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n. 11 NOVEMBRE 2006

Sommario

EDITORIALE
Evitiamo lo scontro tra le generazioni
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Una popolazione che invecchia sempre più
GIAN CARLO E MARTA BLANGIARDO

apep00010.gif (1261 byte) Non tutti gli anziani sono poveri
FRANCESCO MAIETTA

apep00010.gif (1261 byte) Alla ricerca di una vita normale
MARCO TRABUCCHI

apep00010.gif (1261 byte) Risorse relazionali e benessere
GIOVANNA ROSSI

apep00010.gif (1261 byte) Terza età e non autosufficienza
TIZIANO VECCHIATO

DOSSIER
Verso il prolungamento della vita lavorativa
GIULIANO CAZZOLA

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Utilità e dignità al crepuscolo della vita
BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
La cultura del "finalmente"
RENATA MADERNA

Un esemplare unico nell’editoria
FULVIO SCAGLIONE

Sopravvivere a una "non-educazione"
ORSOLA VETRI (A CURA DI)

MATERIALI & APPUNTI
Lavoro, famiglia e cultura d’impresa
LORENZA REBUZZINI

CONSULENZA GENITORIALE
Un’opportunità educativa unica
LUISA PEROTTI

POLITICHE FAMILIARI
Professione: assistente domiciliare
MAURIZIO AMBROSINI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Bambini cinesi da adottare
ORSOLA VETRI

IL CISF INFORMA
Vita affettiva e uomo contemporaneo

LIBRI & RIVISTE

 

 DOSSIER - SISTEMI PREVIDENZIALI

VERSO IL PROLUNGAMENTO
DELLA VITA LAVORATIVA

Le pensioni sono il nuovo fantasma che si aggira per l'Europa. Nel vecchio continente, le riforme degli ultimi anni, portate avanti in quasi tutti i Paesi, hanno giovato, in una qualche misura, ai sistemi pensionistici. I progressi sono modesti, ma evidenti, sia con riferimento alle proiezioni della spesa pubblica sia con riguardo agli obiettivi, tra loro collegati, dell'innalzamento dell'età reale di pensionamento e del prolungamento della vita lavorativa degli anziani. Trova conferma la questione cruciale dell'età effettiva di pensionamento, definita "priorità ineludibile", vista la propensione dei lavoratori ad andare in quiescenza appena maturato il diritto.
    

UN FANTASMA SI AGGIRA PER L’EUROPA
LA RIFORMA DELLE PENSIONI
  
di Giuliano Cazzola
(docente di Diritto della previdenza sociale dell’Università di Bologna
e "senior advisor" del Centro Studi Marco Biagi)

Come previsto, nella manovra di bilancio per il 2007 il Governo ha accolto la richiesta delle confederazioni sindacali (appoggiate dai partiti della sinistra radicale) di non affrontare il tema delle pensioni. Tuttavia, prima del varo del disegno di legge il ministro Cesare Damiano ha sottoscritto con Cgil, Cisl e Uil un Memorandum nel quale vengono indicate le linee generali (invero abbastanza generiche pur nella puntigliosità dei temi in agenda) del negoziato sulla riforma che dovrà essere aperto all’inizio del prossimo anno e concluso entro marzo. Ovviamente questa decisione non ha valore assoluto. Nella Finanziaria, cioè, non si è parlato degli aspetti sui quali i sindacati hanno esercitato il loro diritto di veto (al pari dei tribuni della plebe dell’antica Repubblica romana). Al contrario, l’esecutivo ha ottenuto il segnale di via libera per adottare quelle misure che servono a "fare cassa" a scapito di soggetti che a Cgil, Cisl e Uil non interessano. In sostanza, hanno conseguito l’imprimatur sindacale tanto l’incremento dell’aliquota a carico dei cosiddetti parasubordinati quanto il prelievo di solidarietà sui trattamenti più elevati; per non parlare dell’aumento delle aliquote dei lavoratori autonomi.

