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n. 12 DICEMBRE 2006

Sommario

EDITORIALE
Diamo respiro al racconto familiare
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Informare, comunicare o narrare?
DUCCIO DEMETRIO

apep00010.gif (1261 byte) Famiglia, dimmi come parli
FRANCESCO BELLETTI

apep00010.gif (1261 byte) L’istruzione sotto il "vestito strano"
MARIATERESA ZATTONI

apep00010.gif (1261 byte) La narrazione con gli adolescenti
SALVATORE CAPODIECI

apep00010.gif (1261 byte) Trasmettere un sapere femminile
LAURA FORMENTI

apep00010.gif (1261 byte) Come imparare a raccontare di sé
BEPPE PASINI

apep00010.gif (1261 byte) Annunciatori e testimoni della salvezza
ELENA LEA BARTOLINI

DOSSIER
Dall’Archivio il Premio "Pieve-Banca Toscana"
GIULIANO CAZZOLA

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Il bisogno vitale di trasmettere ai posteri
BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Comunicazione a mille all’ora
SERGIO MANFIO

Un figlio troppo a lungo giustificato
ORSOLA VETRI (A CURA DI)

MATERIALI & APPUNTI
La fiaba, strumento di relazione
SIMONA TROVATI

La scrittura tra simbolo e identità
MANUELA MARIA MANCINI

CONSULENZA GENITORIALE
Quando raccontare confonde e nasconde
EMANUELA CONFALONIERI

POLITICHE FAMILIARI
Scuola, quanto mi costi?
LORENZA REBUZZINI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Zapatero e la sua politica
STEFANO STIMAMIGLIO

IL CISF INFORMA
Lavoro a misura di famiglia?

LIBRI & RIVISTE

 

 NELL’ ERA PRE-DIGITALE

La narrazione con gli adolescenti

di Salvatore Capodieci
(psichiatra, psicoterapeuta psicoanalitico, Mestre Venezia)

Raccontare una storia anziché descrivere un fenomeno rappresenta un’operazione formativa e la scelta di un modello di conoscenza. L’adolescente, oggi, ha sete di narrazione perché è in questa dimensione che ritrova lo spazio e il tempo per la propria vita.
  

Raccontare ed esercitare la maieutica sulle narrazioni dei giovani vuol dire praticare una pedagogia narrativa che si prende carico del fatto che raccontare non è mai innocente, neutro o superficiale. Il processo formativo è narrativo.
  

La scoperta del diario di un adolescente dell’era digitale: gli studi psicopatologici sull’adolescenza del terzo millennio hanno fatto un notevole passo avanti con la scoperta del blog(1) di Nick, un adolescente di 16 anni vissuto nei primi decenni del XXI secolo. Si riportano quelli che si ritengono i brani più importanti:

Dicembre 2032 o XVII anno della Noosfera. Ieri sera è accaduto un fatto incredibile! Intorno alle 21.30 un black-out ha colpito la mia città e per circa 2 ore siamo rimasti al buio. Il computer non si collegava, la Tv restava spenta, anche i miei giochi elettronici risultavano disattivati. Non potevo chattare con nessuno, non potevo accedere al gioco di ruolo che faccio da anni su Internet con un gruppo di amici virtuali, neppure un videolibro da consultare o un wikipedia per preparare l’interrogazione che avrei avuto in videoconferenza il giorno dopo. Solo buio e i miei strumenti informatici come fossero all’improvviso tutti morti.

Vado allora in salotto dove è seduto mio nonno, che era stato invitato a cena dai miei genitori e mi siedo di fronte a lui. Essendo nato nel 1957 appartiene all’era analogica e non è un digitalico come siamo noi giovani nati dal 2015 in poi.

Mi chiede come mai non fossi in camera mia. Gli spiego che a causa del black-out non sapevo cosa fare e allora il nonno comincia a fare un "thread"(2) a voce, spiegandomi che ai suoi tempi si chiamava "raccontare una fiaba". Lentamente mi lascio andare, sprofondando nel divano, nella stanza illuminata solo dalle luci di emergenza provenienti dalla strada. Nella penombra con gli occhi socchiusi vengo attraversato da sensazioni per me assolutamente nuove. Il nonno con la sua voce calda mi racconta la storia di un certo Robinson Crusoe, che viveva in un’isola deserta. Finché un giorno scopre l’impronta di un uomo sulla sabbia e capisce di non essere più l’unico abitante. Pensate, questa storia è stata scritta da un inglese in un’epoca lontanissima! Il racconto del nonno esercita su di me una strana sensazione. Posso rimanere con gli occhi chiusi e quando lui mi parla del mare immagino di sentire il cd audio che si intitola "suoni della natura" nella traccia "il mare". Quando il suo racconto descrive la foresta mi vengono in mente le immagini multimediali che mostrano la foresta..., quando mi descrive gli animali e i fiumi mi tornano in mente le immagini del corso on line di geografia.

