Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

   

 
Attualità.
A cura di Francesco Anfossi e Fabiano Albani


INSERTO SPECIALE

2008
19 domande (e risposte) sul nuovo anno


Chi sarà il nuovo presidente americano nell’anno che segna il passaggio di testimone alla Casa Bianca? Quali saranno le nuove sfide della Chiesa? Il mondo sarà un po’ più pulito dal punto di vista ambientale? Diminuiranno le grandi tragedie della fame e delle epidemie, concentrate (ma non solo) nel Terzo Mondo e in Africa, il continente malato? E ancora: qual è il destino dell’Azienda Italia, quali saranno le nuove frontiere della vita e della famiglia, che Olimpiadi ci aspettano e quali film andremo a vedere? A questi e ad altri quesiti riguardanti l’anno che verrà hanno cercato di rispondere, sulla base della loro esperienza di lungo corso, delle tante inchieste svolte "sul campo", e della loro specifica competenza (e anche per la passione che caratterizza il loro lavoro), i giornalisti di Famiglia Cristiana. Diciannove domande con relativa risposta per cercare di capire il più possibile l’orizzonte di un mondo sempre più complesso e intrecciato con le nostre vite, di leggere un futuro che spesso ci inquieta, per noi e per i nostri figli. È il senso di questo speciale offerto ai lettori.
   

STATI UNITI 2008
Che America sarà dopo l’era Bush?

Risponde Roberto Zichittella

Anche se in questi giorni l’attenzione è tutta concentrata sulla lotta fra i candidati democratici e repubblicani per le elezioni presidenziali di novembre, gli Stati Uniti e il mondo dovranno fare i conti con George W. Bush fino alla fine del 2008. Il presidente diventa "un’anatra zoppa" (secondo il gergo della politica americana), soltanto dopo il voto di novembre e fino al 20 gennaio 2009, quando lascerà definitivamente la Casa Bianca.

Perciò, almeno per 11 mesi, Bush resta nel pieno dei suoi poteri e un presidente a fine mandato, che non deve preoccuparsi di una rielezione, può sempre riservare sorprese. Belle e brutte. La peggiore potrebbe essere una nuova guerra. Ipotesi improbabile, a meno che Bush non vi sia spinto dalle circostanze (come accadde dopo l’11 settembre). Disinnescata con la diplomazia la minaccia nucleare da parte della Corea del Nord, sul tavolo di Bush rimane il dossier Iran. I programmi nucleari di Teheran preoccupano Bush e la comunità internazionale, ma la diplomazia sembra avere ancora le sue carte da giocare. In questi anni Bush ha fatto molti errori, ma è difficile pensare che possa lanciarsi in una guerra contro l’Iran dalle imprevedibili conseguenze mentre rimane ancora aperto il fronte iracheno.

La più bella sorpresa che potrebbe venire da Bush può essere un vero e stabile accordo di pace in Medio Oriente. Dall’8 al 16 gennaio, Bush compie un ambizioso viaggio in Israele, Cisgiordania, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Egitto. Sarà il primo viaggio in Israele di un presidente americano in dieci anni e ci aiuterà a capire le sue reali intenzioni. Nel 2008 Bush andrà anche in Africa e a Pechino durante le Olimpiadi. Vedremo se queste sue iniziative potranno rialzare la sua popolarità tra gli americani, sempre molto bassa, e rilanciare la sua immagine sul piano internazionale. Su chi prenderà il posto di Bush alla Casa Bianca regna ancora la massima incertezza. Le elezioni primarie dovranno portare alla scelta dei candidati dei due principali partiti. Nessuno parte con la nomination o la vittoria in tasca e per la prima volta dal 1928 nessuno dei partiti ha un vice-presidente da candidare. Il voto del 2008 è anche il primo in cui una donna, già moglie di un presidente degli Stati Uniti, può essere eletta alla presidenza. È Hillary Clinton, 60 anni, senatrice dello Stato di New York. Partita fortissima nei sondaggi, Hillary sembra perdere di terreno nei confronti del suo principale rivale Barak Obama.

Il candidato dalla pelle scura

Obama, 46 anni, avvocato come la Clinton, senatore dell’Illinois, è il più giovane dei candidati in lizza. Può essere un pregio (un volto nuovo), ma anche un limite (poca esperienza). Obama, nato alle Hawaii, è anche un candidato dalla pelle scura, ma non è afroamericano al cento per cento. Viene ritenuto troppo bianco per l’elettorato nero e troppo nero per piacere ai bianchi. Fra i democratici corre anche John Edwards, 54 anni, già in lizza quattro anni fa. Il campo repubblicano è più affollato di candidati. Ci sono Rudolph Giuliani, 63 anni, ex sindaco di New York. John McCain, 71 anni, veterano del Vietnam, soldato coraggioso e repubblicano non sempre in linea con gli umori del partito. Mike Huckabee, 52 anni, ex governatore dell’Arkansas, pastore della Chiesa battista, dato in ascesa nelle ultime settimane. Mitt Romney, 60 anni, ex governatore del Massachusetts, mormone, Fred Thompson, 65 anni, senatore del Tennessee e attore in fortunate serie televisive. Vedremo chi avrà più voti, più denaro e più fiato per arrivare al traguardo del 4 novembre.

   

Bill Gates devolverà ai poveri la sua enorme ricchezza?

Dopo quarant’anni accanto ai computer Bill Gates si fa da parte. Dalla prossima estate il fondatore e padrone della Microsoft si occuperà sempre meno di computer e sempre più di filantropia, in favore dei poveri del mondo. Era il 1968 quando l’occhialuto e tredicenne studente di Seattle vide il primo aggeggio chiamato "cervello elettronico". Da allora non si è più staccato da quella macchina. Con le sue intuizioni vincenti Gates ha accumulato negli anni un’immensa fortuna e in qualche modo ha rivoluzionato la vita di tutti noi.

Bill Gates e l’amico Paul Allen, già suo compagno di studi, fondarono la Microsoft nel 1975 e furono i primi a comprendere come i microprocessori avrebbero rivoluzionato il mondo dell’informatica. Da allora la Microsoft ha definito gli standard dei software dell’industria dei computer. Programmi come Windows e Office ormai sono familiari a chiunque utilizza un computer.

Così Bill Gates da tredici anni, secondo la classifica stilata dalla rivista Forbes, si trova in cima alla piramide degli uomini più ricchi del mondo. Dal 2000, Bill Gates ha deciso di non tenere tutta per sé questa ricchezza. In quell’anno ha fondato con la moglie la "Bill e Melinda Gates Foundation", impegnata a combattere prima di tutto la malaria, l’Aids e la tubercolosi nelle zone più povere del pianeta.

Bill Gates e la moglie Melinda finanziano anche dei programmi di sviluppo nel Terzo Mondo e iniziative di sostegno per i giovani americani privi di risorse, con l’obiettivo di dar loro le opportunità per aver successo nello studio e nella vita professionale. Fino a oggi la Fondazione, che ha sedi a Seattle, Washington e a New Delhi (India), ha già devoluto 8 miliardi e mezzo di dollari alle cause della salute globale.

Bill Gates manterrà la presidenza della Microsoft e resterà il maggiore azionista, ma tutta l’attività operativa passerà a Steven Ballmer, suo compagno di studi ad Harvard. A 52 anni il ragazzo di Seattle con l’aria da secchione diventa il più ricco dei filantropi. Forse già sogna il premio Nobel per la pace.

R.ZIC.
   

CHIESA 2008
Perché un Sinodo sulla parola di Dio?