In zona Cesarini, il Governo ha rinunciato, pure, a manipolare le "finestre" (ovvero le scadenze in cui può essere esercitato il diritto di andare in pensione anticipata una volta maturati i requisiti anagrafici e contributivi), spostando in avanti le scadenze di tre mesi, come si era inizialmente ipotizzato. La vera "spada di Brenno" che il Governo ha gettato sul piatto del dibattito previdenziale riguarda l’operazione Tfr ovvero il trasferimento in un fondo presso l’Inps del trattamento di fine rapporto "inoptato" ovvero non destinato dal lavoratore a una forma di previdenza complementare (e lasciato volontariamente nella disponibilità del datore). La misura viene stimata nell’ordine di oltre 5 miliardi di euro, su base annua, che sarebbero così sottratti all’autofinanziamento delle imprese.

Tabella 1.

Avendo scelto di ragionare sulla prospettiva del sistema pubblico e privato nei prossimi decenni è bene tener fissa l’attenzione sulla riforma e procedere con ordine, partendo dai regimi obbligatori. Di per sé, il rinvio eventuale di interventi di carattere strutturale in campo previdenziale non comporta particolari problemi. Il Governo Berlusconi ha lasciato in eredità un riordino della materia, apprezzato in sede europea, dal quale si attende, nei prossimi anni, un aggiustamento importante della curva della spesa (tab. 1).

La riforma del 2004, inoltre, non è ancora andata a regime: le norme più importanti sia per quanto riguarda il sistema pubblico (l’elevazione dell’età minima di pensionamento), sia la previdenza privata a capitalizzazione (lo smobilizzo del trattamento di fine rapporto a favore dei fondi pensione e delle altre forme complementari) entreranno in vigore solo nel 2008. Per adesso opera unicamente il cosiddetto superincentivo a rinviare volontariamente l’andata in pensione di anzianità (tab. 2 e 3): una misura a cui hanno aderito dal novembre 2004 (quando è entrata in vigore) al giugno scorso, circa 70 mila lavoratori dipendenti privati (nel frattempo sono ulteriormente cresciuti di numero), solitamente appartenenti alle qualifiche più elevate, destinata a scomparire dall’ordinamento il 10 gennaio del 2008, quando sarà consentito solo il pensionamento di vecchiaia, mentre, nel caso dell’anzianità, il requisito anagrafico passerà da 57 a 60 anni per salire ulteriormente, secondo una scansione graduale, fino a 62 per i dipendenti e a 63 per gli autonomi.

Tabella 2.

Il salto di tre anni, cioè il brusco passaggio da 57 a 60 anni del requisito anagrafico minimo per il trattamento di anzianità, atteso nella notte di San Silvestro del 2007, pur sollevando parecchi dubbi (gli è stata attribuita l’immagine dello "scalone") agevolmente comprensibili, costituisce, tuttavia, un aspetto cruciale non solo della riforma del 2004, ma anche della credibilità dell’Italia nell’impervio cammino del risanamento dei conti pubblici, dal momento che la norma sull’elevazione dell’età minima è il principale (potremmo dire quasi l’unico) fattore di risparmio introdotto dalla riforma Maroni-Tremonti: un risparmio (tab. 4) di tutto rispetto visto che si tradurrà in 9 miliardi di euro a partire dal 2011.

Metter mano allo "scalone" (nel programma del Governo Prodi si parla apertamente di «eliminare l’inaccettabile gradino e la riduzione del numero delle finestre che innalzano bruscamente e in modo del tutto iniquo l’età pensionabile») significa, innanzi tutto, rinunciare a un risparmio non solo importante – sul versante della riduzione della spesa – ma non conseguibile in altra maniera, nemmeno sostituendo (come finisce sempre per fare la sinistra) mancati contenimenti di uscite con incrementi di entrate contributive. Di qui l’imbarazzo dell’ala riformista della maggioranza e del ministro Tommaso Padoa Schioppa, costretti ad assistere allo sfarinamento di una posizione protesa a rivedere lo "scalone" senza rinunciare, sia pure con percorsi più graduali e spalmati, all’obiettivo essenziale del prolungamento della vita attiva degli anziani. Il Governo – capita così agli "apprendisti stregoni" che non sanno gestire e controllare le forze oscure da loro stessi evocate – ha finito per infilarsi in una ridda di proposte che di solito vengono avanzate quando l’impotenza politica suggerisce ai Governi di andare alla ricerca di alibi per "non fare". Si è tornati a teorizzare il principio della volontarietà del rinvio della pensione, magari corredata dall’introduzione di sistemi di incentivi e disincentivi (iniqui perché gratificano ulteriormente chi è già stato avvantaggiato in conseguenze di norme vigenti generose; inefficaci perché inidonei a raggiungere lo scopo di ritardare la quiescenza).

