![]() |
|
|
|
|
|
È quasi superfluo presentare Giuliano Ferrara, giornalista, fondatore e direttore del quotidiano Il Foglio, autore e conduttore di Otto e mezzo (programma di attualità e approfondimento su La7), già editorialista del Corriere della Sera, eurodeputato, ministro e portavoce del primo Governo Berlusconi, ideatore di programmi televisivi come Linea rovente, Il Testimone, L’Istruttoria e Radio Londra.
Sono indiscusse la sua intelligenza e la passione che mette nelle cose in cui crede. Ha scritto: «Sono una persona, ho il compito di sollevare questioni pubbliche nell’ambito del mio mestiere, inteso come Beruf (in tedesco, "professione", "occupazione", ndr.) come lavoro e vocazione, non come mestieraccio». L’ultima questio è la moratoria dell’aborto, la proposta di mettere l’aborto non fuorilegge, ma al di fuori della coscienza accettata, affermando in termini morali e spirituali, ma soprattutto di cultura della nostra esistenza, la libertà di nascere.
«Una cosa nella vita non ho mai sopportato, anche negli anni lontani in cui vivevo dentro la cultura ideologica degli anni Sessanta: l’ipocrisia, il mentire a sé stessi, il sapere come stanno le cose e il decidere più o meno consapevolmente di non dirlo, per compunzione o peggio per opportunismo. L’umanitarismo è una bella cosa, ma senza una nuova riflessione sul fatto che un miliardo di esseri umani sono stati abortiti negli ultimi tre decenni, che procediamo al ritmo di cinquanta milioni l’anno, che l’aborto di massa è diventato sempre di più eugenetica, cioè miglioramento della razza a sfondo sessista (rifiuto delle bambine, particolarmente in Asia), che siamo passati dal dramma della donna all’indifferenza delle politiche pubbliche... senza questo l’umanitarismo è una truffa. Il coinvolgimento personale e totale, ma non totalitario, l’ho sempre messo in tutte le cose che ho fatto, anche in quelle sbagliate. Questa mi pare giusta».
«Inserire nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo, che è la vera carta dell’Onu, un emendamento che dica autorevolmente: "Gli Stati si impegnano a favorire la vita nascente, a impedire politiche di discriminazione eugenetica, nel rispetto e nella tutela della salute delle donne gestanti" può essere considerato una provocazione o un obiettivo semplice, limpido. Ma a me non sembra altro che un dovere etico derivante dal modo in cui si presenta oggi la realtà del mondo».
«Tutti. Ho cercato con molto garbo, senza invadenze, di proporre al Partito democratico, che sta discutendo della propria identità anche etica, un confronto sulla moratoria. Mi hanno risposto che la questione non è rilevante, che è risolta una volta per tutte. Ma non dispero per il futuro».
«In alcuni settori c’è maggiore sensibilità. Ma su questa questione mi lasci dire con il duca di Mantova nel Rigoletto: "Questa o quella per me pari sono a quant’altre d’intorno mi vedo"».
«È una vita che cerco di pungolare Berlusconi su queste questioni di cultura, di etica. Non è facile. L’uomo ha una sua dignitosa visione della vita, ma da imprenditore che fa politica in circostanze piuttosto anomale ed eccezionali è praticamente sordo a questa dimensione. Andare contro quella che è giudicata la mentalità corrente gli ripugna. Ma anche lì, non dispero».
«"Restrittivo" non mi sembra la parola giusta. La parola giusta, sia per la proposta di Bondi sia per quella di Buttiglione e altre, è "garantista". Garantista verso il bambino e verso il bilanciamento del suo diritto di nascere con la decisione di una donna, inserita nella comunità e nel diritto (lo diceva anche Norberto Bobbio), intorno al proprio corpo e alla propria salute. Io non giudico mai la coscienza di nessuno».
«Su alcune questioni ne sarei onorato, perché la Chiesa è parte della società, pur non essendo interamente del mondo, e ha diritto a che le sue idee o istanze, specie quando realizzano una alleanza tra la coscienza credente e la ragione umana, siano recepite nello spazio pubblico. Ma non è così».
«Certo che ho parlato con uomini di Chiesa, con movimenti, associazioni, personalità pubbliche del mondo cristiano. Ma non in corridoio, senza chiedere mai alcunché. Quanto ai colloqui privati, sono appunto privati».
«Penso che siano sentenze sbagliate. Fabbricare un figlio secondo i propri desideri o le proprie illusioni, escludendo vite embrionali programmaticamente, mi sembra ingiusto. L’attivismo dei giudici in questa materia è pericoloso, e dopo il referendum sulla Legge 40 è anche un esproprio di sovranità. Coloro che intendevano cambiare la legge nel senso indicato da queste sentenze hanno, loro, interpellato gli italiani: hanno raccolto il consenso del 22 per cento».
«C’è un programma che è anche esperienza di lavoro volontario, esperienza condotta con straordinaria delicatezza, spesso nell’incomprensione, qualche volta nel dileggio: è il programma del Movimento per la vita di Carlo Casini e di tanti uomini, donne, ragazzi. Basta investire su quello, e farsi venire altre idee. La mia idea è questa: la gestante deve divenire un "essere sociale privilegiato", niente deve essere risparmiato per evitare la decisione abortiva».
«No».
«Non polemizzo con chi non mi stima, non accampo pretese di purezza, vorrei parlare delle cose e non delle persone. Non voglio rispondere alla denigrazione con la vanteria. Inorgoglirsi, "vantarsi" non è "paolino". Le Lettere le ho lette».
«La Chiesa, e in genere i pensieri religiosi cristiani, ma non solo cristiani, stanno di nuovo modificando l’inerzia etica del mondo. Ma non c’è solo la Chiesa, per fortuna. Molti riflettono senza pregiudizi, affrontano la realtà. Alla moratoria sull’aborto ha aderito anche un fondatore del Partito radicale come Lorenzo Strick Lievers, con ragioni sue».
«Non escludo niente, non suggerisco niente, non alludo, non faccio civetterie. Non credo che la fede, intesa come fatto personale, sia la materia buona per le interviste». Emilia Patruno
|