Risponde Alberto Bobbio

La risposta potrebbe essere secca e fulminante, prendendo a prestito le seguenti parole di Joseph Ratzinger: «Ignorare le Scritture è ignorare Cristo». Punto e basta. In realtà la frase non è del Papa, ma di san Girolamo, il padre della Chiesa che si chiuse in una grotta accanto a quella della Natività a Betlemme per scrivere la prima versione della Bibbia in "vulgata", cioè in latino, la lingua allora più diffusa nel mondo. La preoccupazione di san Girolamo era quella di diffondere i testi delle Scritture per capire cosa fosse la fede in Cristo. Ed è la stessa preoccupazione di Benedetto XVI oggi. Il Papa attribuisce alle Sacre Scritture un’importanza fondamentale. Lo si vede dalla quantità di citazioni bibliche dei suoi scritti. Lo si percepisce leggendo il suo libro Gesù di Nazareth. Quando annunciò il Sinodo sulla parola di Dio espresse «l’auspicio che ciò aiuti a riscoprire l’importanza della parola di Dio nella vita di ogni cristiano, di ogni comunità ecclesiale e anche civile». Potrebbe stupire che un Papa si preoccupi della diffusione della Bibbia anche nella comunità civile. Ma ha ragione, perché la Bibbia è oggi il libro più diffuso e più tradotto nel mondo. È un libro che sta alle radici della civiltà dell’uomo, anche se pochi lo hanno letto, come avvisano molto sondaggi. Più volte negli ultimi 20 anni alcuni vescovi e intere Conferenze episcopali avevano fatto presente alla Segreteria generale del Sinodo dei vescovi, una sorta di parlamento consultivo della Chiesa cattolica, l’urgenza di studiare i problemi connessi con la diffusione e la comprensione delle Scritture. Il cardinale Carlo Maria Martini lo aveva più volte detto a Giovanni Paolo II. Maun Sinodo sulla parola di Dio non era mai andato in porto. Si diceva che il desiderio fosse solo di pocheConferenze episcopali. Insomma, non c’era consenso. Non sappiamo come stanno veramente le cose. Sappiamo solo che appena eletto Ratzinger, l’idea ha preso di nuovo quota e questa volta ha raggiunto la maggioranza dei consensi. Non è il primo Sinodo dell’era Ratzinger, ma è quello che lui ha voluto sulla base delle proposte dei vescovi, dei superiori delle Congregazioni religiose, dei patriarchi delle Chiese orientali. Il Sinodo sull’Eucaristia del 2005 era già stato deciso da Karol Wojtyla. Si svolgerà dal 5 al 26 ottobre in Vaticano.

No al "consumismo religioso"

Il Papa in questi quasi tre anni di pontificato ha dichiarato più volte la sua opposizione a una sorta di "consumismo religioso", un "fai da te" della fede, poco radicato nella Bibbia. Durante il Concilio il giovane teologo Ratzinger, consulente del cardinale di Colonia Joseph Frings, ebbe un ruolo non marginale e partecipò in prima persona alle vivaci discussioni sulla Dei Verbum, la costituzione circa la Rivelazione divina. Adesso che sono passati oltre 40 anni dalla Dei Verbum, una delle quattro costituzioni dogmatiche del Vaticano II, occorre mettere a posto qualcosa. Sono stati raggiunti certamente risultati positivi, come il rinnovamento biblico in ambito liturgico, catechistico e teologico. Ma si affacciano alcuni rischi, che saranno all’attenzione del Sinodo. In primo luogo una tendenza, anche in ambito cattolico, a una lettura "fondamentalista" della Sacra Bibbia, con interpretazioni arbitrarie e riduttive, fuori dal contesto storico.

E poi la tentazione di letture ideologiche, o come si legge nei Lineamenta, uno dei documenti preparatori del lavoro del Sinodo, «semplicemente umane, senza il supporto della fede». Poi c’è la questione dell’ignoranza della Bibbia. Il Sinodo dovrà servire a rafforzare nel popolo di Dio l’amore per la Parola e, come continua a ripetere il cardinale Martini, che raccoglieva migliaia di persone nel Duomo di Milano per le sue lezioni bibliche, a scoprire i suoi tesori.

   

ANNO PAOLINO 2008/2009
Qual è il significato dell’anno di san Paolo?

Si aprirà il 28 giugno nella basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma l’anno che Benedetto XVI ha voluto dedicare a san Paolo, l’apostolo delle genti, che la tradizione dice essere nato esattamente duemila anni fa. Lorin Maazel dirigerà il Messiadi-Haendel. Fino al mese di giugno 2009 il Papa vuole che la Chiesa rifletta sulla passione di un uomo che ha dedicato la vita, dopo essere stato folgorato da Dio, all’annuncio del Vangelo. Gli studiosi di Paolo hanno fatto i conti dei chilometri che ha percorso a piedi e in barca: sono circa 16.500, una cifra ragguardevole per duemila anni fa. Ecco perché lo hanno chiamato apostolo delle genti. Il Papa, indicando un anno lungo il quale analizzare la figura di Paolo e i suoi rapporti con la cultura, vuole che si prenda in considerazione anche la concretezza storica dell’apostolo. Saranno numerosi i convegni che faranno il punto su questo aspetto. Perché per capire Paolo non si può evitare di considerare che era stato fariseo, persecutore di cristiani, attento all’ellenismo. Ratzinger ha chiesto di porre l’attenzione anche alla prospettiva ecumenica che caratterizzerà in modo particolare l’Anno paolino.

Paolo trasformò un genere letterario, la lettera che inviò a tante Chiese, in un mezzo di azione apostolica. L’arcivescovo di Magonza, monsignor Ketteler, qualche tempo fa, disse convinto che «se Paolo vivesse oggi farebbe il giornalista». Da giugno si indagherà su questo personaggio centrale nella storia non solo della Chiesa, ma della civiltà. Le iniziative che si programmano coinvolgeranno diversi luoghi geografici: da Damasco ad Antiochia, da Tarso a Gerusalemme, dalle isole del Mediterraneo greco a Malta. Ma Roma sarà un punto di riferimento poiché nella capitale della cristianità si è compiuta la testimonianza suprema di Paolo, il martirio. Lo dice Luca, l’autore degli Atti degli Apostoli, che racconta che fu il Signore in persona a pronunciare per lui il nome di Roma: «Di notte accanto a Paolo il Signore gli disse: Coraggio! Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma». L’anno che si apre il 28 giugno, primo anno giubilare indetto da Benedetto XVI, ci permetterà di conoscerlo meglio e di misurarci con le parole delle sue lettere.

    

GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ 2008
Perché una Gmg agli antipodi?

Risponde Alberto Chiara

Questa volta si va davvero lontano. Addirittura agli antipodi, in Australia. Da Sydney ci separano circa 16 mila chilometri e quasi un giorno netto di volo. A causa dei fusi, il suo orologio corre otto ore avanti, destinate a diventare dieci non appena il Nuovo Galles del Sud adotta l’ora legale e noi torniamo a quella solare. 

«A decidere è stato Benedetto XVI», spiega don Nicolò Anselmi, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile della Conferenza episcopale italiana. «L’appuntamento è fissato nei giorni che vanno dal 15 al 20 luglio 2008. Prima, ci saranno i "gemellaggi". Le diocesi australiane e quelle neozelandesi accoglieranno i giovani provenienti dal resto del mondo. Gli italiani, oltre che a Sydney, si recheranno in particolare a Melbourne, a Brisbane e a Perth».

Perché è stata scelta proprio Sydney? «Perché anni or sono la Conferenza episcopale australiana ha candidato quella città; perché anche questo è un modo per sottolineare concretamente l’universalità della Chiesa; perché il Vangelo va annunciato in tutte le piazze, comprese quelle più distanti, più moderne, più distratte», risponde don Anselmi.

