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n. 10 OTTOBRE 2006

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Rispettare i bisogni dei bambini
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MASS MEDIA & FAMIGLIA - FAMIGLIE DIVISE SUL PICCOLO E GRANDE SCHERMO

Come la società ama vedersi

di Sara Lattuada

Lo spettatore adulto, di cinema e Tv, ha oggi abbastanza informazioni relative al difficile tema della separazione. Che si tratti di dramma o commedia è possibile, in ogni caso, individuare spunti di riflessione per comprendere un problema che non va mai sminuito.
  

Se il cinema è stato, quasi sempre, costretto a fare i conti con la realtà, si è preso almeno il lusso di decidere come rapportarsi ad essa. La natura stessa della macchina da presa colloca l’arte cinematografica in una posizione privilegiata nella gara per render conto con precisione del mondo circostante, permettendole di essere specchio fedele del momento storico in cui opera.

Tuttavia, scrive Francesco Casetti: «Non è detto che questa attitudine del cinema a metter a nudo lo spirito dell’epoca lo costringa a funzionare da semplice specchio: (...) Sigfried Kracauer dedica molta attenzione alle storie tra il banale e l’irreale che i film sembrano prediligere; questi racconti "mostrano come la società ama vedersi"; dunque per quanto assolutamente non plausibili, essi risultano alla fine assolutamente rivelatori»(1).

Il bisogno di reinventare il mondo e di fare del cinema il luogo dei sogni è perfettamente lecito, come la necessità di ridere per esorcizzare paure e incertezze. Nel caso di questioni complesse, come il divorzio o la separazione, ciò che conta è però riuscire a tenere a mente che il mondo del cinema, per divertire, può offrire sviluppi improbabili nella vita reale.

Di fronte a tale problematica, che ha assunto negli scorsi decenni importanza crescente, le reazioni del cinema sono state molteplici e variegate. Si può tuttavia scegliere di distinguere tra esse due fondamentali filoni di approccio: uno mostra la separazione dei genitori come esperienza drammatica e devastante, l’altro lo presenta come circostanza facilmente superabile, in grado paradossalmente di dare luogo a situazioni divertenti, piegandone le dinamiche agli schemi più leggeri della commedia.

D. Hoffman è Ted in "Kramer contro Kramer" (1979).
D. Hoffman è Ted in "Kramer contro Kramer" (1979).

Un successo dagli Usa

Tra i più famosi rappresentanti del primo filone è Kramer contro Kramer, film di Robert Benton del 1979. Un padre, Ted, sempre assente perché intento a fare carriera (Dustin Hoffman), è costretto a occuparsi del bimbo per la decisione della moglie Joanna (Meryl Streep) di andarsene. L’uomo diventa un ottimo genitore, anteponendo il figlio al lavoro, ma la madre dopo diciotto mesi torna e intenta causa al marito per avere il bambino. La decisione del giudice assegna la custodia alla donna, ma si prepara il colpo di scena finale.

Il consenso ricevuto dall’opera di Benton è senz’altro in buona parte dovuto all’efficace confezione che permette allo spettatore di appassionarsi alla vicenda e di riflettere così su di un problema ormai molto diffuso e sentito. Il film è prodotto negli Stati Uniti, nei quali durante tutti gli anni ’70 si era diffusa l’idea, in parte sostenuta dalle statistiche, che metà dei matrimoni terminassero con un divorzio. Anche il successo in Italia non stupisce: l’istituzione del divorzio risaliva a dieci anni prima, ed era stata oggetto, solo nel 1974, di un referendum abrogativo che aveva visto la partecipazione di quasi l’88% degli aventi diritto(2). La storia di Ted quindi ci colpisce e ci commuove: mostra a un pubblico già consapevole l’esperienza del personaggio durante la separazione, la sua disponibilità a cambiare completamente per evitare che il figlio soffra, premiata alla fine dalla decisione di Joanna: il cambiamento nell’uomo innesca il cambiamento nella moglie, l’amore genera amore.

Il divorzio al cinema però non è una novità degli ultimi venti o trent’anni. Può stupire la scoperta di un film datato 1927. Children of Divorce è il titolo di un film di Frank Lloyd con Clara Bow, Esther Ralston e Gary Cooper.

Kitty, Jean e Ted sono figli di coppie divorziate. Le due ragazze crescono nella scuola di un convento dopo essere state abbandonate. Diventati grandi i tre danno luogo a un triangolo amoroso: Ted (Cooper) ama Jean (Ralston) ricambiato, ma, dopo una sbronza, si risveglia sposato con Kitty (Bow), che vuole solo i suoi soldi. Jean non permette a Ted di divorziare, come sia lei che il ragazzo desiderano, perché non vuole ripetere l’errore dei genitori. Con il peggiorare dei rapporti tra i due coniugi è però la stessa Kitty a voler divorziare dal marito per tornare da un vecchio amore. Quando scopre di non poter avere il vecchio amante, che rifiuta di sposare una donna divorziata, si avvelena. Jean e Ted possono così vivere insieme.

