Famiglia Oggi.

Logo San Paolo.
Sommario.

Numeri precedenti.        

Cerca nel sito.       

n. 12 DICEMBRE 2006

Sommario

EDITORIALE
Diamo respiro al racconto familiare
la DIREZIONE

SERVIZI
apep00010.gif (1261 byte) Informare, comunicare o narrare?
DUCCIO DEMETRIO

apep00010.gif (1261 byte) Famiglia, dimmi come parli
FRANCESCO BELLETTI

apep00010.gif (1261 byte) L’istruzione sotto il "vestito strano"
MARIATERESA ZATTONI

apep00010.gif (1261 byte) La narrazione con gli adolescenti
SALVATORE CAPODIECI

apep00010.gif (1261 byte) Trasmettere un sapere femminile
LAURA FORMENTI

apep00010.gif (1261 byte) Come imparare a raccontare di sé
BEPPE PASINI

apep00010.gif (1261 byte) Annunciatori e testimoni della salvezza
ELENA LEA BARTOLINI

DOSSIER
Dall’Archivio il Premio "Pieve-Banca Toscana"
GIULIANO CAZZOLA

RUBRICHE
SOCIETÀ & FAMIGLIA
Il bisogno vitale di trasmettere ai posteri
BEPPE DEL COLLE

MASS MEDIA & FAMIGLIA
Comunicazione a mille all’ora
SERGIO MANFIO

Un figlio troppo a lungo giustificato
ORSOLA VETRI (A CURA DI)

MATERIALI & APPUNTI
La fiaba, strumento di relazione
SIMONA TROVATI

La scrittura tra simbolo e identità
MANUELA MARIA MANCINI

CONSULENZA GENITORIALE
Quando raccontare confonde e nasconde
EMANUELA CONFALONIERI

POLITICHE FAMILIARI
Scuola, quanto mi costi?
LORENZA REBUZZINI

LA FAMIGLIA NEL MONDO
Zapatero e la sua politica
STEFANO STIMAMIGLIO

IL CISF INFORMA
Lavoro a misura di famiglia?

LIBRI & RIVISTE

 

 DOSSIER - UN MONUMENTO NAZIONALE ALLA MEMORIA

DALL’ARCHIVIO IL PREMIO
"PIEVE
-BANCA TOSCANA"

L’Archivio di Pieve non è solo un luogo in cui la memoria si conserva. È il posto in cui i ricordi e le narrazioni di sé parlano agli altri, un monumento nazionale della memoria che accoglie studiosi e curiosi da tutto il mondo, dove i diari diventano libri, film e spettacoli teatrali, ispirando una serie infinita di percorsi autobiografici. Ogni settimana si riuniscono intorno a un lungo tavolo i tredici lettori della Commissione popolare che ha il compito di selezionare i testi del concorso annuale per scegliere dieci finalisti, dopo averne letti e valutati centocinquanta, che parteciperanno al "Premio Pieve - Banca Toscana", ideato nel 1984.

UNO STRAORDINARIO VOLONTARIATO CULTURALE
LA CITTÀ DEL DIARIO
  
di Loretta Veri
(direttrice organizzativa dell’Archivio diaristico)

«Una notte non avevo più carta. La mia maestra Angiolina Martini mi aveva spiegato che i Truschi avevano avvolto un morto in un pezzo di stoffa scritto. Ho pensato se l’hanno fatto loro lo posso fare anch’io. Le lenzuola non le posso più consumare col marito e allora ho pensato di adoperarle per scrivere»(1).

In un grande lenzuolo a due piazze, sulle trame di una spessa tela di lino, la contadina Clelia Marchi ha scritto la storia della sua vita, la sua e quella del suo amato Anteo, morto tragicamente investito per strada. Il Lenzuolo di Clelia, conservato dal 1986 nell’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano, è diventato il simbolo di questa originale istituzione che raccoglie diari e memorie degli italiani.

L’Archivio di Pieve non è solo un luogo in cui la memoria si conserva. È il posto in cui i ricordi e le narrazioni di sé parlano agli altri, un monumento nazionale della memoria che accoglie studiosi e curiosi da tutto il mondo, dove i diari diventano libri, film e spettacoli teatrali, ispirando una serie infinita di percorsi autobiografici.