Il coraggio di evangelizzare

Che aggiunge: «Non a caso il tema scelto dal Papa riguarda la terza persona della Trinità («Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni», At 1,8), e il messaggio che ha scritto delinea un percorso che parte dal Cenacolo, dove la Chiesa, unita a Maria, viene confermata nella fede, per poi uscire, andare in mezzo alla gente, rendendo ragione dei valori che la animano senza trionfalismi, ma anche senza paure o complessi di inferiorità. Valeva ieri, vale oggi, vale sempre. Vale anche in un Paese multiculturale e secolarizzato come l’Australia, in cui si possono tranquillamente specchiare l’Italia e l’Europa. Benedetto XVI chiude così il suo messaggio: "Ognuno di voi abbia il coraggio di promettere allo Spirito Santo di portare un giovane a Gesù Cristo, nel modo che ritiene migliore, sapendo rendere conto della speranza che è in lui, con dolcezza"».

Sydney è lontana. «Ritengo che andranno in Australia almeno 11 mila giovani italiani, forse anche di più. Abbiamo preparato dei pacchetti che variano da 2.150 a 2.250 euro», prosegue don Anselmi. «So che in molte parrocchie ci si autotassa per mandare uno o più ragazzi. Chi non verrà, potrà comunque lasciarsi coinvolgere leggendo Famiglia Cristiana o guardando Sat2000 oppure leggendo i notiziari dell’agenzia Sir, o del quotidiano Avvenire». 

«Noi terremo costantemente aggiornato un nostro sito (gmg2008.it ) tramite il quale i giovani rimasti a casa o che partecipano ai campi estivi di formazione potranno interagire con i loro coetanei che saranno in Australia, come già accadde a Colonia nel 2005, quando molti, dall’Italia, posero domande in diretta ai vescovi, durante le catechesi».

In agenda sono evidenziati altri impegni, nei mesi che precedono Sydney. «Dal 23 al 27 gennaio, a Salsomaggiore (Parma) faremo il punto sulla pastorale giovanile in Italia. Domenica delle Palme (16 marzo) verrà celebrata la Gmg a livello diocesano».

Ma ci sarà pure un "dopo Sydney". «In autunno», conclude don Nicolò Anselmi, «organizzeremo un evento nazionale per iniziare il terzo anno dell’Agorà dei giovani italiani, dedicato alla dimensione culturale della fede».

   

Finirà prima o poi l’orrore delle "cluster bombs"?

Pare proprio che sia l’anno buono. «Il 2008 dovrebbe registrare la redazione di un trattato internazionale che metta al bando la produzione, l’uso, il commercio delle cluster bombs, ovvero delle bombe a grappolo, ordinando la distruzione degli ordigni immagazzinati, la bonifica delle aree rese mortalmente insicure e l’assistenza concreta delle vittime», spiega Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna italiana contro le mine. Sono già stati fissati luogo e data della conferenza chiamata a varare le norme: Dublino, in Irlanda, dal 19 al 30 maggio.

«Quando parliamo di bombe a grappolo», prosegue Schiavello, «parliamo di un "sistema" costituito da un contenitore pieno di un numero variabile di submunizioni, solitamente sono tra 200 e 250. I contenitori vengono sganciati dagli aerei. Aprendosi, lasciano cadere le submunizioni che saturano un’area grande quanto un paio di campi da calcio. Esistono poi altri tipi di cluster bombs lanciate da pezzi d’artiglieria».

«Per come sono fatte e per come sono usate», precisa Schiavello, «le cluster bombs non si accaniscono solo contro chi combatte, ma anche contro i civili. In secondo luogo non esplodono tutte subito. I costruttori dichiarano una bassissima percentuale di insuccessi: tra l’1 e il 5 per cento appena. In realtà, si oscilla tra il 15 e il 20 per cento. In Afghanistan si sfiora il 50 per cento. Le submunizioni inesplose diventano a tutti gli effetti mine.

«La discussione sulla loro auspicata messa al bando va avanti da un decennio», precisa Schiavello. «Si sono mobilitati settori della società civile mondiale, l’Onu e il Comitato internazionale della Croce Rossa. A causa dell’ultima guerra, in Libano, tra l’estate 2006 e oggi, le clusterhanno ucciso 31 persone, ferendone 176. Si è deciso di agire. Nel 2007 si sono tenute ben tre conferenze: alla prima (Oslo, febbraio) erano rappresentati 49 Stati; alla seconda (Lima, maggio), 75; alla terza (Vienna, dicembre), 138. Purtroppo, mancano all’appello nazioni come Usa, Russia, Cina, Israele, India, Pakistan. Altre partecipano al confronto, ma frenano, chiedendo un "periodo finestra" in cui non bandire le cluster bombs in grado di autodistruggersi, trascorso un po’ di tempo: così Germania, Francia, Regno Unito e Svizzera, che in questa tecnologia ha investito 600 milioni di franchi».

A.CH.
   

AMBIENTE 2008
Il mondo sarà un po’ più pulito?

Risponde Barbara Carazzolo

«Cos’è la globalizzazione? È il mondo "tutto attaccato": quello che fa un Paese riguarda anche tutti gli altri. Siano benedette le maestre elementari che oltre a leggere, a scrivere e a contare insegnano, ai loro alunni, tante altre cose». Autore di questa fulminea definizione, infatti, è un bimbo di sette anni, uno che avrà vent’anni nel 2020 e che, con la sua classe, ha partecipato a una delle iniziative del Wwf sui cambiamenti climatici.

E ha capito che il problema lo riguarda, eccome: se una farfalla batte le ali in Cina potrebbe esserci un uragano in America.

Anche nel 2008, come già nell’anno appena terminato con la Conferenza Onu sui cambiamenti climatici di Bali, la maggiore preoccupazione ambientale sarà la questione climatica. Sui rischi connessi al riscaldamento del pianeta c’è ormai un ampio consenso nella comunità scientifica internazionale e l’apprensione dei climatologi è, piuttosto, che i cambiamenti avvengano più in fretta del previsto, visto l’incremento della velocità di fusione dei ghiacci polari. Secondo una relazione dell’Organizzazione meteorologica mondiale il decennio 1998-2007 è stato il più caldo dal 1850 a oggi. A preoccuparsi, ormai, non sono più solo gli ambientalisti, i cittadini più coscienti o i governanti più accorti, ma anche una parte del mondo economico che, qualche mese fa, si è riunito nel Business Environmental Leadership Council, un’associazione di 44 grandi aziende con 3,8 milioni di lavoratori, per chiedere al presidente Bush un cambio di rotta degli americani nei confronti del Protocollo di Kyoto, a cui gli Stati Uniti non hanno mai voluto aderire. Alcune di queste aziende, come la General Electric, la Du Pont, l’Ibm, hanno anche fissato dei propri obiettivi di riduzione delle emissioni di Co².

Alla conferenza di Bali, dove il tentativo di boicottaggio prima e l’opposizione all’accordo poi da parte degli Stati Uniti sono stati sconfitti, è stato approvato un documento che impegna i Paesi ad avviare negoziati mondiali, nei prossimi due anni, per arrivare al summit sul clima del 2009 a Copenaghen, con un nuovo accordo di riduzione dei gas-serra che integri quello di Kyoto, in scadenza nel 2012. E stavolta anche i Paesi in via di sviluppo (compresi Cina e India che ai tempi di Kyoto erano stati esclusi dagli impegni vincolanti) dovranno fare la loro parte. Nei prossimi due anni, quindi, in ogni Paese del mondo la questione clima sarà, o dovrebbe essere, al centro dell’agenda politica e di quella economica. Perché se la riduzione dei gas-serra non sarà certo un’operazione indolore, potrebbe però diventare un’occasione importante per alcuni settori dell’economia e per ripensare a modelli di vita più sostenibili: produzione di energia rinnovabile, risparmio energetico nelle aziende, negli edifici e nei sistemi produttivi, incremento del trasporto pubblico e maggiore efficienza degli autoveicoli con consumi ed emissioni dimezzati, raccolta differenziata dei rifiuti e riciclaggio delle materie prime (non solo carta, vetro, plastica e alluminio ma, per esempio, componenti di prodotti elettronici): le tecnologie verdi saranno il nuovo business del futuro e chi lo capirà per primo avrà maggiori opportunità.

