativa, anche mettendo a tacere le proprie esigenze e bisogni, ci vuole una vera e propria trasformazione culturale, per la quale molte famiglie non sono attrezzate. Diventa a questo punto davvero indispensabile un ripensamento di carattere educativo, un investimento nei servizi per la famiglia, sia nelle fasi "naturali" del ciclo di vita familiare, sia nelle transizioni dolorose e nelle difficoltà conclamate. Se si pensa che negli ultimi anni sono stati invece chiusi molti servizi, non c’è da stare allegri.

Collaboratività del bambino

La voce dei bambini resta comunque inascoltata, oggi come ai tempi di Salomone. E ai bambini si parla poco, non li si aiuta a venire a patti con la crudeltà dell’essere tagliato in due. Essere tagliati in due non è vita, se va bene è una vita a metà. È angosciante e toglie la terra di sotto i piedi. Inoltre, diventa un ostacolo alla "vita normale": «Sabato non puoi andare alla festa di compleanno del tuo amichetto, lo so che ci tenevi tanto, ma viene papà a prenderti».

«Mi spiace, questa decisione va rimandata perché mamma e papà devono prima mettersi d’accordo».

«Quello sport è pericoloso, dispiacerebbe alla mamma. Va bene, tanto ci vai quando sei con me, non glielo diciamo».

«Anche i nonni hanno i loro diritti, lo sai che se non vai a trovarli tutte le domeniche ci rimangono male».

«Fallo per me, almeno una telefonata...».

Il tempo "libero" è scandito e assorbito dai bisogni degli adulti. Il diritto di relazione viene esercitato dagli adulti verso il bambino, e non viceversa. I doveri, le aspettative, le richieste si moltiplicano. Ma i piccoli sono per lo più collaborativi e si prestano rapidamente al gioco (un po’ meno gli adolescenti). Questa collaboratività porta a situazioni estreme.

L’eccesso di protezione e l’isolamento diventano occasioni per costruire una diade inattaccabile, coesa e complice, nella quale il figlio è un compagno di vita. Il bambino è parentificato: suo interesse prevalente è sapere come sta il genitore, farsi carico dei suoi problemi, condividere le sue attività preferite. Farlo felice. Fino a rifiutare ogni rapporto con i coetanei. All’estremo opposto, il bambino "pacco postale", che è di tutti e di nessuno. Insicuro e triste, si adatta, ma a volte manifesta il suo disagio con sintomi o chiudendosi in un mondo di fantasia. Quando le funzioni di cura sono assolte da tante persone, la complessità può assumere dimensioni ingestibili; alleanze, mistificazioni, coalizioni, incompatibilità diventano più numerose e intricate.

«Senti, io non devo dire al papà che la mamma ha un nuovo fidanzato; ma secondo te, faccio bene?» (parole di una bambina di 9 anni a un operatore).

Il bambino vive continuamente nel conflitto di lealtà, oppure sceglie di allearsi apertamente con una parte. Sono troppe le variabili delle quali deve tenere conto per non creare attriti, incomprensioni, veri e propri litigi. Si dice che il figlio di separati tende ad «assumere su di sé le colpe dei genitori»: è vero, ma non si tratta solo di una difesa del tutto psicologica e interna, questo atteggiamento è continuamente sollecitato nei fatti, rafforzato anche inconsapevolmente, anche in buona fede, ogni volta che gli adulti si aspettano un certo comportamento «altrimenti qualcuno si potrebbe risentire». La colpevolizzazione del figlio che "non collabora" è all’ordine del giorno.

La realtà è che il prezzo più alto lo pagano proprio i bambini. Una persona che sta crescendo avrebbe bisogno di sapere che gli altri sono affidabili, di avere un minimo di sicurezza, di capire che non sta a lui o lei preoccuparsi di come si sente oggi la mamma o il papà. Il suo "lavoro di bambino" è essere riconosciuto per quello che è, poter esprimere le sue emozioni positive e negative, avere desideri e non sentirsi in colpa per questo.