Ogni settimana si riuniscono intorno a un lungo tavolo i tredici lettori della Commissione popolare che ha il compito di selezionare i testi del concorso annuale per scegliere dieci finalisti dopo averne letti e valutati centocinquanta. Il loro lavoro è oneroso e spesso lo svolgono per molti anni di seguito. Non è facile leggere e valutare scritture che contengono le storie di vita di altre persone. Si ha la sensazione di giudicare la loro vita, in alcuni casi, più che la loro scrittura.

Il Premio Pieve-Banca Toscana, ideato nel 1984 da Saverio Tutino all’atto di nascita dell’Archivio diaristico, è la molla che fa scattare l’invio di tante testimonianze autobiografiche a Pieve Santo Stefano. Il premio attiva una selezione annuale, appunto, nella quale la Commissione popolare sceglie i dieci finalisti del concorso, li affida alla Giuria nazionale che li valuta a sua volta per designare il vincitore che riceve la pubblicazione del testo e un premio simbolico in denaro.

Sulla selezione del concorso e sull’opportunità di mettere in competizione i racconti personali della gente comune si è detto e scritto molto. In realtà la selezione è ben altro che uno strumento di osservazione indiscreto sulla vita della gente ed è ben altro che un meccanismo abusato in molti premi letterari di cui l’Italia è piena. C’è, immancabilmente, l’aspetto di scelta che, premiando alcuni, ne esclude altri. Ma c’è anche molto altro.

Un’intera vallata, la Valtiberina, che si dedica tutto l’anno alla lettura di memorie e diari. Chi non fa parte dei tredici lettori ufficiali può comunque leggere i testi della selezione per esprimere un parere che sarà confrontato con quello degli altri. Uno straordinario volontariato culturale che trasforma chi legge diari in ascoltatori di storie e, a loro volta, in narratori. Non è scontato che, oltre alla lettura, ci si dedichi con energia e assiduità a un confronto aperto, diretto, settimana dopo settimana, per condividere altri pareri e per appassionarsi alle storie di vita. Il lavoro dei lettori non è quello di affidare giudizi a una scheda per stilare classifiche. È proprio il confronto che anima le riunioni settimanali, l’elemento che qualifica la selezione del concorso.

Ma è bene dire che esiste la possibilità di depositare semplicemente il proprio testo nell’Archivio dei diari, quindi la decisione di concorrere è sempre una scelta dell’autore o di chi presenta lo scritto autobiografico. Una decisione consapevole, a volte un’opportunità – quella della pubblicazione – sperata o cercata con determinazione, quando il Premio Pieve diventa un ripiego ai rifiuti delle case editrici.

A conclusione della selezione, quando i dieci finalisti sono decisi, nell’organizzare le giornate della festa dei diari, si dedica particolare attenzione all’incontro fra lettori e diaristi. Così la conoscenza si realizza pienamente. I lettori vedono materializzarsi in persone, le storie che li hanno appassionati, e i diaristi incontrano i lettori ideali ai quali hanno affidato le trame più intime della loro vita.

Nella festa dei diari che si tiene ogni anno a settembre si accolgono tutti, non solo i prescelti. Chi non è entrato nella rosa dei finalisti ha così l’opportunità di capire l’importanza dell’aver spedito a Pieve il proprio diario o la propria memoria, anche se il gesto era inizialmente dettato solo dal desiderio di vincere un premio. È una sorta di magia, che ha a che fare con l’accoglienza, con l’ospitalità, con la suggestione di un luogo dove ci si prende cura delle storie delle persone affinché le tracce di memoria non si perdano.

Un’anziana signora di Milano, descrivendo i suoi diari in una lettera all’Archivio, centra in poche semplici parole tutto il significato racchiuso nell’Archivio dei diari di Pieve:

«In questo anno mi ero decisa a buttarli via. Ho ottanta anni. Fino all’anno scorso mi dispiaceva distruggerli e avrei voluto che almeno una persona li leggesse – per non pensare che io – dato che non ho avuto ne marito ne figli sarei passata in questa vita senza che nessuno avesse notato la mia presenza senza lasciare neanche una piccola impronta».

