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L'annullamento della visita del Papa all’Università La
Sapienza di Roma, provocata dalla reazione scomposta di pochi docenti e
studenti, tra il disinteresse più composto di molti, è la punta di un
iceberg: la punta ferisce, la massa nascosta che la spinge verso l’alto
preoccupa.
Alle lacerazioni che un giorno dopo l’altro si producono nel tessuto
sociale, s’aggiungono irrigidimenti ideologici che trovano libero campo
nell’eclisse della politica e in un più generale disorientamento etico. Rispetto al dibattito che si sta sviluppando a livello internazionale
intorno al senso e agli spazi della laicità in un’epoca post-secolare, in
casa nostra spesso affiora un provincialismo culturale di corto respiro,
incapace di elaborare il linguaggio della laicità a partire da una sintassi
comune e pronto a offrire un alibi al risorgere di asprezze anticlericali di
altri tempi. Forse stanno maturando rapidamente i frutti avvelenati di una deriva
libertaria che per anni ha delegittimato e sbeffeggiato (tra le reazioni
spensierate di molti intellettuali e la spettacolarizzazione divertita di
una parte dei media) una cultura del bene comune, consacrando al suo posto
un’ideologia delle voglie private, celebrata con tratti quasi idolatrici. In questo contesto, anche la complessa e delicata tela dei rapporti tra religione e politica rischia di essere strappata. In una società che abbandona una tradizione di cultura politica alta, capace di articolare un legittimo pluralismo dentro una cornice costituzionale condivisa, non rimane che cannibalizzare la religione: non a caso, le prese di posizione di associazioni e movimenti laicali, di vescovi e cardinali, e soprattutto le parole del Papa, sono oggetto di sistematica e scoperta strumentalizzazione. Nel frattempo l’agenda delle Camere è invasa da questioni che toccano gli equilibri più delicati, attraverso i quali si esprime l’alfabeto elementare della vita, e della vita umana in particolare. Non solo organismi geneticamente modificati, energia pulita e sperimentazione animale, ma anche aborto, eutanasia, testamento biologico, matrimonio e famiglia, tossicodipendenza giovanile, suicidi, violenza sessuale, morti per povertà e incidenti sul lavoro, manipolazione genetica fino agli estremi della clonazione e della creazione di ibridi subumani: con quale cultura del bene comune la politica pensa di affrontare queste sfide, se rimane paralizzata da un referendum improprio tra clericalismo e anticlericalismo? Le parole pronunciate dal Papa il 7 gennaio scorso ai membri del Corpo diplomatico presso la Santa Sede ci offrono un esempio di bruciante attualità: Benedetto XVI ha auspicato che la moratoria sull’applicazione della pena di morte «stimoli il dibattito pubblico sul carattere sacro della vita umana». Quale evoluzione può avere in Italia questo dibattito, che investe il senso e il valore della vita, prima ancora che i rapporti tra credenti e non credenti? Qual è il giudizio del Paese, oggi, intorno alla legge sull’aborto e sulla sua applicazione, in presenza di uno scenario scientifico e di una sensibilità culturale in rapida evoluzione? Si può aprire un vero dibattito pubblico, libero da pregiudizi ideologici e senza fare un uso politico delle parole del Papa? Che cosa siamo veramente disposti a mettere al riparo dalla volubilità delle maggioranze, considerandolo una sorta di "gruzzolo etico vincolato" che, come ogni buon padre di famiglia, non siamo disposti a dilapidare, per lasciarlo intatto ai nostri figli? Alzare il livello dello scontro verbale è invece il modo migliore per
farci tutti quanti del male, lasciando così a chi strilla più forte l’ultima
parola. Senza dimenticare che se ai muri che vengono alzati da una parte si
risponde innalzando altri muri dalla parte opposta, alla fine non si vede
più il cielo.
Luigi Alici
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