Noi adolescenti della Noosfera non usciamo quasi mai da casa e passiamo il tempo davanti a uno schermo (computer, Tv, videogioco) o ci colleghiamo con amici virtuali per i giochi di ruolo. Anche le scuole non esistono più! Troppo care e inutili. Adesso il canale 782 della Tv interattiva trasmette le lezioni e poi, grazie a schede che arrivano on line, si supera l’interrogazione e si conosce immediatamente la votazione. Qualche volta con la Realtà Virtuale si può sostenere la tesina di storia: si ha una sensazione tridimensionale con un’insegnante virtuale.

Il nonno continua a parlare e io avverto come un piacevole solletico alle orecchie. Che strano ricevere un segnale comunicativo utilizzando l’udito invece della vista! Il messaggio mi giunge anche se è quasi buio e non mi trovo davanti a uno schermo! Ogni tanto mi viene il desiderio di interrompere il nonno e sento che le mie dita si muovono come fossero sulla tastiera... Debbo concentrarmi e usare la voce per comunicare. Che cosa buffa!

La sua voce calda e avvolgente mi culla e mi sembra di essere tenuto in braccio come quando da piccolo stavo con la tata-robot. La mia voce, invece, suona fredda, metallica, senza intonazioni, perché noi giovani digitalici non usiamo quasi mai la voce per comunicare, ma le dita per scrivere sulla tastiera.

Terminata la fiaba sento il desiderio di chiedere a mio nonno alcune cose riguardanti la sua era analogica. Pensate che quando lui aveva la mia età non esistevano "personal number", ma solo "family number"! Se un amico lo cercava doveva comporre il numero su un telefono e suonava un apparecchio in casa. Provate ad immaginare, c’era un solo telefono per tutta la famiglia e, cosa incredibile, avevano tutti la stessa suoneria! Se rispondeva la bisnonna lo chiamava ad alta voce e lui veniva a rispondere. Ah, sì! Dimenticavo: il telefono, faccio fatica a capirlo, era fermo, grande e fissato al muro.

Quando il nonno aveva terminato di parlare, sua mamma gli chiedeva: «Cosa voleva il tuo amico Giovanni?». Era così anche per la posta: nessuno possedeva una casella postale personale, ma c’era una cassettina di metallo nel portone di ingresso dove un uomo infilava delle lettere fatte tutte di carta! Pensate che certe volte la bisnonna gliele apriva e leggeva cosa gli scriveva la nonna quando erano fidanzati! Non era come all’epoca dei miei genitori in cui ognuno aveva almeno un cellulare e si potevano fare degli squilli o inviare degli sms senza che nessuno potesse scoprirlo.

Cari amici del blog, queste due ore passate nella penombra del salotto ad ascoltare il nonno sono state per me un’esperienza davvero irripetibile.

Nel corso della storia dell’uomo si possono distinguere varie fasi nella trasmissione del sapere.

Inizialmente erano gli anziani, i "saggi" della comunità che trasmettevano quello che conoscevano. Ancora oggi, come dice Amadou Hampatè Ba, scrittore del Mali, nelle culture dove domina la trasmissione orale delle conoscenze si dice che quando muore un vecchio è come se bruciasse una biblioteca. La cultura veniva trasmessa attraverso riti, racconti, oggetti materiali (statue, per esempio) oppure con le incisioni rupestri.

Nel 3000 a.C. l’utilizzazione della scrittura ha comportato una trasformazione radicale che ha dato vita all’organizzazione statale, alla civiltà, alla scuola che si avvale della possibilità di accumulazione del sapere.

Un ulteriore stadio è rappresentato dall’invenzione dell’alfabeto che porta a una maggiore facilità di lettura e scrittura. Successivamente è arrivato il Libro, come la Bibbia o il Corano o i classici greci, opere in cui era racchiusa la verità e dalle quali si poteva ricavare tutto il sapere mediante il lavoro dell’interpretazione.