Tabella 3.

Ma cosa sarebbe accaduto in seguito all’andata a regime della riforma del 2004, ammesso che venisse compiutamente attuata e non subisse le modifiche annunciate sia pure in modo tanto confuso? Ex cathedra si è pronunciata la Ragioneria generale dello Stato (Rgs) confermando – in riferimento al cosiddetto scenario base – le stime già effettuate al momento della approvazione della legge n. 243 dal Governo Berlusconi.

«Gli effetti finanziari delle misure di innalzamento dei requisiti minimi per l’accesso al pensionamento anticipato, recentemente approvate – ha scritto la Rgs – decorrono dal 2008 e sono crescenti fino a raggiungere una riduzione del rapporto spesa/Pil di 0,7 punti percentuali a partire dal 2012. Tale riduzione si mantiene più o meno stabile fino al 2019 per poi passare a 0,6 punti percentuali dal 2020 al 2030. Gli effetti del risparmio – proseguiva il rapporto – tendono ad annullarsi nel decennio successivo fino a divenire negativi negli ultimi anni del periodo di previsione dove si produce un peggioramento del rapporto spesa/Pil di circa 0,3 punti».

In sostanza, la contrazione del risparmio, fino all’inversione di segno nella parte finale della previsione, è dovuta al prevalere, nel lungo periodo, dell’"effetto importo": vale a dire che le pensioni "bloccate" fino alla maturazione dei nuovi requisiti anagrafici saranno liquidate successivamente con importi più elevati in conseguenza della maggiore anzianità contributiva maturata. Occorre tenere conto – è bene aggiungere – del fatto che il sistema pensionistico futuro non ha solo problemi di sostenibilità ma anche di adeguatezza dei trattamenti; e che il prolungamento della vita attiva (col relativo effetto sull’ampliamento dell’anzianità contributiva) è la terapia più adatta per realizzare anche un più adeguato tasso di sostituzione (il rapporto tra la pensione e l’ultimo reddito percepito). Inoltre, va ricordato che il risparmio – sia pur limitato a livello dello 0,6-0,7% del Pil – sarà realizzato intorno al 2030 quando è previsto il picco della spesa pensionistica.

Se poi si volesse mantenere anche nel decennio successivo il trend del risparmio sarebbe sufficiente "sbloccare" l’ulteriore percorso di elevazione dell’età pensionabile (62 anni per i dipendenti e 63 per gli autonomi) ipotizzata dalla legge n. 243/2004 a partire dal 2014 (la cui operatività è sottoposta a verifica).

Tabella 4.

Torniamo, però, al rapporto della Rgs, dove, a prova della validità del risparmio realizzato con la riforma del 2004, viene confermato che «ad una fase iniziale di contenimento del rapporto spesa/Pil dovuta all’entrata in vigore delle disposizioni di innalzamento dei requisiti minimi, fa seguito, a partire dal 2012, una crescita piuttosto rapida che si protrae per circa un ventennio fino a raggiungere una fase di stabilità tra il 2030 e il 2040, con un punto massimo – era ancora la Rgs – del 15,5% nel 2034; dopodiché, inizia una fase di rapida decrescita che porta il rapporto al 13,9% nel 2050». Lo studio della Ragioneria si spingeva fino a considerare l’andamento dei diversi sottoperiodi del prossimo mezzo secolo (l’arco di tempo in cui si dispiegano solitamente le previsioni).

Così, nel decennio 2006-2015 saranno determinanti – fra il 2008 e il 2012 – gli effetti prodotti dall’innalzamento dei requisiti minimi per il pensionamento di anzianità, mentre il conseguente miglioramento degli importi avrà un effetto finanziario diluito nel tempo. Nella parte centrale (2016-2031) del periodo considerato, il rapporto tra spesa pensionistica e Pil continuerà la propria crescita a seguito dell’aumento del numero delle pensioni (per effetto del progressivo invecchiamento della popolazione e del passaggio alla quiescenza della generazione del baby boom) e della contemporanea riduzione del numero degli occupati, un fenomeno anch’esso collegato al forte calo della popolazione in età di lavoro. Questi processi, che di per sé comportano un ampliamento della spesa, troveranno, invece, parziale compensazione nella riduzione della dinamica della pensione media rispetto alla crescita della produttività, derivante dalla graduale introduzione del calcolo contributivo.

