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La lezione di Benedetto
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di
Alberto Bobbio
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PAPA
IL TESTO CHE BENEDETTO XVI AVEVA PREPARATO PER LA SAPIENZA
«NESSUNO
PUÒ CERCARE
DI IMPORRE LA FEDE»
Altro che "Papa del dogma", contrario al dialogo. Il suo
discorso piace anche a Dario Fo: «Andrebbe letto e riletto».
Non lo ha pronunciato. Eppure
adesso, forse, si può essere autorizzati a pensare che, se lo avesse fatto,
il suo discorso non avrebbe avuto l’eco che si merita. Il testo che Joseph
Ratzinger ha scritto per l’allocuzione (mancata) all’Università La
Sapienza di Roma è uno dei più densi, articolati e formidabili del suo
pontificato.
Lo ha scritto da solo, in tedesco. Prorompe dalla sua personalità di
intellettuale, che nulla dà mai per scontato. Pronto a chiedere perfino a
che cosa serve un Papa. Altro che "Papa del dogma", che allontana
il dialogo e impone solo certezze chiuse. Arriva a dire, senza alcun dubbio,
che neppure un Papa «deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario
la fede». Scrive addirittura che per l’università il tratto essenzale è
l’autonomia, che deve «essere legata esclusivamente all’autorità della
verità».
Torna al suo antico mestiere, di cui mai ha perso la passione. Fa il
professore, per interposta lettura. Gli presta la voce, nell’aula magna
della più grande università d’Europa, il prorettore, il professor Piero
Marietti, e alla fine si alzano tutti in piedi ad applaudire. Anche Dario
Fo, campione di una laicità che sfiora a volte l’anticlericalismo,
scatta su e ai giornali dirà che l’allocuzione «andrebbe letta e riletta».
Benedetto XVI ammette perfino che «varie cose dette dai teologi nel
corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali
si sono dimostrate false». Non ha alcuna paura il Papa e arriva a esaltare «l’autonomia
della filosofia», che è pratica del pensiero non confessionale, palestra
di scontro e allenamento di idee, lontana dai dogmatismi anche della
teologia cattolica. Si mette nei panni di Socrate, il filosofo che ha
infilato un sacco di domande al cuore della filosofia dei suoi contemporanei
e al centro di quella di tutti i tempi, spiegando che il vero intellettuale
deve assumere su di sé «il diritto e la responsabilità propri della
ragione che si interroga in base alle sue forze».
Osserva che anche i primi cristiani erano contestatori, gli era piaciuto
Socrate, che smantellava con la filosofia le fedi antiche, che si applicava
alla decostruzione dei miti, soffiava sulla «nebbia della religione
mitologica». A Ratzinger quei cristiani piacciono molto, proprio perché
preferivano la ragione, nuda, libera, aperta, non vaga o intrecciata a
favole moraleggianti per aiutare la dimostrazione della verità. È proprio
per questo che Pilato pone la domanda delle domande: «Che cos’è la
verità?».
Nel discorso di Ratzinger c’è il racconto di una verità mai
antagonista, ma che valorizza la cultura, come ha fatto san Tommaso, che
cita, per dire che basterebbe evitare di fare i "sacerdoti" di una
«razionalità secolaristicamente indurita», perché ci si intenda tra gli
uomini e le culture e le fedi: «L’umanesimo cresciuto sulla base della
fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale,
rendendola un’istanza per la ragione pubblica».
È un testo fondamentale, una sorta di seconda puntata della riflessione
proposta a Ratisbona, che inchioda l’Occidente davanti a due pericoli: che
si arrenda di fronte alla "questione della verità", ma che si
arrenda anche davanti alla "questione della ragione".
| RICCARDI:
PAROLE SERENE PER ANDARE OLTRE
Benedetto XVI intendeva recarsi alla Sapienza come vescovo di Roma.
Lo hanno fatto vari suoi predecessori. Il suo discorso era quello di
un grande intellettuale europeo e di un collega dei professori romani.