Nonostante la tematica riveli la precoce nascita del problema negli Stati Uniti, e connoti in maniera quasi fatale o ereditaria la questione, sembra che la principale attrattiva di questo film fosse costituita dalle attrici protagoniste. Lo suggerisce ad esempio una recensione del New York Times dell’epoca, che titola "Two screen beauties"(3), centrando l’attenzione non sulla storia, ma sulle due dive, Ralston e Bow. Quest’ultima, impegnata qui in un film drammatico, è tuttora ricordata soprattutto per un film dello stesso anno, Cosetta (1927) di Clarence Badger, che ne fece «il simbolo della ragazza disinibita dell’"età del jazz"»(4) e la rese famosa per un breve periodo tra la fine degli anni Venti e l’inizio dei Trenta. Il dramma così, rappresentato da volti noti, passa in secondo piano: il divorzio è l’occasione per vedere sullo schermo volti noti e sex symbols. La storia, scritta in maniera poco convincente scompare e con lei la possibilità d’impatto a proposito del problema che tratta.

Ne parla anche la Disney

Di tutt’altra atmosfera è Parent Trap, film di David Swift del 1961, conosciuto in Italia con il divertente e bizzarro titolo Il cowboy col velo da sposa. La pellicola, destinata a bambini e famiglie è un valido rappresentante del filone del divorzio con figli nella commedia.

Sharon e Susan sono due gemelle separate da bambine dai genitori divorziati. Le due fanno conoscenza durante un campeggio estivo e decidono di scambiarsi per conoscere l’altro genitore e per tentare di farli rimettere insieme. Si oppone loro l’odiosa Vicky, che vuole sposare Mitch per il suo denaro. Dopo un’infernale vacanza di campeggio, organizzata dalle gemelle, che riescono addirittura a convincerla della presenza di terribili "leoni di montagna", Vicky abbandonerà l’impresa, permettendo alle due sorelle di riunire i genitori.

La pellicola firmata Disney fu un notevole successo di pubblico, tanto da originare tre sequel e un recente (1998) remake di Nancy Myers.

"Mrs Doubtfire" (1993): travestirsi da tata per star vicino ai figli.
"Mrs Doubtfire" (1993): travestirsi da tata per star vicino ai figli.

Il film di Swift costituisce un esempio di commedia che, pur adottando un atteggiamento leggero e scherzoso nel trattare la questione e pur non mirando in primo luogo a esprimere un’idea ma a intrattenere un pubblico di ragazzi, prende chiara posizione contro la separazione, vertendo interamente sul tentativo di ricomporre l’unione tra i genitori.

Altro esempio famoso è costituito da Mrs Doubtfire (1993) di Chris Columbus (regista anche dei due film di Mamma ho perso l’aereo): Robin Williams è un doppiatore di cartoni animati, padre divertente, ma irresponsabile. La moglie esasperata chiede e ottiene il divorzio, ma Daniel (R. Williams) si traveste da vecchia governante, si fa assumere e riesce così a stare coi bambini guadagnandosi l’affetto tanto loro, quanto della moglie. Il film sembra presentare il divorzio come non necessariamente nocivo: ciò che conta è che i bambini continuino a sentirsi amati da entrambi i genitori.

Il finale chiarisce la tesi del film: non importa quale sia la struttura della famiglia, comunque sia costituita – genitori separati solo uno dei quali vive coi figli, bambino che vive con i soli nonni, componenti della famiglia separati da chilometri – l’importante è che sia fondata sull’amore.

Separazione in serie

La contrapposizione tra approccio drammatico o commedia è riscontrabile anche nei serial.

Lost, serie molto nota creata da J.J. Abrams, mix di avventura, fantascienza e horror, racconta della lotta per la sopravvivenza di un gruppo di passeggeri di un aereo che si è schiantato su di un’isola deserta. L’isola si rivela presto colma di pericoli e misteri, che sembrano essere intimamente legati a ognuna delle persone precipitate, del cui passato veniamo a conoscenza con una serie di flashback.

Il problema della separazione irrompe in Lost con il racconto della storia di un padre, Michael, e del suo bambino, Walt, che hanno vissuto separati per anni e si sono ricongiunti solo poco prima del volo. Michael è il padre naturale di Walt ed è stato costretto anni prima a darlo in adozione al nuovo compagno della sua ex fidanzata, Susan. La donna è convinta dell’incapacità di Michael di essere un buon padre, anche per la sua situazione economica instabile.