Visitare l’Archivio, vedere le cartelle ordinate, una accanto all’altra, che contengono le storie arrivate a Pieve dal 1984 ad oggi – e sono ormai quasi 6.000 – vuol dire trovarsi di fronte a un patrimonio collettivo di memoria. Ed è proprio attraverso l’incontro con l’Archivio e l’ascolto delle storie che qui si conservano, che si acquisisce pienamente il valore di questo luogo unico. Spesso il viaggio che accompagna uno scritto a Pieve è di per sé una storia che vale la pena raccontare. Ognuno di noi ha le sue narrazioni preferite, che ripete sempre uguali, infinite volte, senza mai stancarsi. Io stessa ne avrei decine e decine.

Ne scelgo due, legate a due diari che sono importanti come documenti, preziosi come racconti di vita, ma anche straordinari per il loro viaggio verso l’Archivio. Tutti e due mi hanno coinvolta personalmente, tutti e due sono diventati libri. Il primo è il diario di una donna della provincia di Latina, il secondo di un giovane romano, martire delle Fosse Ardeatine.

I testi arrivano all’Archivio per posta, in pacchi più o meno voluminosi. Le persone che sono interessate a inviare uno scritto a Pieve, il loro o quello di qualche famigliare scomparso, ci contattano tramite lettera, telefono e, ormai sempre più spesso, tramite posta elettronica. Quando ci arriva la telefonata o la mail di una persona che ci descrive un testo prezioso (perché il documento è antico, perché vuole donarci il manoscritto autografo, perché la storia che ci racconta ci sembra particolarmente originale) noi conserviamo gli appunti delle telefonate, le copie di lettere o messaggi in una cartella di "richieste interessanti".

Il quaderno di Luisa

Il diario di Luisa è arrivato in Archivio il 21 marzo 1989. Diviso in quattro quaderni a righe che Luisa aveva consegnato al suo parroco perché non voleva più tenerli in casa e che il suo parroco decide di spedire a noi. Luisa scrive il suo caro quaderno ogni giorno, lo custodisce come un amico segreto del quale non può fare a meno. Lo riempie di amarezze, perché la vita coniugale è un inferno, e lo nasconde fra la biancheria per sottrarlo allo sguardo di un marito violento. Per amore dei suoi due figli, Luisa sopporta una vita impossibile, aiutata dall’amore per la cultura, sorretta dalla scrittura che è la sua unica confidente.

Il 5 novembre 1981 Luisa attacca la sua foto tessera sul primo quaderno e scrive:

«Caro quaderno,
ti accorgerai subito che sono un pò tocca, già solo per il fatto che alla mia età con un marito e 2 figli da badare, una grande casa a due piani da pulire, galline, conigli e maiale quando manca mio marito e mio figlio, devo badare, orto e campagna con mio marito devo fare spesso tante cose (quindi pensa tu se vado a mettermi a perdere tempo con te che non serve proprio a niente e per giunta con la poca scuola che hò, ti puoi immagginare che pasticcio sarà) Però devi sapere che ho troppa voglia di parlare con qualcuno delle mie idee dei miei pensieri ecc.... Sò che se tu potessi parlare mi diresti (quardati intorno e c’è tanta gente, trà la quale potresti trovare la persona giusta per stringere amicizia con la a maiuscola e poi tuo dovere sarebbe di trovare la maniera di costruirla con tuo marito.) Io ti rispondo che ci ho provato e come, ma purtroppo in questo ho fallito da sempre e chissà il perché? Forse lungo tutte queste pagine potrai capire qualcosa di me speriamo. Devi sapere che nel mio primo anno di matrimonio la delusione è stata cocente sul fatto che un marito può anche non essere capace di essere amico della moglie, quindi quanto spesso sono stata sola in casa mi sentivo scoppiare dalla solitudine e prendevo penna e quaderno per scrivere la mia tristezza, ma dopo alcuni anni l’ho rivisto e l’ho bruciato perché era incomprensibile pensa che erano 10 anni che non scrivevo più se vedessi la mia pagella della quinta elementare ti spaventeresti. Ora però stando vicino ai miei figli per aiutarli a scuola, e leggendo spesso perché mi piace la storia e l’informazione, geografia e scienze anche un pò i romanzi e la politica, sò di essere all’alteza della mia misera cultura e poi ho deciso di accettarmi come sono compresa l’ignoranza quindi hò messo nella facciata la mia foto con tutti i miei dati per sconfiggere ogni tentazione di bruciarti, perché mi guarderò e capirò che tu quaderno sei la vera Luisa nel bene e nel male e rinnegarti sarebbe un suicidio»
(2).