    

Che cosa faremo quando un giorno finirà il petrolio?

Ogni giorno il mondo consuma 84 milioni di barili di petrolio, pari a circa 28 miliardi di barili all’anno. Cosa faremo quando finirà? La domanda non è peregrina e cominciano a porsela anche alcuni petrolieri. David O’Reilly, presidente della Chevron, ha dichiarato che il mondo sta consumando 2 barili di greggio per ogni nuovo barile scoperto. Anche James Mulva, dirigente della statunitense Conoco Philips, dubita che la produzione potrà soddisfare a lungo la domanda in crescita, mentre il presidente della compagnia petrolifera nazionale della Libia, Shokri Gamen, non ritiene possibile superare la soglia produttiva di 100 milioni di barili al giorno. E invece il consumo annuale è in aumento perché alcuni Paesi di nuova industrializzazione, Cina e India soprattutto, hanno sempre più "sete" di petrolio e il consumo annuale sta crescendo del 2,5 per cento all’anno. Calcolare quanto petrolio rimane nel pianeta, già scoperto o ancora da scoprire, è molto difficile: c’è chi parla di una disponibilità di circa 1.400 miliardi di barili rimasti da sfruttare mentre i più ottimisti si spingono a calcolarne ancora 1.700 miliardi. La cifra esatta è un segreto molto ben mantenuto e, dunque, il condizionale è d’obbligo. Intanto, però, molti Paesi avrebbero già raggiunto il loro picco di produzione (cioè il massimo, la cifra oltre la quale la produzione scende). Gli Stati Uniti lo avrebbero raggiunto da qualche decennio e starebbero segnando un calo della produzione del 25 per cento nonostante l’aumento delle trivellazioni sul territorio nazionale; in Messico, il terzo giacimento mondiale, quello di Cantarell, dovrebbe passare da 2 milioni di barili al giorno a circa 1,43 nel 2008. La Gran Bretagna avrebbe raggiunto il picco nel 2002, mentre la produzione della Norvegia sarebbe in calo del 18 per cento. La Russia, che copre la cifra con il segreto di Stato, sembra sia in diminuzione già dal 2003. Il 70 per cento delle riserve mondiali di petrolio resta in Medio Oriente ma anche qui, in alcuni Paesi, i numeri starebbero cominciando a scendere. Un solo dato è certo: il petrolio è una risorsa non rinnovabile. Cosa faremo quando finirà?

   

  AFRICA 2008
Una speranza per il Darfur?

Risponde Luciano Scalettari

Millesettecentosessantotto. Non è una data storica, ma il numero di una risoluzione delle Nazioni Unite, con la quale si è decisa la missione ibrida Onu-Unione africana per portare in Darfur il più colossale intervento di pace mai realizzato. Dovrebbe essere costituita da 26.000 uomini fra soldati, osservatori e poliziotti. In questo momento la speranza per il Darfur dovrebbe essere quella risoluzione del luglio 2007. Dovrebbe.

Annunciata con enfasi, salutata come la soluzione ai quasi cinque anni di guerra civile (il conflitto è esploso in modo drammatico nel marzo 2003), la missione di pace avrebbe dovuto essere operativa all’inizio di gennaio 2008 (cioè adesso). Questo veniva annunciato a luglio. Invece la situazione oggi è molto diversa. Di caschi blu non ne è partito neanche uno. Se va bene le prime avanguardie vi arriveranno nelle prossime settimane. Riguardo poi all’appello dell’Onu, una quindicina di Paesi ha subito annunciato la disponibilità a mandare soldi, mezzi e uomini, ma ne sono seguite scarse o nulle risposte concrete.

Non è tutto. È di poche settimane fa la richiesta, da parte dei contingenti disponibili (in gran parte africani), di 27 elicotteri. Che per ora nessuno mette a disposizione. Ma in un territorio immenso come quello sudanese, la mancanza di elicotteri renderebbe pressoché vano ogni impegno di vigilanza e di interposizione per fermare i massacri.

Perché di questo si tratta. Di quasi cinque anni di torture, abusi sessuali, massacri, saccheggi, raid di miliziani a cavallo (i famigerati janjaweed sostenuti dal Governo di Khartoum), bombardamenti aerei messi in atto dall’aviazione sudanese. Il risultato? Fra 200 e 300 mila vittime civili e oltre due milioni di sfollati ammassati nei campi profughi, in condizioni di vita disumane (per dare un solo dato, un bambino su sette in Darfur è gravemente malnutrito).

Così, nonostante il fatto che l’emergenza umanitaria sudanese sia considerata insieme a quella somala la più grave del pianeta, continua il balbettio dei Paesi donatori, e la gente che ne è quotidianamente vittima vede sbiadirsi anche questa ennesima speranza.

Perché tanta inerzia? Perché ci sono voluti quasi cinque anni per la famosa risoluzione 1768? Il grande Paese africano è al centro di interessi interni e internazionali impressionanti, spesso in conflitto fra loro. Sul piano interno c’è all’origine il problema delle rivendicazioni delle popolazioni di ceppo africano del Darfur, "dimenticate" da decenni dal Governo centrale: una povertà estrema, tale che, nel momento in cui s’è firmato l’accordo di pace fra Nord e Sud Sudan che metteva fine a 20 anni di guerra, a Ovest si sono imbracciate le armi per non essere esclusi ancora una volta (e in questo caso c’erano in gioco i proventi del petrolio). La risposta di Khartoum è stata la stessa di sempre: ha imbottito di armi le milizie arabe e le ha utilizzate per la repressione.

Sul piano internazionale, poi, il Darfur è diventato terreno di scontro fra Stati Uniti e Unione europea: gli americani volevano avere (ma non hanno ottenuto) l’avallo europeo a considerare quei massacri un genocidio, allo scopo di poter intervenire direttamente in un Paese "canaglia", considerato nemico e covo di terroristi. Infine, la Cina, il grande protettore del Governo sudanese: il gigante asiatico è stato il grande freno a qualsiasi decisione del Consiglio di sicurezza dell’Onu sul Darfur. Ha ripetutamente minacciato di usare il proprio diritto di veto per garantirsi l’amicizia del Sudan, da cui importa il 60 per cento del petrolio, e dove sta realizzando infrastrutture e commesse di materiale bellico per miliardi di dollari. Se poi quelle armi fanno fuoco in Darfur, come riferiscono i rapporti Onu, non è un problema di Pechino.

   

Quale sarà la polveriera del continente?

Occhio all’Africa orientale. L’anno che si apre potrebbe diventare drammatico in questa parte del pianeta. In tutta la regione – che comprende Sudan, Uganda, Kenya, Etiopia, Eritrea e Somalia – le tensioni e i segnali di guerra aumentano in modo preoccupante. Oltre alle due grandi crisi (Sudan e Somalia), cresce l’instabilità di tutti gli altri Paesi, tanto che non si può escludere l’innesco a catena di guerre e scontri armati.

L’area più a rischio è la frontiera etiopico-eritrea. I due Paesi si sono combattuti per rivendicazioni territoriali fra il 1998 e il 2000. L’Eritrea perse (e il Paese è ancora in ginocchio da allora), ma entrambi i contendenti accettarono di affidarsi a una commissione dell’Onu per la nuova demarcazione dei confini. La commissione, due anni fa, ha dato ragione all’Eritrea. Ma l’Etiopia non accetta il verdetto. Qualche mese fa è scaduto il termine previsto per stabilire i confini e ora sia le truppe etiopi sia quelle eritree hanno occupato nuovamente la fascia smilitarizzata. Il rischio di una nuova guerra è elevatissimo.