Nell’ulteriore fase (2032-2041) il rapporto spesa/Pil sul valore-picco, dianzi indicato, del 15,5% si stabilizzerà in conseguenza dello «stratificarsi dell’effetto importo, indotto dal posticipo previsto dalla recente riforma il quale, in questa fase, è in grado di compensare la riduzione dell’importo della pensione derivante dall’introduzione del sistema di calcolo contributivo». Infine nel periodo conclusivo (2042-2050) l’effetto importo andrà a regime poiché, nella quasi totalità, le pensioni in pagamento saranno già sottoposte ai nuovi requisiti del metodo contributivo. Nel medesimo tempo, però, il passaggio al nuovo sistema continuerà a produrre una importante contrazione degli importi dei trattamenti rispetto ai livelli retributivi che si tradurrà in un forte e rapido calo del rapporto spesa/Pil, anche in conseguenza della sostanziale stabilizzazione del rapporto tra numero di pensioni e numero di occupati la cui crescita tenderà ad azzerarsi intorno al 2046, dove raggiungerà il livello massimo del 117,6% per poi flettere leggermente negli anni successivi. Ciò si spiega anche con la progressiva scomparsa dei baby boomers. Le più recenti analisi, dunque, tendono a confermare, anche dopo il riordino del 2004, una linea di continuità con la legge n. 335/1995 (la riforma Dini-Treu), dopo un decennio dalla sua approvazione; e mettono in evidenza – anche per rafforzare l’adeguatezza dei trattamenti quando saranno più marcati gli effetti del sistema contributivo – l’opportunità dell’innalzamento dell’età pensionabile minima. In sostanza – è una convinzione della stessa Ue che effettua da anni un monitoraggio sui sistemi pensionistici degli Stati membri – se si fosse in grado di spostare in avanti (entro la fine del prossimo mezzo secolo) i requisiti anagrafici e contributivi, a 65 anni con 40 anni di contribuzione, gli interessati percepirebbero, senza eccessive variazioni, un trattamento corrispondente a quanto percepito, nei primi anni 2000, a 60 anni con 35 di versamenti (tab. 5). Non ci sarebbe, quindi, la necessità di avvalersi dell’apporto previdenza complementare per conseguire un trattamento adeguato.

Previdenza obbligatoria e fondi pensione

È una considerazione questa che vale solo in teoria, in quanto la scelta strategica di affidare la tutela previdenziale delle generazioni future a un mix di previdenza obbligatoria, finanziata a ripartizione (il "primo pilastro" basato sul principio della solidarietà intergenerazionale) e di previdenza privata a capitalizzazione (il "secondo pilastro" dove ciascuno pensa per sé) corrisponde a un’esigenza di distribuzione del rischio.

Il problema, allora, è quello di impostare, con equilibrio, un sistema misto, rivolto, quanto meno, a operare sia sul piano della finanza pubblica, sia su quello dei mercati finanziari. Una sinergia virtuosa, dunque. La quota pubblica della pensione riuscirebbe ad alleggerire il proprio impegno, in vista della crescente "crisi fiscale" degli Stati e dei rivolgimenti nella struttura sociale sottostante. Quella privata potrebbe contare su di una garanzia di base, utile nel momento in cui il residuo trattamento viene conseguito misurandosi con "gli spiriti animali" del mercato.

Ecco perché non è condivisibile la proposta – contenuta nel programma dell’Unione e rievocata recentemente dagli esponenti della sinistra neocomunista – di consentire ai lavoratori un’opzione in più tra quelle riguardanti il conferimento del Tfr. «Occorre inoltre garantire ai lavoratori – sta scritto – la possibilità di effettuare versamenti aggiuntivi rispetto all’aliquota contributiva attualmente in vigore, per incrementare il montante contributivo e, dunque, le prestazioni del sistema pubblico obbligatorio. Tali versamenti – si dice ancora – devono poter attingere dal tfr e dai contributi aziendali contrattualmente previsti, beneficiando di un regime fiscale analogo a quello adottato per la previdenza obbligatoria». In realtà, la proposta si tradurrebbe soltanto in un incremento della contribuzione a favore della previdenza obbligatoria senza potersi liberare dalla trappola della ripartizione. In sostanza, l’Inps incasserebbe più risorse nel presente (la mensilità relativa al trattamento di fine rapporto) a fronte delle quali dovrebbe rilasciare maggiori promesse per i trattamenti futuri, che saranno migliori non in conseguenza delle promesse ricevute durante la vita lavorativa, ma delle risorse effettivamente disponibili nel momento in cui, tra qualche decennio, i contribuenti di oggi diventeranno pensionati.