Il diario è presentato semplicemente con il nome di Luisa e colpisce la Commissione di lettura per la forza impressionante della semplicità. Luisa è disarmante nel suo svelarsi al diario, nel racconto della sua vita quotidiana castigata nelle quattro mura domestiche. Sorprende per la forza d’animo, per la capacità introspettiva, per la voglia di riscatto culturale. E fa rabbia, in particolare ad altre donne, il suo rimanere sottomessa e non ribellarsi alle violenze del marito. Tutti quelli che leggono il diario di Luisa hanno una folgorazione e la vogliono aiutare a liberarsi.

Il diario entra nella rosa dei finalisti e procura la stessa reazione nei giurati. «Il diario di Luisa è il diario d’una donna di casa, persa in una totale solitudine. Luisa, nel diario, non parla a nessuno; parla davvero unicamente a se stessa. I rapporti difficili con il figlio, l’incomprensione, la dura indifferenza del marito pesano su ogni sua minima faccenda quotidiana; e tuttavia ogni faccenda quotidiana viene compiuta e descritta con una puntigliosità pertinace. All’inizio, le cure della casa e le faccende domestiche stanno al primo posto quasi che essa prendesse in mano la penna al solo fine di descriverle, e quasi che vi cercasse una sorta di difesa dal pensiero; ma a pari a pari il pensiero vince e diventa la sola cosa che è necessario comunicare alla pagina, essendo la pagina l’unica interlocutrice possibile nel deserto». Con queste parole Natalia Ginzburg esprime il suo voto durante la seduta della giuria del Premio, il 7 settembre 1990.

Per la prima volta il verdetto è unanime: tutti i componenti della giuria vogliono che sia il "caro quaderno" di Luisa a essere premiato sul palco della piazza di Pieve, il pomeriggio successivo. Saverio Tutino, che presiede la seduta, raccoglie i voti, uno a uno, e conclude che non si può premiare Luisa senza essere certi che questo premio le sia gradito. Teme che il marito, descritto come un individuo insensibile e violento, ignaro del diario e del suo contenuto, possa scatenare ancora più furiosamente la sua rabbia su di lei.

La giuria anima una discussione accesa, dove voci femminili premono per l’attribuzione del premio, anche per salvare Luisa dalla sua prigione domestica, nella quale, dopo il clamore, non potrà più rimanere. Si discute molto fino a che si decide di fare una telefonata. Sono io a chiamare la casa di Luisa, perché voci maschili non devono insospettire. Se mi risponderà il marito farò finta di essere un’amica della figlia. Alle sei di sera Luisa è a messa, così telefoniamo in parrocchia e aspettiamo. La riunione per la scelta del vincitore si interrompe e tutta la giuria rimane in attesa della funzione religiosa che si consuma a molti chilometri di distanza, in un paesino della provincia di Latina. Il parroco è la stessa persona che ha inviato i quaderni di Luisa a Pieve. Lui sa. E, dopo la messa, parla con noi e con Luisa. Non si può dare il premio. Luisa è troppo spaventata, i giornalisti la individuerebbero subito, verrebbero a cercarla. Ci troviamo dunque a gestire un premio che non possiamo dare: non è mai successo prima. Pensiamo dunque che la storia di Luisa finisca lì, decidiamo di sigillare il diario, le promettiamo che appena vorrà la festeggeremo e premieremo, speriamo prima possibile, per lei.

Il giorno dopo si parla del premio diviso ex aequo fra due testi molto importanti e significativi. Una bella rosa di finalisti sposta l’attenzione dal diario di Luisa ad altre storie. Quattro anni più tardi Luisa mi telefona: «Sono scappata, vengo a prendermi il premio». È veramente scappata, di notte, dalla finestra della cucina. Non tornerà più dal marito, si è liberata per sempre dalla sua prigione.