Il problema, però, è che oggi a differenza del 1998 entrambi i Paesi sono pesantemente implicati nella crisi somala: l’esercito etiope appoggia in modo determinante il Governo di transizione somalo. L’Eritrea ha fornito armi e supporto di ogni tipo all’opposizione, tanto che i leader oltranzisti delle Corti islamiche sono ospitati all’Asmara.

A completare il quadro, ci sono nuove crescenti tensioni fra il Governo ugandese e i ribelli dell’Lra, che per anni hanno insanguinato il Paese. La tregua vacilla: il presidente ugandese è tornato ad accusare il Sudan di dare protezione ai ribelli e ha posto un ultimatum al loro leader, Joseph Kony. Quanto al Kenya, unico Paese stabile dell’area, ha appena avuto le elezioni e l’esito del voto potrebbe portare nuove tensioni. Insomma, una bella polveriera.

L.SC.
   

BIOETICA 2008
Ancora litigi sulla bioetica?

Risponde Renata Maderna

Probabilmente sì, verrebbe da rispondere, a giudicare dall’importanza che tanti temi etici hanno assunto nel dibattito politico. Tanto che alcune alleanze di partito e di Governo hanno subìto incrinature motivate dalle diverse posizioni sul tema. Purtroppo al successo di nuovi termini, come biodiritto e biopolitica, non ha fatto da contraltare un fattivo impegno a favore degli uomini e delle donne alle prese quotidianamente con le fatiche e le sofferenze dei gravosi confini in cui è in gioco la vita nei suoi più delicati aspetti: l’inizio, la fine, i momenti della sofferenza e della malattia.

Bello sarebbe se il 2008 diventasse l’anno degli interventi concreti "a favore" invece che delle polemiche "contro", a cominciare dal momento del formarsi della vita. Vita che tutti dicono di voler sostenere, ma poi gli unici ad aiutare le mamme in difficoltà, alle prese con una gravidanza difficile da accettare, rimangono solo i tanto vituperati cattolici, accusati di voler sostenere questioni di principio sulla legge 194, che invece ogni giorno, soprattutto nei preziosi Centri di aiuto alla vita, si affannano a dare una mano vera a tanti bambini che rischiano di non nascere.

Bello sarebbe anche se nel 2008 si tornasse a parlare delle coppie che non riescono ad avere un bambino, troppo spesso usate come un vessillo per fare una battaglia, come accadde nel 2005, contro la legge 40 (che ogni tanto ritorna alla ribalta nonostante il netto parere espresso dal Paese nel referendum di quell’anno) e poi dimenticate. Sarebbe invece sperabile che qualcuno rimettesse sul tavolo la questione dell’innalzamento dell’età in cui i giovani riescono a mettere su famiglia e a ipotizzare la possibilità di un figlio. «Non aspettate quando è troppo tardi e la fertilità degli uomini e delle donne si abbassa per ovvi motivi organici», invitano i medici. Ma una risposta incisiva delle politiche familiari in questo senso è una delle tante che ci si augura da tempo per poi rimanere immancabilmente delusi.

E che cosa dire della tanto attesa riforma dei consultori pubblici a lungo annunciata e mai realizzata? Di fronte agli sbarramenti e ai divieti – spesso preconcetti – di "toccare" la legge 194, si è più volte chiesto di applicarne almeno la parte cosiddetta positiva, quella tutela della maternità che prevederebbe aiuti e sostegni per mettere le donne in condizione di scegliere liberamente anche di avere il bambino.

In Parlamento giace fra le altre una proposta di legge del Forum delle associazioni familiari, studiata da chi (i consultori cattolici) da decenni fa sul campo questo capillare lavoro di aiuto nei confronti di tante donne (molte immigrate). Questa lunga esperienza dimostra ripetutamente come al minimo sentirsi sostenute la maggior parte decida di proseguire la gravidanza.

Dal nascere al morire: nel 2008 si tornerà sicuramente a parlare di testamento biologico e dei molti aspetti legati alla malattia grave e alla fine della vita. È stato così con la morte di Piergiorgio Welby. Pagine e pagine di giornali e ore di trasmissioni televisive. Ma c’è da chiedersi se nei prossimi mesi qualcuno avrà tempo di rispondere alle domande di altri malati di Sla, che desiderano continuare a vivere, ma vorrebbero essere aiutati a farlo nel modo meno drammatico possibile, perché nella vita di tutti i giorni, nelle storie dei malati, non c’è mai quel confine netto tra morte e vita che certa pubblicistica descrive, ma la varissima gamma delle sofferenze e dei lenimenti, come quelli a cui ci si adopera nei molti hospice che stanno diventando più numerosi.

Certamente, dare giudizi definitivi sulla vita degli altri e soprattutto sulla qualità delle altre esistenze pare più semplice come anche prendere decisioni su un prossimo futuro possibile, così diverso e sconosciuto da un presente in cui si vive. Come spiega un interessante libro scritto da Carlo Casini, Marina Casini e Maria Luisa Di Pietro, Testamento biologico: quale autodeterminazione? (Società Editrice Fiorentina), nei prossimi mesi seguirà un dibattito «che ai no del testamento biologico vuole opporre il sì al rispetto della persona, al suo sostegno nelle condizioni di massima fragilità, al dovere di prendersi cura anche laddove non è più possibile guarire».

   

Conferenze sulla famiglia. Siamo sicuri che servano?

Vedremo un nuovo Family Day nel 2008 o un’altra Conferenza sulla famiglia? Non suoni demagogico augurarsi di poterne vedere tante di occasioni simili, con le famiglie in piazza a raccontare il proprio "tradizionale" modo di esistere (papà, mamma, gli stessi da sempre, uno, due, tre, quattro figli ecc.), magari quel modo definito "banale" da coloro che decantano le "nuove famiglie". Purtroppo trovare il tempo per una festa è complicato per chi ogni giorno è occupato a "fare" la famiglia, correre di qui e di là, da un lavoro che assorbe sempre più all’asilo e alla scuola o alla casa del vecchio nonno solo (per non parlare delle situazioni più gravi in cui una malattia o un handicap rendono tutto più complicato).

Nonostante risulti più semplice organizzare un convegno o una bella passerella di politici, per riaffermare la centralità della famiglia o perdersi negli intricati sentieri delle definizioni, verrebbe da chiedere lapidariamente: per favore, basta conferenze! Meglio concentrarsi su qualche, magari minimo, risultato. Per intendersi: diverso dalla Finanziaria, di cui la stessa Rosy Bindi, ministro per la Famiglia, si è più volte dichiarata "insoddisfattissima". Diverso pure dagli sgravi sull’Ici, calcolati sui metri quadri senza tenere in considerazione il piccolo particolare di quanti in quei metri quadri vivono, e anche dalle tariffe che fanno pagare la luce elettrica a un prezzo aumentato al consumo, come se dal lattaio il secondo litro di latte costasse più del primo e il terzo (vuoi mai avessi qualche bambino per casa!) ancora di più. Per questo vasta eco avrà di sicuro la grande mobilitazione nazionale lanciata dal Forum delle associazioni familiari per reclamare un fisco giusto. Un’occasione per misurare chi è nei fatti veramente amico della famiglia.

   

MEDIO ORIENTE 2008
C’è una speranza per la pace in Palestina?