Si continuano, invece, a sovrastimare, oltre ogni ragionevole misura, le garanzie del pubblico rispetto a quelle del privato, come se bastassero le norme di legge a far sorgere un accumulo di ricchezza. È molto più conveniente, anche ai fini della tutela dei lavoratori, fare affidamento su di una strategia che ripartisca il rischio-pensioni in parte sul sistema pubblico riformato e in parte su di una quota a capitalizzazione individuale, costituita di investimenti e rendimenti veri. Il ragionamento è di una semplicità elementare. Abbiamo a disposizione una somma di denaro. Se la spendiamo subito non resta nulla (salvo i beni di consumo eventualmente acquistati). Se, al contrario, investiamo le nostre risorse, con accortezza e professionalità, possiamo sperare di incrementarne il valore iniziale, conformemente ai rendimenti realizzati. Nel frattempo, il gruzzolo ha "viaggiato" nell’economia reale, ha prodotto ricchezza e lavoro.

Attraverso un immaginario, grande pantografo possiamo trasferire l’esempio agli imponenti meccanismi dei sistemi pensionistici e spiegare, così, gli effetti dei metodi di finanziamento. Con la ripartizione, si impiegano gli apporti dei lavoratori attivi per pagare le pensioni vigenti, mediante una catena di sant’Antonio di cui lo Stato è garante e che inanella, nel tempo, le diverse generazioni, inducendole a un comportamento forzosamente solidale. Con la capitalizzazione, invece, ognuno è padrone del proprio destino pensionistico: la sua prestazione, al momento dell’uscita dal mercato del lavoro, sarà determinata dal montante accantonato e dai relativi interessi. Nella ripartizione sono, dunque, altri (gli attivi) a sostenere l’onere della solidarietà; nella capitalizzazione ognuno provvede per sé, ma il suo risparmio previdenziale per lunghi decenni è al servizio del bene collettivo.

Tabella 6.

Previdenza privata: un decollo stentato

Da troppi anni l’Italia è alla ricerca di un moderno sistema di risparmio a fini previdenziali, che (ripetiamo il concetto fino alla noia) operando secondo una logica di ripartizione del rischio all’interno di un sistema misto (prevalentemente) pubblico e (adeguatamente) privato, possa meglio tutelare le pensioni delle giovani generazioni dagli effetti devastanti delle crisi determinate dalle profonde trasformazioni demografiche, economiche, occupazionali e sociali, in corso e attese. Il primo provvedimento organico di riordino della previdenza complementare reca la data del 1993 (fu opera del primo Governo Amato). Da allora, tante cose sono accadute, ma il secondo pilastro, quello che avrebbe dovuto accompagnare le tante riforme del primo, integrandone le prestazioni divenute più modeste, non è ancora riuscito a decollare. Alla fine del 2005, gli aderenti alle forme pensionistiche complementari erano complessivamente tre milioni; le risorse totali destinate alle prestazioni ammontavano circa a 46 miliardi di euro, poco più dell’1% delle attività finanziarie delle famiglie. Ai fondi pensione di nuova istituzione (istituiti dopo il 1993) erano iscritti 1,5 milioni di lavoratori, i tre quarti ai fondi negoziali (promossi dalle parti sociali), i rimanenti a quelli aperti (istituiti dai soggetti di mercato: banche, assicurazioni, sim, fondi comuni). Il patrimonio gestito dai fondi era pari a 10,6 miliardi (7,6 miliardi dai fondi negoziali, 3 miliardi da quelli aperti).

