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Sommario.

 

    

 Libere di scegliere la vita

 
Attualità.
di Adriano Pessina


ABORTO
IL PRESIDENTE DEL CENTRO DI BIOETICA DELLA CATTOLICA, PESSINA


MA LA LEGGE 194 NON È
UNA "LINEA MAGINOT"


Sarebbe sbagliato continuare lo scontro ideologico del passato. Siamo cambiati, oggi una revisione è possibile.

In questi anni il giudizio morale sull’aborto volontario non si è modificato, semmai ha fatto emergere con più chiarezza la rete di responsabilità che avvolge un atto che non può essere imputato esclusivamente alla donna. L’ombra dei padri, i grandi latitanti della nostra contemporaneità, si proietta su un atto che è anche un dramma esistenziale per la donna che accetta che medici e infermieri spengano la vita di quello che resta e resterà, nella realtà e nel suo immaginario, un figlio. Non si può parlare con superficialità di un atto che porta in sé morte e dolore: ed è forse questa superficialità, questa banalizzazione di un evento di morte, che costituisce la colpa collettiva di una società che preferisce tacere, o non vedere, o non sapere.

Un consultorio familiare. Tra i compiti assegnati ai consultori dalla legge 194, c'è quello di «far superare le cause che potrebbero indurre la donna all'interruzione della gravidanza».
Un consultorio familiare. Tra i compiti assegnati ai consultori
dalla legge 194, c'è quello di «far superare le cause
che potrebbero indurre la donna all'interruzione della gravidanza» (
foto AP).

Impostare, ancora, il dibattito sull’aborto e sulla legge 194 contrapponendo i diritti della donna ai diritti del nascituro è un errore grave, perché questi diritti non possono e non debbono essere contrapposti. Se non si vuole che si spezzi il legame vitale tra una donna e suo figlio è necessario accogliere e ascoltare le ansie, le paure, le solitudini delle madri che scelgono di abortire.

Solo custodendo fino in fondo i diritti della donna e la serietà della procreazione umana come atto che coinvolge un uomo, una donna e un figlio, si può tentare di rinsaldare quel nesso vitale che a volte viene spezzato per la paura della malattia, per il timore di dover modificare i propri stili di vita, le proprie aspettative di realizzazione. C’è un’ingiustizia profonda nell’aborto volontario, ma è un’ingiustizia che ha molte radici e non tutte possono essere spezzate dalla revisione di una legge.

Il dovere di tutelare la persona

Ci sono buone ragioni per rivedere una legge: sono cambiati i costumi, è cambiata la scienza, sono cambiate le coscienze. Ci sono condizioni culturali, scientifiche ed economiche che potrebbero rendere più facile l’accoglienza di un figlio al di là dei confini soggettivi del desiderio e dei limiti oggettivi della sua salute. Siamo più capaci di riconoscere il valore e la dignità delle persone al di là delle loro infermità e malattie, abbiamo più mezzi, se vogliamo, per creare una cultura dell’accoglienza.

Oggi si potrebbe veramente aprire una nuova stagione di pensiero e di azione capace di riconoscere il dovere sociale, oltre che personale, di tutelare la persona umana anche nella sua fase prenatale: le nuove generazioni sono meno imbevute, pur nella loro fragilità esistenziale, degli stereotipi dei loro genitori e guardano con più trepida intelligenza all’evento del nascere.

Le nuove generazioni debbono e possono essere chiamate, oggi, a una responsabilità seria dentro la speranza e non dentro le recriminazioni sulla crisi dei valori o sull’esaltazione di un presunto processo di emancipazione che passa da un aborto chirurgico a un aborto chimico, "fai da te". Bisognerebbe cambiare prospettiva.

Ma tutto questo risulta impossibile laddove una legge diventa una sorta di "linea Maginot" che pretende di separare laici e cattolici, progressisti e reazionari. Nel volgere di pochi giorni abbiamo visto rinascere tutto il solito armamentario ideologico di una politica che in questi anni ha nascosto le rughe della propria vecchiaia, inventando soprattutto nomi nuovi per la propria solita identità.

Un tema come quello della tutela della vita nascente dovrebbe conoscere ben altri livelli di confronto. Se vogliamo liberarci dalla banalizzazione di un male silenzioso e quotidiano come l’aborto volontario, dobbiamo liberarci da quell’assenza di pensiero che ci impedisce di fare un bilancio critico della nostra storia politica e sociale. Non sprechiamo questa possibilità solo per interessi di breve durata: lo dobbiamo ai nostri figli, anche a quelli non nati.

Adriano Pessina

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