Risponde Fulvio Scaglione

Pare incredibile ma siamo già qui a raccogliere i cocci di Annapolis. Passata la retorica del grande appuntamento, scattata la classica foto della stretta di mano Bush-Olmert-Abu Mazen, eccoci ai problemi di sempre, gli stessi che rendono la pace in Palestina tutto sommato impossibile. Certo, ai palestinesi "buoni", quelli della Cisgiordania, di Al Fatah, di Abu Mazen, stanno arrivando 7,5 miliardi di dollari dai Paesi donatori. E Israele non manca di restituire al leader di Al Fatah centinaia di detenuti che improvvisamente hanno smesso di essere pericolosi per lo Stato ebraico. Ma di passi veri, sostanziali, non se ne fanno. E la soluzione dei due Stati indipendenti, capaci di convivere senza conflitti, in realtà si allontana.

Per arrivarci occorrerebbe un salto di qualità nella diplomazia e nella coscienza dei popoli e delle classi politiche. Ed è proprio su questo che è difficile contare. La pace non è mai gratis e per raggiungere un accordo bisogna saper rinunciare a qualcosa. A che cosa possono rinunciare i palestinesi? Quelli di Hamas, chiusi nel ridotto della Striscia di Gaza, stanno lì a baloccarsi tragicamente con l’idea della guerra e della distruzione dello Stato di Israele: un delirio, in una "striscia" in cui le provviste alimentari, di acqua e di energia elettrica dipendono da Israele, ma è tutto ciò che hanno. Quelli della Cisgiordania incassano gli aiuti e la benevolenza del Governo di Ehud Olmert, inchiodati come sono alla loro mediocrità politica (la vittoria di Hamas nelle elezioni del 2006 fu soprattutto una rivolta contro Al Fatah) e alla soverchiante potenza (politica, economica, diplomatica) di Israele.

Nella realtà, la soluzione dei due Stati indipendenti, capaci di convivere senza conflitti, in cui tutti dicono di credere, si allontana fino a svaporare.

Una previsione per il 2008? Eccola. Israele continuerà la costruzione del Muro (o barriera di separazione che dir si voglia) fino a completarlo. Quando questo ulteriore confine sarà tracciato, non potrà certo essere smontato il giorno dopo. Quindi passerà qualche anno di inerzia, l’opinione pubblica si abituerà a vederlo e a tenerne conto. Allo stesso modo Israele comincerà a considerarlo il confine "vero" e dopo un po’ lo metterà tra le cose non modificabili. I palestinesi continueranno a ritenerlo un abuso ma, domani come oggi, non avranno la forza per cambiare le cose.

Un solo Stato: Israele

L’opinione pubblica internazionale, l’Onu? Borbotteranno, pubblicheranno qualche risoluzione, tutto qui. Già oggi, d’altro canto, è stata messa da parte la questione del ritorno dei profughi palestinesi: ce ne sono 300 mila solo in Giordania e altrettanti in Libano, che cosa succederebbe se decidessero gli uni di varcare il Giordano e gli altri di passare il Litani?

La prospettiva più realistica, a questo punto, non è quella dei due Stati ma quella di uno Stato solo, Israele. Il Muro (o barriera di separazione), spezzettando ulteriormente il territorio dell’Autorità palestinese, avrà nel frattempo indotto altri palestinesi a emigrare, quindi l’assorbimento dei rimasti sarà numericamente meno traumatico di quanto può sembrare adesso. I palestinesi si adatteranno, così come si sono adattati (e sono un milione e 300 mila) quelli che già ora vivono da cittadini dello Stato ebraico. D’altra parte, è più facile vivere da cittadini di seconda fila in una democrazia sviluppata e forte che da protagonisti in un caos economico e politico come quello dei Territori. Vi pare un incubo? Può darsi che lo sia. Ma un collega appena passato a salutare, ignaro di quanto sto scrivendo, mi ha citato una vecchia massima: il pessimista è un ottimista meglio informato.

    

Continueranno le missioni dei militari italiani all’estero?

Ce ne sono 2 persino in Somalia, 5 in Marocco, 4 a Cipro, 6 in Sudan, 5 nella Repubblica democratica del Congo. Questo per dire che i soldati italiani impegnati all’estero svolgono spesso missioni che hanno rilievo e importanza anche a prescindere dal numero. È ovvio, noi abbiamo sott’occhio i grandi contingenti, quelli che più spesso finiscono sotto il fuoco: i 2.290 della missione Isaf in Afghanistan, i 2.450 di stanza in Libano, i 2.255 dispiegati nei Balcani. A loro è affidata parte della politica estera del Paese, con buona pace di coloro che vorrebbero un "tutti a casa" indiscriminato.

I luoghi del loro lavoro sono indicativi degli orientamenti politici: via dall’Irak e dalla stolta guerra di Bush, i soldati italiani non sono rimasti a casa ma sono andati a controllare la pace sul confine tra Israele e Libano. Una scelta precisa che non cambia la sostanza: le missioni militari all’estero sono indispensabili a qualunque Governo. E infatti: è cambiato l’orientamento, ma il Governo Prodi ha mobilitato "solo" 697 uomini meno del Governo Berlusconi, anche al netto dei 2.700 che due anni fa furono ritirati dall’Irak. E, comunque, gli uomini impegnati in Afghanistan tra il 2006 e il 2007 sono aumentati di circa 300 unità.

È facile prevedere che nel 2008 questa realtà non subirà cambiamenti significativi. Ci sono alleanze internazionali da onorare, Paesi da aiutare, territori su cui marcare una presenza. È la realtà della politica, prendere (con relativi sacrifici: sappiamo bene quali siano stati i lutti, da Nassiriya a Kabul) o lasciare (e cioè ritirarsi in una dimensione autarchica da piccoli e insignificanti provinciali). Ma c’è di più. Le sfide, invece di ridursi, stanno aumentando. L’Afghanistan è ancora un Paese a rischio di implosione, tra Libano (o, meglio, Hezbollah) e Israele la quiete sembra sempre far presagire la tempesta; in Irak il "bello" verrà quando gli americani decideranno di andarsene; tra Turchia e Kurdistan volano le cannonate; il Kosovo diventerà indipendente, ma poi…

Prepariamoci, dunque, perché gli impegni saranno ancora più frequenti e onerosi. Non sempre toccherà sparare o farsi sparare, ma è meglio sapere con chiarezza una cosa: quando si muovono gli uomini in divisa è sempre perché quelli in doppiopetto non hanno potuto o voluto o saputo. Il resto sono chiacchiere.

     

ITALIA 2008
Una donna ai vertici di Confindustria?

Risponde Silvano Guidi

Perché non una donna? La proposta che in Italia suona spesso come una provocazione da far rientrare al momento delle decisioni fatali, questa volta potrebbe approdare realisticamente al traguardo. A sostituire Luca Cordero di Montezemolo, che a primavera lascerà il vertice di Confindustria per fine mandato, potrebbe essere la quarantaduenne mantovana Emma Marcegaglia, erede di una dinastia siderurgica, esponente di spicco di Assolombarda, membro del consiglio di amministrazione della Bracco e uno degli attuali vicepresidenti montezemoliani con deleghe per le politiche energetiche e ambientali.

Prendere il posto del presidentissimo Luca, che in quattro anni ha terremotato i paludati rituali di viale dell’Astronomia, con il suo dinamismo di manager vincente, gli slogan sul fare squadra, l’attitudine naturale a essere ambasciatore del made in Italy, il suo peregrinare per il mondo alla testa di missioni imprenditoriali tese verso nuovi sbocchi commerciali, prendere quel posto – dicevamo – non sarà facile, perché sarà come raccogliere un’eredità scomoda e pesante.

Eppure la coriacea e bella Emma sta lavorando da tempo e con abilità al progetto presidenziale: prudente nell’esporsi, attenta a non bruciarsi sui media, disponibile a raccogliere i problemi delle diverse associazioni territoriali, dove si materializza ogniqualvolta si tiene un’assemblea. Anche sul versante politico ha mostrato e sta mostrando capacità di navigata equilibrista: non si sbilancia né di qua né di là, evita prese di posizione insidiose, non si fa nemici, non si autopromuove, non commenta. Attende che la chiamino.