Aspetti narrativi e rivoluzione tecnologica

Poi, sintetizzando, nel ’400 con Johann Gutenberg e Aldo Manuzio è arrivata la stampa e quindi la biblioteca. Intorno al 1950 nascono i computer e nel 1969 Internet. Nel 1971 viene scoperto il microprocessore, nel 1980 inizia l’era dei computer di massa e dei pc e nel 1990 arriva il world wide web (www). Nel 1994 nasce il primo motore di ricerca e nel marzo 2000 vi sono già oltre 300.000.000 di utenti on line.

La nuova rivoluzione digitale della trasmissione della cultura ha delle caratteristiche essenziali, come l’ubiquità del segno (se un segno culturale è presente in Rete lo è ovunque), l’interconnessione di tutti i segni tramite l’ipertesto, che crea un metadocumento e aspetti come il dinamismo e l’autonomia dei software degli utenti.

Si comincia quindi a parlare di cyberspazio, inteso come la piena integrazione tra Internet e la realtà virtuale, ovvero la possibilità di esplorare un mondo tridimensionale, regolato da un incessante scambio di dati e informazione tra uomo e macchina e viceversa.

Gibson (1984) conia il termine per alludere alla creazione di un luogo virtuale, simulato in Rete e generato dal computer, che obbedisce a proprietà del tutto nuove di ubiquità, istantaneità, accessibilità, trasparenza e replica indefinita.

Siamo, di fatto, sempre più immersi in un mondo ipertestuale di "bit" (i più piccoli elementi del Dna dell’informazione, capaci di viaggiare alla velocità della luce) e di interattività, dove la formazione di comunità virtuali e la completa affermazione della società della Rete hanno dato luogo alla nascita della cultura digitale o "cybercultura".

Lévy (1999) ritiene che la finalità più elevata di Internet sia la creazione di una profonda modificazione del corpo e della mente individuali. L’idea portante di questo filosofo è "l’intelligenza collettiva" che consiste nel manifestarsi, in forma conscia ed evidente, di un fenomeno da sempre immanente nelle nostre esistenze: la mente non è legata soltanto al "qui e ora", né tanto meno è rinchiusa all’interno di un sentire e un sapere soggettivi, bensì è sorretta, mossa, animata e trascinata da un sapere passato e presente, transgenerazionale e transindividuale, veicolato a tutti da chiunque e proveniente da ogni dove.

Vignetta.

Sul World Wide Web si passa il tempo a selezionare. L’utente pone una domanda, va su un motore di ricerca, chiede quello che è di suo interesse e gli vengono indicati i siti dove trovarlo. Il navigatore comincia, allora, a passarli rapidamente in rassegna e a selezionarli, gran parte del suo lavoro consiste in un filtraggio, in una scelta, in una selezione.

Pierre Lévy (2006) preannuncia che sta per nascere una nuova generazione di strumenti: i famosi "agenti intelligenti", che faciliteranno questa operazione di filtro, selezione e addirittura una specie di cartografia dinamica dell’informazione, qualcosa di cui oggi abbiamo solo una vaga idea.

Questa cartografia ci permetterà di dirigerci verso le zone del Web in cui si trova l’informazione che ci interessa. Tutti questi strumenti si svilupperanno rapidamente.

Secondo Lévy, l’umanità si sta dirigendo verso la Noosfera(3), concetto coniato da Vladimir Vernadsky, come livello successivo alla biosfera. Ripreso da Teilhard de Chardin, per designare, all’interno della sua particolare visione evoluzionistica assolutamente non materialistica, il nuovo regno che farà seguito a quelli vegetale e animale.

In che modo, tenendo conto di questi aspetti evolutivi, si può parlare di narrazione in quell’età che, come l’adolescenza, è la più sensibile ai cambiamenti sociali?

Occorre affrontare il tema della Y-erless generation, termine derivante da Y, che sta per why, e wireless (senza fili). È l’acronimo con il quale si definisce una nuova generazione di giovani (soprattutto adolescenti che hanno fatto del vivere con le tecnologie la loro caratteristica distintiva) che si fa interprete del cambiamento in corso: la cosiddetta rivoluzione digitale.