Hanno avuto molto successo, invece, i piani individuali pensionistici (Pip), polizze assicurative che, nonostante l’elevato costo di gestione, sono saliti a 881 mila in pochi anni (con riserve pari a 3,3 miliardi). 660 mila lavoratori erano iscritti ai fondi preesistenti rispetto alla riforma del ’93. Questi ultimi avevano risorse per 32 miliardi di euro pari al 70% di quelle dell’intero settore. Quella dei fondi e delle altre forme continua a restare un’esperienza elitaria, a cui non sono interessati – per tanti motivi – i lavoratori più giovani (l’età media degli aderenti ai fondi negoziali era di 43 anni, solo il 6,5% aveva meno di 30 anni, mentre più del 25% raggiungeva i 50 anni). Quasi il 60% degli iscritti era residente nelle regioni settentrionali. È interessante notare – a prova del carattere elitario dei fondi – la distribuzione delle aziende e degli iscritti per classi di addetti: osservando i dati della (tabella 6) si intravede un andamento del numero delle adesioni e degli iscritti ai fondi inversamente proporzionale rispetto alla struttura effettiva del mercato del lavoro.

In sostanza, i fondi negoziali sono fortemente permeati e influenzati dalle realtà collegate alle parti sociali. Il perimetro delle adesioni ai fondi corrisponde a quello delle aziende e dei lavoratori appartenenti alle basi organizzate dai soggetti collettivi che istituiscono i fondi. In tutti questi anni, poi, a testimonianza di un vizio prettamente italiano, i Governi hanno pensato di risolvere i problemi aggiungendo norme nuove a leggi che non erano neppure riuscite a entrare in vigore e a essere sperimentate, finendo così per destabilizzare e intossicare il sistema anziché lasciarlo crescere per suo conto. Ora, la possibilità di conferire il Tfr maturando (rafforzata dalla procedura del silenzio-assenso, in forza della quale "chi tace acconsente") alle forme di previdenza privata, in regime di par condicio tra di esse (fondi negoziali, aperti, Pip) avrebbe potuto consentire – ferma restando la libertà dei lavoratori di lasciare il trattamento di fine rapporto in azienda per vederselo liquidare con la rivalutazione di legge – di smobilizzare risorse importanti per fornire "massa critica" al settore a capitalizzazione. Ma di mezzo si sono frapposti i soliti conflitti di potere: le parti sociali hanno ottenuto (già dal Governo Berlusconi) di preservare alcune rendite di posizione per i fondi negoziali; le imprese garanzie di carattere fiscale e di accesso al credito, molto macchinose e onerose, a rischio di sanzione europea in quanto configurabili come "aiuti di Stato". L’insieme di queste difficoltà ha portato al rinvio dell’entrata in vigore delle norme applicative solo a partire dal 2008.

Vignetta.

Il Governo Prodi – come ricordato – ha rotto gli indugi e sparigliato le carte. Se saranno approvate le modifiche proposte nella Finanziaria, il 50% del Tfr "inoptato" e rimasto in azienda, sarà "confiscato" a favore di un fondo istituito presso l’Inps e destinato a investimenti infrastrutturali. È dall’epoca del fascismo (allora le risorse dell’Inps finanziarono le avventure dell’Impero) che le risorse dei lavoratori non venivano impiegate in opere del regime. La norma fa acqua da molte parti. Innanzi tutto, immaginare che il Tfr "inoptato" ammonti a più di 5 miliardi di euro (accumulati in sei mesi, visto che è questo il tempo lasciato ai lavoratori per decidere) significa scommettere sul fallimento del conferimento del trattamento di fine rapporto ai fondi pensione e quindi sul mancato decollo della previdenza integrativa in Italia. Inoltre, prima o poi l’Inps dovrà erogare il Tfr ai lavoratori. Dove andrà a reperire le relative risorse se le somme corrispondenti saranno state investite in infrastrutture? Infine, in tanti credono che la Commissione avrà qualcosa da dire su di una posta di bilancio incerta, ancorché consistente, come quella dianzi ricordata, legata a comportamenti non sempre ipotizzabili e preventivabili di milioni di lavoratori.