E, cosa insolita per le abitudini della classe industriale italiana, è già stata chiamata. Ha cominciato un autorevole esponente dell’associazione, già presidente nel passato, Vittorio Merloni, che è stato inusualmente diretto: «Se Emma Marcegaglia diventa presidente sono contento. Non conta essere uomo o donna, ma avere le idee chiare». Poi è stata la volta dell’imprenditore veneto Ettore Riello che ha certificato come «Emma sia in pole position».

Corsa senza ostacoli

Ma il carico da 11 lo ha calato lo stesso Montezemolo, sia pure in forma mimetizzata ed ecumenica. «Credo ragionevolmente che il prossimo presidente sia uno degli attuali vicepresidenti», ha sentenziato il patron della Ferrari. Fra rinunce ufficiali e dichiarate indisponibilità, la pattuglia dei vice si è assottigliata a tal punto che a restare in pista è lei e solo lei. Il che non vuol dire che il percorso della nordista Emma si preannunci in discesa, senza trappole o ostacoli. Anzi la nomination anticipata ha messo in allarme le sacche (minoritarie) di scontento che si annidano nell’organismo sindacale degli imprenditori, dove piccoli industriali, seguaci damatiani, esponenti produttivi del Nordest ancora rimproverano a Montezemolo le aperture di credito preelettorali in favore di Romano Prodi e della sua eterogenea alleanza.

Queste anime del dissenso hanno già cominciato a far filtrare scientifici veleni: Emma è brava, ma priva di una sua autonoma soggettività industriale (le redini del gruppo Marcegaglia sono infatti ben salde nelle mani di papà Steno); Emma è volitiva, ma il suo profilo è frutto più di un cursus honorum tutto interno al sistema confindustriale che non della dura selezione d’impresa.

Lei non si scompone e non replica; sogna una Confindustria in rosa e spera di emulare quanto già accade in Francia, dove i rudi uomini delle ferriere sono guidati, dal 5 luglio 2005, con garbo e pugno di ferro da una donna, 

Laurence Parisot.
    

Che farà il sindacato per fronteggiare la crisi?

Il mondo del lavoro si affaccia sul nuovo anno con apprensioni diffuse. Se ne fa interprete Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, che vede sospesa sul nostro Paese, come nebbia inquietante, un’atmosfera di indecifrabile incertezza. «I consumi si sono contratti, le previsioni economiche tendono al ribasso, il potere d’acquisto dei salari si è ulteriormente ridimensionato. Il 2007 non è stato un grande anno e il nuovo si annuncia ancor più problematico», mette a fuoco i contorni del problema Angeletti.

Che poi si sofferma su un aspetto storicamente schizofrenico della nostra economia. «C’è chi sta bene e chi è in affanno. Vale per le condizioni finanziarie dei singoli cittadini e vale, più in generale, per le imprese. Una fetta significativa di industrie nazionali ha migliorato la propria competitività, aumentato le esportazioni, realizzato acquisizioni all’estero per 57 miliardi di euro; l’altra fetta, più cospicua perché corrisponde all’80 per cento della torta industriale, è invece in crisi per la contrazione dei consumi, conseguenza inevitabile della minore disponibilità di denaro da parte dei lavoratori, i cui stipendi, ormai è noto e certificato, sono tra i più bassi in Europa».

Del resto le cifre ufficiali che vengono da Bruxelles hanno da poco segnalato il sorpasso della Spagna sull’Italia quanto a ricchezza nazionale: fissata a 110 punti la media europea del Pil, il prodotto interno lordo, la Spagna adesso è a quota 105 e l’Italia a 103. «Dieci anni fa avevamo 30 punti di vantaggio sugli iberici», ricorda Angeletti. «Il sorpasso non è evento simbolico, ma il termometro di una lunga stagione per noi negativa. Altri corrono e noi arretriamo». Una considerazione molto amara.

Il sindacato cosa pensa di fare per fronteggiare la crisi in cui versa l’Azienda Italia? «Non è facile agire in un quadro in cui tanti punti di riferimento stanno cambiando: il sistema politico con nuovi partiti, la legge elettorale con scelte ancora da definire, la stabilità del Governo che quotidianamente viene messa in discussione. Ciò che sicuramente ci compete è la condizione di chi lavora, a cominciare dalla sicurezza in fabbrica. La sensibilità sul tema si è impennata dopo le ultime terribili morti. Nessuno giudica più simili incidenti alla stregua di tragiche fatalità, ma come vere tragedie da combattere ed eliminare. Poi dobbiamo rimpolpare i salari, non solo e non tanto con buoni rinnovi contrattuali, ma con una vigorosa modifica del sistema fiscale. In un Paese, qual è appunto l’Italia, dove i dipendenti pagano spesso tasse più elevate dei loro datori di lavoro, o si interviene drasticamente sui meccanismi delle imposte o le intenzioni resteranno velleitarie, condite da parole magari belle ma vuote». La sfida dei sindacati per il 2008 è proprio questa.

S.G.
    

SPORT 2008
Olimpiadi, vincerà tutto la Cina?

Risponde Elisa Chiari

Lo spirito olimpico, sì, certo. L’importante è partecipare. È un afflato che resiste, ma ha la consistenza di un sussurro. Nel clima olimpico moderno soffia molto più forte la bora di chi vuole – e forse deve – vincere.

Ragion di Stato, di gloria, di pubblicità, di quattrini. Da guadagnare ma anche da non perdere, il debito finanziario è il primo problema di chi organizza. E poi ci sarebbe quella vetrina: la cerimonia d’apertura olimpica è il programma tv con più spettatori sul pianeta. In assoluto. Un esame di Stato di dimensioni mondiali, per tutti, mica solo per Pechino. La Cina, poi, apertissima sul mercato, chiusa nel resto, si gioca tutto su quell’unico palcoscenico.

Si fa presto a dire spirito olimpico, ma lo spirito è leggero, aereo. L’economia invece è concreta. Anche ad Atene, a Torino, per non dire di Mosca e di Los Angeles in piena cortina di ferro e boicottaggio annesso. Forse non è un caso nemmeno che, di solito, i più bravi a organizzare siano i più attesi al varco, i meno scontati: la Grecia, l’Italia, la Spagna. Di meno gli americani della Coca-Cola.

Per tutto questo, per quanto conta per la Cina Pechino 2008, la sfida vera in gara sarà degli altri: degli avversari che andranno ad affrontare il lupo nella sua tana. Del tuffatore canadese Alexandre Despatie, unica eccezione al dominio cinese dal trampolino, di Tania Cagnotto, seconda al mondo dai tre metri.

Anche nella ginnastica e nel badminton i cinesi sono già fortissimi senza favore di campo e senza quel carico da novanta (che poi, magari, è anche il peso di un Paese intero sulle spalle e non è detto che aiuti). Sarà difficile tutto per tutti. Specie negli sport di giuria, dove la storia insegna che l’occhio umano si può addomesticare, più del cronometro. Però, dobbiamo ammettere, non senza vergogna, che ai Mondiali di atletica di Roma vent’anni fa qualcuno riuscì a "corrompere" il metro che misurava il salto di Giovanni Evangelisti, inventandosi una medaglia che non c’era.

Le sfide degli altri

"Chi è senza peccato scagli la prima pietra". Ma oltre il sospetto resta l’abilità, quella sì vera, certificata ovunque dalle giurie del mondo e mai contestata di Wu Minxia e Jingjing Guo (e di molti altri) nei tuffi, delle squadre maschili e femminili di ginnastica artistica.