Il diario si riapre, si rimette in lettura, si festeggia, si premia. Finalmente, nel 2002, si pubblica, grazie alla sensibilità di Terre di Mezzo che è diventato l’editore del premio. La prima presentazione pubblica de I quaderni di Luisa è a Roma, alla Libreria Bibli. È presente anche Nanni Moretti che ha prodotto un documentario sulla storia di Luisa, per la regia di Isabella Sandri nella serie de I diari della Sacher, tratti da storie dell’Archivio di Pieve. C’è una grande emozione nell’aria. Luisa parla con il pubblico, liberamente, senza più timori e dice: «Adesso so che avrebbero fatto bene a premiarmi, ma non potevo saperlo allora. Mi sarei risparmiata quattro anni di inutile prigionia».

A me che l’avevo sempre incoraggiata, le avevo detto che il suo diario sarebbe diventato un libro e che la sua vita sarebbe cambiata, che avevo continuato a parlare con lei senza mai staccare il filo del nostro rapporto, Luisa scrive una dedica sul suo libro: «Cara Loretta, come avevi visto giusto quell’anno!».

Con l’avvento di Internet e la sua diffusione capillare l’Archivio dei diari di Pieve è scoperto da molte persone facilmente. Se prima la possibilità di essere individuati era affidata alla stampa e al passaparola dei diaristi e visitatori dell’Archivio, con Internet e con la posta elettronica diventa più libera e semplice. Molti ci trovano perché leggono siti che parlano di noi o arrivano a noi indirizzati dai motori di ricerca. Il sito www.archiviodiari.it è sempre quello che abbiamo fatto ormai dieci anni fa, anche se si è arricchito di molti contenuti.

I "pezzi di carta" di Orlando

È Internet che ci regala il diario di Orlando. Il 22 novembre 2000 arriva un messaggio di posta elettronica da parte di Giancarlo Fé che si rivolge al responsabile editoriale dell’Archivio: «Sono in possesso di un diario di un martire delle Fosse Ardeatine, Orlando Orlandi Posti, ucciso il 24 marzo 1944. Questo diario mi è stato lasciato da mia zia, madre di Orlando. È composto da una serie di piccoli pezzi di carta scritti con la mina di una matita, che mio cugino faceva arrivare alla madre arrotolandoli nei colletti delle camicie da lavare, durante la sua detenzione nella prigione della Gestapo di Via Tasso a Roma. Sto cercando la giusta collocazione per fare sì che questo documento sia giustamente valorizzato e sia testimone di un passato da non dimenticare. Distinti saluti. Giancarlo Fé»

Decido di rispondere subito in assenza del destinatario. Rassicuro il signor Fé che il diario ci interessa molto. Fornisco le informazioni necessarie per l’invio, lo esorto a contattarci per qualsiasi dubbio o chiarimento. Non ho motivo di credere che non risponderà, ma stampo il messaggio e istintivamente lo inserisco nella cartella delle "richieste interessanti".

Passa un anno da allora. L’attività dell’Archivio è talmente frenetica che non ci permette di stare concentrati su un solo argomento. Quando riapro la cartella, come faccio periodicamente intorno alla scadenza del premio a dicembre, mi rendo conto che il contatto si è bloccato a questo primo scambio. Abbiamo solo la mail di Giancarlo Fé e questa volta scrive un messaggio il responsabile editoriale dell’Archivio ma non riceve risposta. Qualche tempo dopo insisto di nuovo io, senza esito. Ma ormai l’accanimento è innescato. Mi metto a cercare i Giancarlo Fé presenti in Italia, sperando che il possessore del diario di Orlando possieda anche una linea telefonica intestata e soprattutto non riservata.

Paginebianche.it mi fornisce tre omonimi in Italia, due in Lombardia e uno in Toscana. Chiamo e, finalmente, al terzo tentativo ecco il nostro interlocutore, un pilota aereo che ha casa a Varese, ma vive prevalentemente a Roma. È spesso in viaggio, ha cambiato mail, ma non il proposito di inviarci il diario di Orlando. Mi annoto tutti i riferimenti, i telefoni, la nuova mail e innesco un contatto che durerà a lungo. Nel gennaio 2003 l’Archivio e l’associazione Antiche Prigioni organizzano una serata nell’ambito delle celebrazioni per il Giorno della memoria. Ascanio Celestini incontra il pubblico presso la sede dell’Archivio per parlare dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, prima di presentare il suo spettacolo Radio clandestina, tratto dal bel libro di Alessandro Portelli L’ordine è già stato eseguito, edito da Donzelli. Nel volume il nostro Orlando è citato fra i giovani studenti uccisi alle Ardeatine(3). Parliamo di questo diario anche se ancora non lo abbiamo visto, mostriamo la fotografia di Orlando, detto Opo, che ci è stata spedita in occasione di questo incontro.