Alla morte di Susan, il suo compagno e padre adottivo di Walt rifiuta di prendersi cura del bambino, anche perché sembra che in sua presenza abbiano luogo talvolta fenomeni difficilmente spiegabili, e chiede a Michael di occuparsene. Walt inizialmente è ostile a Michael e il rapporto padre-figlio è ancora tutto da costruire. È a questo punto che i due salgono sull’aereo che cadrà sull’isola. Le minacce che dovranno affrontare salderanno il vincolo tra il genitore e il suo bambino.

A difendere la corrente di pensiero che sostiene la possibilità che, dopo una separazione, si possa tornare a ridere c’è il trio di Due uomini e mezzo, telefilm attualmente in onda dal giugno di quest’anno su Raidue e giunto in Italia alla seconda serie: Charlie, uno scrittore di jingle donnaiolo vede la propria vita rivoluzionata dall’arrivo a casa sua di suo fratello Alan, che si è separato dalla moglie dopo aver scoperto che è lesbica, e che porta con sé il figlio Jake. I tre si trovano così ad abitare insieme, nonostante gli stili di vita molto diversi e riescono a vivere come una famiglia felice.

Una scena di "About a boy" (2002) con Hugh Grant.
Una scena di "About a boy" (2002) con Hugh Grant.

Gli effetti sugli adolescenti

La peculiarità del serial è quella di svilupparsi in un tempo molto più lungo rispetto a quello concesso normalmente in un film. Assistiamo così più nel dettaglio allo sviluppo della situazione e dei rapporti genitori-figli: se il film deve riuscire a darci un quadro preciso il più in fretta possibile, il serial, magari anche con continui colpi di scena, ci mostra ogni giorno una diversa sfaccettatura del rapporto, consentendo di percepire tutte le minime variazioni in un legame.

In generale è possibile riscontrare una progressiva tendenza del divorzio a costituire un avvenimento drammatico fondamentale nel vissuto di un numero sempre maggiore di personaggi, con il quale devono convivere: ancor più dei film sul divorzio, sono i film i cui protagonisti hanno già attraversato un divorzio e sono costretti a fare i conti con esso ogni giorno. È il caso di Erin Brochovich, con due separazioni alle spalle, costretta a mantenere da sola tre bambini; di About a boy dove Marcus, dopo la separazione dei genitori, è costretto ad affrontare da solo le crisi depressive della madre aiutato da un inaffidabile Will interpretato da Hugh Grant. Il divorzio dei genitori concorre anche al degenerare della vita dell’adolescente di Thirteen, che, sconvolta, si lascia trascinare in un mondo di alcol, droga e violenza.

Il cinema ha ormai incluso il divorzio tra i suoi più importanti oggetti di dibattito. Non necessariamente la commedia rappresenta un tentativo di sminuire il peso del divorzio: si tratta piuttosto del bisogno di ridere di una grande preoccupazione per evitare di sprofondare nell’angoscia, di trovare così la forza di combattere per ricomporre l’unione o per lo meno per avvicinarsi il più possibile a una situazione che renda fattibile la felicità.

Lo spettatore adulto ha ormai abbastanza informazioni da trarre il meglio dalla pellicola e può aiutare il bambino a comprendere che anche se il film riesce a divertire il tema di cui parla è serio. Dramma e commedia possono così fare la loro parte nel tentativo di aiutare a comprendere il problema in sé e il modo in cui la gente vuole percepirlo. Il cinema torna a essere chiarificatore della vita.

Sara Lattuada
   

NOTE

1 F. Casetti, L’occhio del Novecento, Bompiani, Milano 2005, p. 23.

2 Sito: http://it.wikipedia.org/wiki/Elenco_delle_consultazioni_referendarie.

3 Two screen beauties, "The New York Times", 26 aprile 1927.

4 D. Bordwell, K. Thompson, Storia del cinema e dei film, Editrice Il Castoro, Milano 1998, p. 233.
  

DAL PICCOLO SCHERMO

ANCORA UNA FAMIGLIA ALLARGATA

Padre vedovo con tre figli maschi, romano, gestore di una trattoria alla Garbatella, incontra donna milanese, raffinata, separata (da un ricco manager) con due figlie, insegnante di italiano. Nell’ordine si innamorano, vanno a convivere e decidono di sposarsi dando vita a una, ormai tradizionale in Tv, "famiglia allargata": I Cesaroni, la nuova fiction di Canale cinque. Una produzione, che nonostante i bravi attori, è appena guardabile per i troppi luoghi comuni e alcune volgarità. Tutta basata sul "conflitto" che sorge tra due nuclei, molto diversi tra loro (femmine del Nord educate e ordinate, maschi romani simpatici "caciaroni"...), questa fiction sembra suggerire, con superficialità, che la famiglia ricostituita, fenomeno che seppur in misura non consistente è certamente vieppiù presente nella nostra mutante società, in fondo non presenta altri problemi che quello di dividersi un bagno e mettere d’accordo usi e costumi differenti.

O.V.

   
BIBLIOGRAFIA

 








 

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