Si sa che loro fin da bambini sono allenati bene, troppo bene a tutto, anche a una fatica che altrove sarebbe improba (e magari al limite del codice penale). Ma è troppo facile stracciarsi le vesti stando seduti al caldo di un Occidente che inonda i bimbi di giocattoli, dove la fatica vera, da piccoli, è studiare le tabelline, e quasi diventa notizia di reato apprendere che ci sono maestri che le chiedono ancora. Troppo banale giudicare il mondo di sguincio, da un punto di vista unilaterale. Ci sono infanzie per cui lo sport anche di Stato, anche duro allo stremo, è l’alternativa alla fabbrica senza ferie né orari.

Per Vanessa Ferrari, Nastia Liukin, Elisabeth Twiddle battere in casa la superpotenza avrebbe altri valori che una soddisfazione, vorrebbe dire dimostrare che al risultato affidato al sorriso surgelato delle minuscole ginnaste cinesi si può arrivare pure in altro modo. Con più rispetto e delicatezza. Per amore anziché per forza. Con fatica certo: lo sport ad alto livello è sempre un’esperienza estrema (anche in Italia, in America, in Inghilterra). È sempre una storia di infanzia un po’ negata. Ma un conto è regalarla spontaneamente a una passione, altro è sentirsela strappare.

   

Euro 2008, perché l’Italia non può mai respirare?

Condannato all’ultima spiaggia, all’orlo del baratro. Gli azzurri come gli omini di Mordillo che giocano a calcio in cima al grattacielo, senza sponde.

Roberto Donadoni sperava che gli esami fossero finiti con la promozione, quando ha dimostrato di sapersi qualificare per gli Europei 2008, senza attendere l’ultima giornata. E così doveva essere. Tanto più che il sorteggio in vista dei Mondiali sudafricani 2010 regalava un percorso di qualificazione tranquillo come una passeggiata sul lungomare (Bulgaria, Irlanda, Cipro, Georgia e Montenegro, ammesso che da favoriti esistano avversari facili, ma questa è un’altra storia).

Lo tsunami è arrivato a Losanna, dal bussolotto in cui nuotavano le palline con dentro le avversarie del girone di qualificazione di Euro 2008: Francia, Olanda, Romania. I campioni del mondo e i loro vice a scannarsi da subito per guadagnarsi gli ottavi di finale, colpa di un sistema perverso per cui i finalisti di Berlino 2006 non sono teste di serie in Europa, però l’Austria e la Svizzera, ospitanti, sì. Ma non bastava qualificarle di diritto?

Forse bastava. Ma non è accaduto. E allora per i Campioni del mondo, ruolo scomodissimo a prescindere quando si deve rigiocare e se possibile rivincere, avranno un’ultima spiaggia a ogni partita. Mai un respiro, nessun errore ammesso, se non al prezzo di restare poi appesi alla speranza di un errore avversario.

Ci sarà il rischio che ogni partita somigli a uno sport individuale di quelli in cui non ci sono prove d’appello, dove se non è tutto è niente. Dove non è previsto lo 0-0 e forse neanche l’1-1. Ogni incontro una finale virtuale con in palio un gradino in più verso quella vera. Di più, ogni incontro un rigore. Il guaio è che Donadoni da allenatore non lo potrà neanche tirare: dovrà solo guardare i suoi 11 scelti giocarsi il suo contratto, il suo futuro. La sua ultima spiaggia, insomma. La panchina è il posto più scomodo in quei casi.

Lo sanno bene anche gli inglesi, che agli Europei non ci saranno e per sperare nei Mondiali hanno dovuto prendersi Fabio Capello, pagandolo salatissimo, perché le spiagge esotiche costano. Molto (anche se dall’onda anomala non sono affatto immuni).

E.CHI.
     

CINEMA 2008
Sarà un’annata di buoni film?

Risponde Maurizio Turrioni

La risposta è sì. Sarà spettacolare il 2008. Almeno sul grande schermo. Certo, per i film di cui è annunciata l’uscita, ma pure per il feeling ritrovato tra il pubblico italiano e la sala. Finalmente!

Dopo anni di calo dei biglietti venduti, a vantaggio dei dvd per la visione casalinga, nell’anno appena chiuso si è stabilizzata l’inversione di tendenza. Ancora non si hanno cifre definitive, ma si può anticipare che le presenze 2007 supereranno i 120 milioni, con un incremento di spettatori dell’11 per cento rispetto al 2006. Analoga la crescita degli incassi, passati dai 504 milioni di euro del 2006 ai 565 dell’anno scorso. E questi sono dati del circuito Cinetel (che monitora circa l’85 per cento del mercato italiano) riferiti al 16 dicembre. Mancano i risultati al botteghino festivo dei cinepanettoni, Natale in crociera e Una moglie bellissima, nonché di kolossal a stelle e strisce quali Leoni per agnelli, La bussola d’oro e Come d’incanto. Era dalla metà degli anni Ottanta che non si raggiungevano certi livelli. Cresce pure il cinema italiano: dopo i film americani (56 per cento degli incassi) vengono le nostre pellicole (salite al 30).

Il miglior risultato da vent’anni a questa parte si spiega con il successo di titoli come Manuale d’amore 2 (19 milioni di euro incassati) e Ho voglia di te (13,8), capaci di tener testa ai blockbuster Shrek Terzo (20,2), Harry Potter e l’Ordine della Fenice (18,6). «Un risultato, in controtendenza rispetto al resto d’Europa, ottenuto», dice Paolo Protti, presidente Anec, «per lo sforzo di distribuire i film nell’intero arco dell’anno, estate compresa». La strada è aperta. Il pubblico gradisce. Sta alle case cinematografiche ora mantenere il trend: «Siamo stati tra i primi a crederci e gli operatori italiani cominciano a capire», spiega Richard Borg, direttore generale di Universal Italia. «Il periodo tra aprile e settembre può rivelarsi prezioso sul mercato. Infatti, noi faremo uscire proprio il 23 maggio l’atteso Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo».

Oltre al kolossal con Harrison Ford (Spielberg e Lucas ci hanno messo 19 anni per trovare un copione degno del quarto Indiana Jones), tra i film del 2008 segnaliamo Alvin Superstar; La guerra di Charlie Wilson con Tom Hanks e Julia Roberts; Mr. Magorium con un fantastico Dustin Hoffman; John Rambo, capitolo finale della saga di Sylvester Stallone; Sweeney Todd, nuova bizzarria di Tim Burton con Johnny Depp. Dopo l’estate, poi, sequel a valanga: Hulk 2 con Edward Norton; Batman - Dark Knight, seconda volta di Christian Bale; Le cronache di Narnia: Il principe Caspian, nuovo capitolo della saga Disney; La Mummia 3 con Brendan Fraser; la ventiduesima missione di James Bond con Daniel Craig nei panni di 007 e, verso Natale 2008, il nuovo attesissimo cartone animato della Pixar: Bolt.

Tra i titoli italiani spiccano Bianco e nero di Cristina Comencini con Ambra Angiolini; Hotel Meina di Carlo Lizzani; Caos calmo con Nanni Moretti, dall’omonimo romanzo di Sandro Veronesi; Grande grosso e... Verdone del popolare comico romano; Il divo, che Paolo Sorrentino ha girato sulla figura di Giulio Andreotti, e Gomorra, che Matteo Garrone ha tratto dal bestseller di Roberto Saviano (entrambi interpretati da Toni Servillo). Il cinefilo però cerca la sorpresa, come l’anno scorso fu lo stupendo film tedesco Le vite degli altri. Per il 2008 scommettiamo su Il cacciatore di aquiloni, che Marc Forster ha tratto dal libro di Khaled Hosseini: l’Afghanistan "raccontato" da due bambini.

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