L’11 settembre 2003 Giancarlo Fé consegna i foglietti di Opo all’Archivio diaristico. Una serie di pezzetti di carta piccoli, ingialliti, con una grafia ordinata e la matita che sta sbiadendo in alcuni punti. Uno dei foglietti riporta il disegno di una scacchiera con il gioco della dama, ed è consumato più degli altri. Ci emoziona il pensiero che questa scrittura sia stata prodotta nel 1944 da un ragazzo di diciotto anni nel carcere di via Tasso, fatta uscire con un espediente e giunta fino a noi.

«14 marzo 1944
l’alba del mio 18 anno di vita la ho passata in carcere morendo di fame.
Signore iddio fa’ che presto finiscano le sofferenze umane che tutto il mondo sta attraversando, fa’ che tutti tornino alle loro case, fa’ che il lavoro ritorni in ogni dove e così torni la pace in ogni famiglia e tutto torni nello stato normale.
Signore sia fatta la tua volontà»
(4).

Mi impegno personalmente a tentare la via della pubblicazione. Questo documento straordinario deve essere diffuso il più possibile. Provvediamo a una nuova trascrizione, resa complicata dalle parti in cui la matita sbiadisce e dai punti in cui la carta è strappata. Il testo ha qualche lacuna ma riusciamo a dargli una forma, un ordine cronologico, e i foglietti, scarni di parole, raccontano la Storia con la stessa efficacia dei grandi saggi. Camillo Brezzi, direttore scientifico della Fondazione, si accanisce con me alla ricerca della via per pubblicare il libro. Come un cerchio che si chiude presentiamo Opo all’editore Donzelli e chiediamo ad Alessandro Portelli di curare l’introduzione.

Il diario suscita grande interesse presso l’editore che lo pubblica nella collana delle Saggine curando un apparato iconografico che riproduce i foglietti originali. A conclusione di questo lavoro collettivo, il libro, con la bella introduzione di Portelli, il racconto del ritrovamento del diario, la cura nella riproduzione delle immagini e la trascrizione fedele di tutto il testo, diventa un’opera preziosa e aggiunge ai foglietti originali, altre informazioni e altri significati. Si capisce che ognuno di noi che ha lavorato per raggiungere questo risultato ci ha messo una passione speciale.

Al Museo di via Tasso a Roma, ex carcere della Gestapo, quando presentiamo il libro sono presenti anche Giancarlo Fé e altri parenti di Opo che nel frattempo abbiamo rintracciato. La foto di Orlando si trovava già appesa in una delle stanze del Museo e, guardando il volto di questo ragazzo che sembra più grande della sua giovane età come chi è destinato a crescere in fretta perché non vivrà a lungo, penso che ci abbia aspettato con fiducia, per anni.

Ognuno scriva come vuole

Forse il cruccio più grande è quello che le tante storie conservate in Archivio chiedono di essere conosciute, lette, trasformate in parole che escano dagli scaffali di Pieve per raggiungere un pubblico molto più vasto. È un’impresa difficile pubblicare diari. Non solo perché lo è in sé. Gli editori devono trovare, in un diario scritto da uno sconosciuto, la ragione per renderlo noto. È difficile anche perché vorremmo che i nostri testi fossero pubblicati così come sono stati scritti, con l’italiano incespicante e l’immediatezza di chi scrive per sé, senza troppo preoccuparsi di rivedere forma e contenuto. Invece gli editori hanno l’esigenza di trasformare queste scritture, a volte difficili, a volte lente e ripetitive, in testi scorrevoli, in edizioni accattivanti e popolari. La continua mediazione fra le esigenze dell’editore e le aspettative dell’Archivio (che coinvolge sempre anche l’autore o chi ha inviato il testo), è un lavoro a tempo pieno che non ci permette di aumentare in modo consistente le uscite annuali dei diari pubblicati, come invece potremmo fare se non volessimo avere un ruolo di primo piano in ogni operazione editoriale.