L’accezione -erless richiama l’importanza crescente che tutte le tecnologie mobili stanno assumendo nel quotidiano di molti giovani professionisti che non riescono ad abbandonare quella parte irriflessiva e giocosa, cristallizzata nell’atari computer quando avevano 6 anni e, oggi, in un telefono Gprs o in un palmare.

Savani (2003) precisa che la Y-erless comprende una fascia di persone tra i 14 e i 35 anni circa, ripartiti in tre gruppi distinti: adolescenti dai 14 ai 19 anni, techno fun tra i 20 e i 25 anni, giovani professionisti tra i 25 e i 35.

Gli indicatori di appartenenza alla generazione Y-erless sono i seguenti:

partecipazione a comunità virtuali (gruppi generazionali aperti, anche se prevalentemente composti da adolescenti),

uso intensivo e permanente di tecnologie digitali,

uso delle tecnologie per "organizzare" la vita,

uso intensivo di tecnomediazione della relazione interpersonale.

Una caratteristica, afferma Cantelmi (2006), è la tendenza a sperimentare il superamento del limite, favorito dalla connessione permanente wireless, che può portare alla frammentazione on line del Sé. Il bisogno principale dell’adolescente diventa stabilire relazioni attraverso il cyberspazio e la relazione stessa è trasformata in "connessione".

Le affordances digitali(4) generano la sensazione di una locomozione psicologica nel cyberspazio, che diviene così il luogo privilegiato dell’incontro interpersonale, trasformato a sua volta in una straordinaria interconnessione.

La Y-erless generation costituisce un punto di transizione antropologica fra il pre-digitale e il digitale, inizio di una svolta le cui conseguenze non sono ancora pienamente prevedibili e comprensibili.

C’è chi, come Daniel Wang, il socio principale della Roadmap Associates, prefigura scenari apocalittici sostenendo: «Avere personalità multiple diventerà una cosa comune e la cyberpsichiatria prolifererà» (Anderson, Rainie, 2006).

Ma torniamo alla narrazione che è un concetto universale e trasversale che va dalla trasmissione orale all’era digitale essendo connaturata all’uomo: essa è stata lo strumento principale della costruzione e della trasmissione del sapere. Non si ha testimonianza di civiltà che non l’abbiano utilizzata; la narrazione attraversa le culture, le epoche, i luoghi: è presente dalla notte dei tempi e, speriamo, che lo sia sempre.

La narrazione si associa alla lettura ad alta voce ed evoca in noi qualcuno che parla e qualcuno che ascolta, come nel racconto immaginario di Nick e suo nonno.

Le storie e le narrazioni hanno sempre avuto un ruolo preminente nella vita quotidiana. Si constata invece, nell’epoca attuale, una crisi del narrare. Aveva anticipato questa condizione Benjamin (1976) che affermava: «Capita sempre più di rado d’incontrare persone che sappiano raccontare qualcosa come si deve e l’imbarazzo si diffonde sempre più spesso quando, in una compagnia, c’è chi vorrebbe sentirsi raccontare una storia. È come se fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa e sicura di tutte: la capacità di scambiare esperienze».

Lo scopo originario della narrazione, in particolare per gli adolescenti, è quello che Eco (1994) definisce in analogia con la funzione dei miti «dare forma al disordine delle esperienze».

L’antropologia, la storia, la sociologia, la pedagogia, la psicologia, la psichiatria e la psicoanalisi sono discipline che hanno sempre messo in luce l’importanza del concetto di narrazione. Le storie, sia quelle costruite dallo scienziato che dalla persona comune, sono modi "universali" per attribuire e trasmettere significati circa gli eventi umani (Smorti, 1997).

Se abbiamo di fronte un adolescente, raccontare una storia anziché descrivere un fenomeno rappresenta un’operazione formativa e la scelta di un modello di conoscenza. Raccontare ed esercitare la maieutica sulle narrazioni dei giovani vuol dire praticare una pedagogia narrativa che si prende carico del fatto che raccontare non è mai innocente, neutro o superficiale.

Il processo formativo, affermano Batini e Del Sarto (2005), è sempre e comunque peculiarmente narrativo: si racconta e ci si racconta, altrimenti il sapere sarebbe condensabile in supporti magnetici più o meno miniaturizzati. Il processo formativo è, invece, intrinsecamente relazionale e nella relazionalità la negoziazione del proprio sé con quello altrui è elemento di vitale importanza: in questo senso la narrazione può trovare la propria validazione come strumento di formazione. Il narrare formativo è la costruzione di significati, la costruzione di realtà possibili, che non sono solo quelle confinate nel mondo virtuale della cybercultura, ma anche del futuribile.