La "carità pelosa" per i collaboratori

Ai danni dei collaboratori si sta per consumare un’operazione sostanzialmente iniqua, ancorché ammantata di "carità pelosa". Stando al disegno di legge finanziaria, l’aliquota contributiva prevista per la loro gestione presso l’Inps subirà un sostanzioso ritocco di quattro punti percentuali che darebbero luogo, nel 2007, a un maggior gettito stimato tra 500 milioni e un miliardo di euro, anche in conseguenza della revisione dell’aliquota prevista per le altre categorie di contribuenti iscritti alla gestione stessa. È noto infatti che i collaboratori privi di altra copertura assicurativa versano la medesima aliquota dei commercianti (nel 2006, il 17,70% a cui va aggiunto lo 0,50% a copertura di altre prestazioni); i pensionati si fermano al 15% mentre quanti svolgono un’altra attività (solitamente principale) e godono della relativa copertura previdenziale sono tuttora ancorate al prelievo del 10% iniziale. I primi raggiungeranno il 23%; i secondi e i terzi il 16%. Secondo un recente studio dell’Inps (relativo ai soli iscritti che risultino anche contribuenti) erano poco più di un milione coloro che, nel 2004 (i dati si fermano qui ma il trend non è mutato), svolgevano un’attività di collaborazione a titolo esclusivo, 135 mila i pensionati che continuavano a lavorare come co.co.co e 334 mila circa i collaboratori altrimenti occupati.

L’incremento appare critico, quanto ai possibili effetti, per gli appartenenti alla prima categoria di parasubordinati, che costituiscono, in generale, il segmento più debole del mercato del lavoro, il cui reddito medio (sempre secondo lo studio dell’Inps) era pari a 14.300 euro nel 2004, con forti sperequazioni territoriali e di genere. Una flessione dei collaboratori contribuenti si era già verificata negli ultimi anni. Il fenomeno è da correlare – secondo l’Inps – proprio al notevole aumento dell’aliquota contributiva per i lavoratori senza altra attività. La contrazione del loro numero ha interessato le categorie più deboli: oltre il 70% delle collaborazioni perdute ha riguardato le donne e per quasi i tre quarti si è trattato di ragazze e ragazzi con meno di 29 anni di età. Ma è soprattutto sul terreno dell’equità che l’incremento annunciato sembra discutibile e dettato solamente dall’esigenza di fare cassa a scapito di lavoratori privi di santi in Paradiso. La gestione dei parasubordinati è il forziere dell’Inps. Nel 2006 avrà un avanzo pari a 5,8 miliardi di euro. Dal momento della sua istituzione ad oggi, ha "regalato" oltre 33 miliardi di euro alle gestioni deficitarie: risorse solo virtuali (in quanto già impiegate anno dopo anno), di cui i parasubordinati non potranno avvalersi, quando, tra qualche decennio, la loro cassa, divenuta matura, comincerà a erogare le pensioni e a spendere.

Aumentare l’aliquota contributiva per questa gestione significherebbe non solo gravare su magri redditi, ma gonfiare ancor più un avanzo che sarà dirottato a tappare i buchi del lavoro dipendente e (soprattutto) autonomo. Il Governo sostiene che l’aumento dell’aliquota sarà fatto nell’interesse dei collaboratori, visto che, grazie ai maggiori versamenti, essi riceveranno pensioni più elevate. Il fatto è che tale obiettivo poteva essere perseguito in un modo meno oneroso: trattando, cioè, i collaboratori in via esclusiva come, nel 1996, fu disposto per i lavoratori autonomi in regime contributivo (ai quali fu riconosciuto da subito un accredito del 20% ancorché cominciassero a versare solo il 15%). In sostanza, se si vogliono migliorare le pensioni future dei co.co.co. la strada è semplice: basterebbe "sparigliare" l’aliquota di finanziamento da quella di accredito. La seconda potrebbe salire, fin dal 2007, al 25%, concorrendo a formare, così, un montante contributivo più robusto. La prima aliquota proseguirebbe, invece, il suo graduale e progressivo incremento di uno 0,50% l’anno. Così almeno i collaboratori (e i giovani) potrebbero consumare in proprio, per qualche tempo, le risorse da loro stessi accumulate e generosamente (e inconsapevolmente) distribuite.

Vignetta.

Il fantasma delle pensioni

Le pensioni sono il nuovo "fantasma che si aggira per l’Europa" . Nel vecchio continente, le riforme degli ultimi anni, portate avanti in quasi tutti i Paesi, hanno giovato, in una qualche misura, ai sistemi pensionistici.