Purtroppo, in passato, è capitato che editori anche molto noti abbiano fatto operazioni di intervento pesante sui testi dell’Archivio, nel cui risultato noi non ci riconosciamo, anche quando l’autore è felice perché vede che il suo scritto è stato addirittura migliorato. Come sostiene Saverio Tutino, ognuno scrive il proprio diario o la propria autobiografia come vuole e come può. Ogni scrittura rispecchia chi la produce e andrebbe lasciata così com’è, perché anche la più piccola modifica del testo è un inter-vento arbitrario che trasforma e si impone. Difficile stabilire chi può manipolare una scrittura esistente, a parte l’autore stesso. Eppure è importante che i diari diventino libri e arrivino a tutti. Se è dunque difficile mantenere la stesura originaria dell’autore perché le esigenze di un editore sono diverse da quelle di uno studioso, è anche impossibile pretendere che un editore (a meno di non scegliere edizioni scientifiche destinate a un mercato di nicchia) pubblichi un testo nella sua interezza, senza tagli e senza interventi di alcun tipo. Il compromesso fra queste due estremità è il lavoro editoriale dell’Archivio.

I tentativi di revisione di una scrittura esistente non sono purtroppo operati solo in fase editoriale. Le scritture più antiche incorrono spesso nella penna rossa di qualche zelante famigliare che, presentando il testo a quello che crede un premio letterario, ritiene opportuno correggere ortografia e sintassi, sovrapponendo a una scrittura viva e originale i canoni di scolarizzazione che non appartengono all’autore del diario. Avremmo anche qui decine di casi emblematici da citare.

Tempo fa è arrivato in Archivio un breve diario del viaggio in nave scritto da Giuseppina Croci, una giovane di fine Ottocento che, con grande intraprendenza, affronta l’avventura verso l’Oriente per andare a lavorare a Shanghai nella filanda che il suo pa-drone aveva traslocato dall’Italia. Il diario ci è stato presentato dalla nipote, e la madre di lei, insegnante e figlia dell’autrice del diario, ha riempito il manoscritto autografo con le sue correzioni, riportando in italiano corretto una scrittura che ci arriva dal passato, ci tramanda un altro stile e non può essere toccata.

«Ma !... dovete sapere che il maggior peso del viaggio, si è il dover parlare con tutta gente che non sanno la lingua d’Italia, ma bensì parlare sol di Inglese, si cerca una cosa e non comprendono, si cerca un’altra e non comprendono, insomma tante volte viene la rabbia di darli degli schiaffi. Dovete sapere, miei cari, che questo Bastimento conta pochissimi viaggia-tori; figuratevi in 1a classe vi sono 15 persone, in 2a classe 10 uomini e 2 donne, in 3a classe 3 persone; tante volte quando sono a tavola non viene l’appetito perché sono sempre sola; gli uomini pranzano nel’istessa sala, ma in un tavolo da soli. In quanto alla salute non so che cosa dire, tutti i giorni si soffre lo sconvolgimento del bastimento, si teme sempre più quando si mangia. Nella sera del giorno 9 mi sentivo proprio male, ma come si fa a chiedere qualche cosa che in tendano uno zero? Sappiamo però che siamo di passaggio, e ci vuole una gran pazienza a farsi intendere da cotesta gente. [...]

Ecco il giorno 14 mi levai alla mattina e mi recai sopra il Bastimento spiando col cannocchiale, se c’era qualche novità. Circa alle ore 10 si vide da lontano la città di Said, e in fatti alle ore 11 arrivammo in porto. Il Bastimento si fermò. Oh!!! Dio che cosa dovette vedere!? molti uomini neri come il diavolo, venivano con barche e vaporini per lo scarico del nostro Bastimento. Questa gente si chiamano Arabi della Bissinia. Ànno fatto lo scarico di birra e hanno fatto il carico di carbone. Cari Genitori, se avreste potuto vedere quella povera gente avreste avuto compassione. Io tenevo in tasca alcune nocciuole (avanzo del pranzo), ne diedi alcune da questi morri della Bissinia. Oh!!! Quanti ringraziamenti mi hanno resi; questi morri erano guidati d’un Signore che parlava Italiano, allora gli domandai a questo Signore "che cosa mangiano?" e lui mi rispose che mangiano soltanto che pane, e lavorano come le bestie, portano più di 2 quintali sulle spalle. Cari miei se avreste veduto questa gente, faceva compassione, erano mezzi nudi, un piccolo straccio lordo copriva appena la loro vergogna, del resto erano tutti nudi, ma però non danno scandalo perché avevano la pelle nera come un vellut(5).