Educatori, genitori, insegnanti, terapeuti non possono non accettare la sfida attuale e dare un "impianto narrativo" al percorso educativo, riabilitativo o terapeutico. Occorre riprendere concetti come "educare narrando" o "curare raccontando una storia" concependo la pedagogia e la terapia non solo come spazio e tempo della trasmissione del conoscere o della testimonianza della presenza e/o dell’esperienza, ma anche come ascolto reciproco tra soggetti narranti dall’identità innanzitutto narrativa (Nanni, 1996; Ferro, 1996; Mantegazza, 1999; Taylor, 1999).

L’adolescente, oggi, ha sete di narrazione perché è in questa dimensione che ritrova lo spazio e il tempo per la propria vita. Chiunque si occupi di adolescenza non deve rinunciare alla propria capacità narrativa e può esprimerla (anche utilizzando moderni mezzi tecnologici come Power Point, filmati digitali, blog, siti internet, realtà virtuale) nelle principali direzioni di crescita dell’adolescente che tengano conto dei contenuti, degli aspetti pedagogici, formativi e terapeutici di questa fase della vita.

Vignetta.

Mondo reale e artificiale

Nell’ormai lontano 1995, affrontando i primi fenomeni relativi all’allora emergente cybercultura commentavo che «a fianco del fascino offerto dalla sofisticazione e dalla perfezione artefatte (che sempre più caratterizzerà la tecnologia futura), dobbiamo porci degli interrogativi riguardanti il significato del desiderio di sostituire il mondo reale, teatro del dramma e dell’imprevedibile, con un mondo artificiale, perfetto e virtuale...» (Capodieci, 1995).

Le osservazioni cliniche di questi anni ci hanno mostrato che le aspettative e le speranze con le quali un numero sempre maggiore di adolescenti si rivolge alla Rete nel tentativo di appagare un bisogno insoddisfatto di socialità, di vincere le ansie relazionali o di sopperire, in alcuni casi, alla mancanza o all’impossibilità di contatto interpersonale, sembrano richiamare non solo un profondo desiderio di incontro con l’altro, ma soprattutto l’estrema difficoltà ad accettare le incertezze, le frustrazioni e i potenziali rischi che esso realmente comporta. Il cyberspazio si profila allora, per alcuni adolescenti, come un nuovo catalizzatore affettivo, un luogo in cui gli scambi emozionali vengono facilitati e amplificati, suscitando la percezione intuitiva di un’intensa sintonia, convergenza, sincronicità con l’interlocutore e consentendo di raggiungere rapidamente, grazie alla mediazione dello strumento tecnologico, elevatissimi livelli di intimità (La Barbera, 2006).

La possibilità di ampliare i confini della conoscenza ed esprimere emozioni e aspetti inesplorati della propria soggettività si realizza, però, solo laddove la realtà off line viene riconosciuta come distinta e autonoma dalla realtà virtuale, che di essa si alimenta e si arricchisce.

Gli aspetti educativi, formativi e terapeutici rivolti all’adolescente non possono rinunciare alla loro dimensione intrinsecamente narrativa. Occorre raccontare le emozioni, i sentimenti, le motivazioni Anche il mondo della scuola deve tenere conto di questa sfida.

Gli insegnanti del futuro dovranno essere dei manager e degli animatori della conoscenza, piuttosto che persone che detengono e impartiscono un sapere. Dovranno insegnare agli studenti come andarselo a cercare, perché quegli allievi dovranno continuare a farlo per tutto il resto della loro vita sociale e professionale, e non ci sarà sempre un docente che potrà metterli davanti a un’informazione preconfezionata.

L’adolescente, a chi si occupa di lui, richiede un atteggiamento improntato a insegnare l’ascolto e al produrre narrazioni. Sono queste le modalità psicopedagogiche che fanno sì che il Sé adolescenziale possa strutturarsi in modo autentico rifuggendo il rischio dello sviluppo di un falso Sé (Capodieci, 2006).

L’aspetto narrativo, infine, deve preparare all’autobiografia, al diario (anche se si chiama blog), che non deve essere solo un disvelamento a sfondo narcisistico o una giustificazione a posteriori delle scelte che sono state compiute nel corso della propria esistenza, ma vuol dire scrivere la propria storia, il proprio romanzo.