I progressi sono modesti, ma evidenti, sia con riferimento alle proiezioni della spesa pubblica sia con riguardo agli obiettivi, tra loro collegati, dell’innalzamento dell’età reale di pensionamento e del prolungamento della vita lavorativa degli anziani. Quanto al primo aspetto, la proiezione elaborata nel 2001 dal Comitato di politica economica della Unione – prendendo a base il dato medio della Ue-15, nel 2000, pari al 10,4% del Pil – aveva ipotizzato un incremento fino al 13,3% nel 2050. La revisione compiuta nel 2006 – con riguardo sempre alla Ue-15 – prevede una modesta riduzione (12,9%) a fine periodo. Verifiche più recenti hanno fornito delle indicazioni più lusinghiere relativamente agli obiettivi posti nel vertice di Barcellona del 2002, quando, in sintonia con i target di Lisbona 2000 (tra i quali l’aumento del tasso di occupazione degli anziani, in età compresa tra 55 e 64 anni, al 50% medio entro il 2010), il Consiglio decise che l’età effettiva media di quiescenza dovesse aumentare di 5 anni (da 58 a 63) nel medesimo arco di tempo. Nel complesso, il tasso d’occupazione dei senior è attualmente pari al 43%. Nella Ue-15 è passato dal 36% del 1995 al 44% nel 2005. Nella Ue-25, dal 36,6% nel 2000 al 43% cinque anni dopo. L’età di uscita dal mercato del lavoro è stimata (nel 2004) intorno a 61 anni.

Tra le difformità riscontrabili nei singoli Stati, una segnalazione particolare merita il caso Italia: le nuove proiezioni della spesa pensionistica al 2050 prefigurano un’incidenza della spesa sul Pil pari al 14,7% rispetto al 14,1% indicato nel 2001. Anche gli interventi della riforma del 2004, secondo la Ue, non saranno, dunque, risolutivi (il trend dell’Italia rimarrà stabilmente al di sopra di quasi due punti rispetto alla media europea), ma si limiteranno ad addolcire il picco della spesa a regime, intorno al 2030, salvo determinare uno spostamento in avanti di qualche anno della curva stessa (la considerazione non è dissimile da quella della Rgs già commentata). È bene allora valutare con attenzione questi dati, oggi che la questione delle pensioni è nuovamente divenuta una delle sfide del Paese.

Abbiamo ricordato che il Governo vuole rivedere il cosiddetto "scalone" che costituisce l’unico fattore di risparmio derivante dalla legge n. 243/2004. Vedremo in seguito come tale obiettivo si realizzerà. Certo, nel Dpef sta scritto che dovranno essere assunte misure compensative. Non sarebbe sufficiente, però, limitarsi a meccanismi volontari di incentivi/disincentivi (questi ultimi osteggiati dai sindacati) e neppure alla pur doverosa (e contrastata) revisione decennale dei "coefficienti di trasformazione", previsti dalla legge Dini-Treu del 1995 (peraltro il primo tentativo di effettuare la procedura prevista non ha portato fortuna a chi si è azzardato a compilarla).

Vignetta.

Tali parametri (addendi della formula di calcolo della pensione) opereranno solo nel sistema contributivo e produrranno effetti, quindi, in una fase successiva a quella in cui, in forza della riforma Maroni-Tremonti, saranno conseguiti i risultati economici prima ricordati. Inoltre, il meccanismo dei coefficienti tende a scaricare, ferma restando la griglia dell’età pensionabile, le conseguenze delle dinamiche demografiche sulle pensioni penalizzandone l’importo. Trova conferma, dunque, la questione cruciale dell’età effettiva di pensionamento, definita dal governatore Mario Draghi "priorità ineludibile", vista la propensione dei lavoratori ad andare in quiescenza appena maturato il diritto. Elevare progressivamente l’età anagrafica in parallelo con la ridefinizione dei coefficienti potrà, così, restituire adeguatezza alle prestazioni.

La correzione dello "scalone" (magari in termini di maggiore gradualità e magari con percorsi differenziati a seconda delle condizioni di lavoro) non dovrebbe comportare arretramenti, anche culturali, in materia di aumento dell’età pensionabile. Il nostro sta nel novero di quei Paesi il cui tasso di occupazione degli anziani è attestato intorno al 30%, mentre l’età effettiva di pensionamento è aumentata, specie per le donne, ma rimane tuttora intorno ai 60 anni. Purtroppo, però, l’aria che tira è quella mefitica degli ambienti in cui si continuano a rammendare le solite vecchie calze.

Giuliano Cazzola








 

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