Non riuscendo a pubblicare per intero tutti i diari che vorremmo, ci siamo inventati alcune iniziative che nascono dalla nostra esigenza di diffondere il più possibile le narrazioni che sono conservate a Pieve. Una di queste è la creazione di un semestrale dell’Archivio, Primapersona, che dà ampio spazio alle storie di Pieve, in apposite rubriche fisse, e apre dibattiti e confronti internazionali sul tema dell’autobiografia.

Altre sono rubriche pubblicate in Internet, un veicolo straordinario di storie. Nel sito dell’archivio c’è uno spazio denominato "Pagine" nel quale pubblichiamo periodicamente brani di diari dell’Archivio commentati da un lettore della Commissione popolare. È un mezzo per valorizzare più storie di quelle che riusciamo a trasformare in libri, ma anche un modo per far capire come i lettori si appassionano ai testi dell’Archivio. In questa rubrica si pubblicano brani più o meno lunghi, in modo assolutamente fedele rispetto al manoscritto dell’Archivio. Un’altra rubrica è quella pubblicata da SoldiOnline.it e denominata "Soldiario". Il sito si occupa di temi legati alla finanza e ospita brani di diari nei quali si evidenzia la presenza dei soldi – o più spesso l’assenza – nei testi dell’Archivio di Pieve.

Da qualche anno pubblichiamo nel nostro sito anche tutti gli incipit dei diari finalisti del Premio Pieve per far conoscere meglio lo stile di scrittura dei testi prescelti. Tutta questa raccolta di brani rappresenta una sorta di antologia on line, che si arricchisce sempre più e che rispecchia bene la multiforme presenza di storie e scritture dell’Archivio diaristico. L’elenco dei brani editi on line, più di 140, è riassunto alla pagina www.archiviodiari.it/brani.html.

Internet diventa così l’estensione dell’Archivio fuori dalle sue mura storiche. I ricercatori – che sono ormai nell’ordine di migliaia – hanno la possibilità di consultare on line il catalogo di tutto il fondo archivistico di Pieve che si compone di oltre 5.200 inediti e di 2.200 editi, fra saggi sull’autobiografia e diari stampati in proprio. Nei nostri ambiziosi progetti per il futuro immaginiamo di poter digitalizzare tutto l’Archivio in modo che ognuno dal computer di casa sua, che viva in Canada o in Australia, possa scaricare un diario che lo appassiona, pagando un semplice download, senza bisogno di venire a Pieve per leggere le storie di chi ha deciso di affidare all’Archivio la sua impronta di vita.

Non sarà come raggiungere la Città del diario – così è noto il paese di Pieve Santo Stefano dal 1984 – e immergersi nell’atmosfera speciale che pervade l’Archivio. Non sarà come leggere un diario circondato da migliaia di altre storie. Non sarà come vedere le carte autografe di vecchi manoscritti, osservare da vicino i foglietti di Orlando o il lenzuolo di Clelia. Ma sarà un modo comunque efficace perché i racconti di sé raggiungano le persone alle quali idealmente sono destinati.

Loretta Veri
   

NOTE

1 Marchi C., Gnanca na busia, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Milano 1992.

2 T.L., I quaderni di Luisa. Diario di una resistenza casalinga, Terre di Mezzo, Milano 2002.

3 Portelli A., L’ordine è già stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Donzelli Editore, Roma 1999.

4 Orlandi Posti O., Roma ’44. Le lettere dal carcere di via Tasso di un martire delle Fosse Ardeatine, Donzelli Editore, Roma 2004.

5 http://www.archiviodiari.it/pagine/croci.html

 








 

Your browser doesn't support java1.1 or java is not enabled!

 

Famiglia Oggi n. 12 dicembre 2006 - Home Page