«Oggi non ho voglia di vedere la mamma, di andare al cinema con il papà, di partire in vacanza con i nonni…», frasi che è impossibile pronunciare senza scatenare una fila di commenti, reazioni, controreazioni. «Non è lei, sei tu che le metti in testa certe cose». Il prodotto è, nel migliore dei casi, un bambino che non sa più che cosa vuole. Ed è già una situazione a rischio.

Improbabili composizioni

Questa è la realtà di molte famiglie. La nuova legge stabilisce un nuovo modo di impostare le relazioni, più triangolare e complesso. Forse cerca di costruire a tavolino un mondo ideale nel quale gli adulti sono ragionevoli e saggi, capaci di mediare, attenti a non far pesare le loro decisioni sui figli. Ma quanti adulti possono dirsi veramente tali, a valle di un fallimento sentimentale, di una delusione, di un tradimento? Ci si può ragionevolmente attendere che una coppia il cui patto è stato infranto (o non è mai decollato) sia capace di comporre differenze e divergenze, di rinunciare al proprio ego, alla personale soddisfazione o vendetta o interesse, per amore del figlio?

La cura va oltre il possesso. Prendersi cura di qualcosa, di qualcuno, significa garantirgli una sopravvivenza al di là di noi. Aprirci alla sua esistenza. Possedere, invece, significa consumare un oggetto fino a che questo soddisfa un nostro bisogno o desiderio. Ma per potersi occupare davvero di qualcuno, per poter crescere un figlio, educarlo e amarlo anche in una situazione di separazione bisogna sapersi prendere cura innanzitutto di sé, delle emozioni contrastanti che ogni processo di transizione comporta. Sapere educare ed educarsi alle transizioni (Iori, 2006) è un compito che va affidato ai genitori, senza esautorarli, ma senza peraltro lasciarli soli. Le persone che per motivi professionali affiancano la famiglia nella separazione hanno una grande responsabilità in questo senso.

Esiste un diritto sancito, che oggi si chiama "di relazione", ma nella sostanza resta per molti un diritto di possesso. Il possesso è – dall’età della pietra – una modalità che va per la maggiore nelle relazioni affettive. Un esercizio che propongo ai genitori è individuare quante volte nei discorsi si usa il possessivo: mio figlio, il mio nipotino… I bambini sono sempre "di qualcuno", e loro in fondo ne sono ben felici. Ma sono infinitamente più felici se sanno che c’è qualcuno "per" loro.

Essere la madre, il padre per questo bambino può avvenire più facilmente se il contesto non genera copioni di contrapposizione, ma copioni di composizione, nel riconoscimento di tutte le parti in gioco. Per questo all’inizio ho scritto, provocatoriamente, che Salomone ha saputo "tirare fuori il peggio" dalla seconda donna. Saprà, la nuova legge, tirare fuori il meglio dai genitori separati?

«Quando arriverai a casa, so che ti rifiuterai di salutarmi in modo affettuoso, comunque voglio che tu sappia che ti penserò, quando sarai a scuola, o dormirai, oppure uscirai con i tuoi amici».

«Tu non mi manchi mai. Io non ti penserò».

«Non è necessario. Penserò io per tutti e due, va bene?» (Hanif Kureishi, Il vero padre)

Laura Formenti

BIBLIOGRAFIA

  • Cigoli V., Galimberti C., Mombelli M., Il legame disperante. Il divorzio come dramma di genitori e figli, Raffaello Cortina, Milano 1988.
  • Fivaz-Depeursinge E., Corboz-Warnery A., Il triangolo primario. Le prime interazioni triadiche tra padre, madre e bambino, Raffaello Cortina, Milano 2000.
  • Fruggeri L., Diverse normalità. Psicologia sociale delle relazioni familiari, Carocci, Roma 2005.
  • Iori V., Separazioni e nuove famiglie. L'educazione dei figli, Raffaello Cortina, Milano 2006.
  • Van Cutsem C., Le famiglie ricomposte. Presa in carico e consulenza, Raffaello Cortina, Milano 1999.

 








 

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