Un romanzo, infine, che nel caso della psicoterapia si intreccia e sorge dal ricordo di quello strano racconto che è la relazione "terapeutica".

Salvatore Capodieci
   

VIDEOGIOCATORI

Quasi un italiano su due gioca ai videogiochi (il 43% della popolazione). Questo è il dato che risulta dal secondo Rapporto annuale sulla stato dell’industria videoludica presentato di recente dall’Aesvi (Associazione editori software videoludico italiana).

Secondo il medesimo studio il 61% dei giocatori sono uomini mentre l’età media è di 28 anni (oltre il 71% è maggiorenne), anche se un altro dato segnala che il 96% dei ragazzi tra i 6 e i 17 anni videogioca. Il mercato italiano si rivela in crescita (+ 10,9) ponendo l’Italia al quinto posto nella classifica europea, guidata dal Regno Unito e Germania.

  
  
BIBLIOGRAFIA

  • Anderson J., Rainie L., The Future of the Internet II, pubblicato sul sito di Pew Internet & American Life Project, Washington, D.C, il 24.09.2006; www.pewinternet.org/PPF/r/188/report_display.asp

  • Batini F., Del Sarto G., Narrazioni di narrazioni. Orientamento narrativo e progetto di vita, Centro Studi Erikson, Trento 2005.

  • Benjamin W., Il narratore. Considerazioni sull’opera di Leskov, inAngelus Novus. Saggi e frammenti, tr. it., Einaudi, Torino 1976.

  • Cantelmi T., Y-erless generation: nuovi percorsi dell’immaginario giovanile. Relazione presentata al XLIV Congresso nazionale della Società italiana di psichiatria "Metamorfosi nella psichiatria contemporanea", Palacongressi d’Abruzzo, Montesilvano, 15-20 ottobre 2006.

  • Capodieci S., "Il nuovo mito della caverna, ovvero, illusioni e stati "come se" tra informatica e psicopatologia", in A. Peluso (a cura di) Informatica e affettività. L’evoluzione tecnologica condizionerà i nostri sentimenti?, Città Nuova Editore, 1995, pp. 77-85. Pubblicato anche nella rivista telematica Psychomedia, Area: Memoria e (tele)comunicazione, 7 maggio 1998; www.psychomedia.it/pm/telecomm/telematic/capox1a.htm

  • Capodieci S., Luci e ombre dei blog. Commento all’articolo di Antonio Spadaro "Il fenomeno blog", in Pol.it, Rubrica Counterpoint, febbraio 2005; www.polit.org/ital/counterpoint2-2.htm.

  • Capodieci S., L’avventura della conoscenza di sé, Famiglia Oggi, vol. 3, 2006, pp. 15-22.

  • Eco U., Sei passeggiate nei boschi narrativi, Bompiani, Milano 1994.

  • Ferro A., Nella stanza d’analisi. Emozioni, racconti, trasformazioni, Cortina Raffaello, Milano 1996.

  • Gibson W., Neuromancer, New York: Ace Books, 1984, tr. it. Neuromante, Ed. Nord, Milano 1986.

  • La Barbera D., Psicotecnologie e regolazione della funzione affettiva: gli stili emozionali e cognitivi tecnoindotti. Relazione presentata al XLIV Congresso nazionale della Società italiana di psichiatria "Metamorfosi nella psichiatria contemporanea", Palacongressi d’Abruzzo, Montesilvano, 15-20 ottobre 2006.

  • Lévy P., L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del cyberspazio, Feltrinelli, Milano 1999.

  • Lévy P., Il Web e il futuro del linguaggio, Relazione presentata al XLIV° Congresso nazionale della Società italiana di psichiatria "Metamorfosi nella psichiatria contemporanea", Palacongressi d’Abruzzo, Montesilvano, 15-20 ottobre 2006.

  • Mantegazza R., Un tempo per narrare. Esperienze di narrazione a scuola e fuori, Emi, Bologna 1999.

  • Nanni A., La pedagogia narrativa: da dove viene e dove va, in: Raffaele Mantegazza (a cura di), Per una pedagogia narrativa, Emi, Bologna 1996.

  • Savani M., Generazione Y-erless. Alchera Words 2003.

  • Smorti A., Il Sé come testo, Giunti, Firenze 1997.

  • Taylor D., Le storie ci prendono per mano, Frassinelli, Piacenza 1999.








 

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