Papa Ratzinger sente molto l’Università, come luogo alto di ricerca
e di rispettoso dialogo. Da un episodio normale della presenza del
vescovo di Roma nella sua città è nato un incidente, che ha fatto
parlare la stampa di tutto il mondo e non ha contribuito alla bella
immagine di Roma.
Il Papa non poteva andare in Università? Indubbiamente, la visita
avrebbe assunto un tono non degno, per la contestazione infondata di
un gruppo di professori e di studenti. Pochi, certamente. Ma quanto
bastava a trasformare un evento che voleva essere un incontro sereno
di dialogo tra il vescovo e un luogo alto della cultura della sua
città. Benedetto XVI ha rinunciato, inviando il suo discorso al
rettore dell’Università.
Domenica i romani si sono ritrovati in piazza San Pietro per dire
al Papa affetto e solidarietà. Il cardinale vicario li aveva
invitati, ma sono sicuro che ugualmente sarebbero andati in molti. Un
istinto di simpatia guida sempre i romani a stringersi attorno al Papa
nei momenti gravi o significativi della loro città. Questo non è un
momento bello, quando entra in crisi quel clima sereno che sempre ha
accompagnato la presenza del Papa a Roma. Ma le parole di Benedetto
XVI, dopo l’Angelus, hanno chiuso
l’episodio. Il Papa non ha recriminato, ma ha invitato i giovani
studenti a essere sempre rispettosi dell’altrui opinione: parole
serene e forti, dopo un fatto triste.
Restano vari interrogativi. Nella storia di Roma capitale, anche
prima del 1929, il Governo italiano aveva sempre assicurato che il
Papa si sarebbe potuto muovere liberamente e nel rispetto all’interno
della città. E oggi? È vero, c’è stato qualche marginale episodio
di contestazione con Paolo VI e Giovanni Paolo II, ma niente mai di
questo tipo.
Si doveva mettere il Papa in questa imbarazzante situazione? Si sa
che l’inaugurazione dell’anno accademico a Roma e altrove è
spesso accompagnata da manifestazioni di contestazione (con la loro
violenza goliardica). Insomma, non bisognava evitare simili episodi,
che assumono poi una portata grossa, quasi emblematica?
L’immagine nel mondo non è stata bella. Però, va detto, quel
che è avvenuto non è una riedizione del conflitto tra le "due
Rome" tra Ottocento e Novecento, una laica e l’altra cattolica.
Queste due Rome potranno esistere nella testa di qualcuno o sui
giornali, ma non sono una realtà del vissuto dei romani. Questi,
infatti, cattolici o non cattolici, sentono il significato della
presenza del Papa.
Non ci sono due Rome in lotta, ma una sola Roma, di cui il Papa è
vescovo e in cui la sua figura è vista con affetto e rispetto. Roma
ha accolto con simpatia nel 1978 Giovanni Paolo II, il primo Papa non
italiano da secoli. Così sta facendo anche con Benedetto XVI.
Andrea Riccardi
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| E
A BERTINOTTI UNA LAUREA "CATTOLICA"
Il rettore Manuel Corrales Pascual, gesuita, lo presenta
come il "leader di Rifondazione comunista". Poi Fausto
Bertinotti, presidente della Camera, il comunista accanito lettore
delle Lettere di san Paolo, tiene la Lectio magistralis che apre l’anno
accademico della Pontificia Università cattolica di Quito.
Mentre al Papa negano un discorso nella seconda più grande
università del mondo, dopo quella di Città del Messico, la prima in
Italia e in Europa, al di là dell’oceano l’intelligenza dei
cattolici accoglie il "subcomandante Fausto". Nessuno ha
protestato in nome di alcuna esclusività. Bertinotti nel suo lungo
viaggio in America latina la scorsa settimana ha visitato due
università cattoliche, quella di Quito in Ecuador e la "Sedes
Sapientiae" di Comunione e liberazione a Lima in Perù.
A Quito ha ammonito che «oggi il nuovo sovrano che minaccia la
politica è la estremizzazione del mercato unita al matrimonio con la
scienza e con la tecnica, e la scienza e le sue ambizioni
totalizzanti. E questo ha messo la politica sotto schiaffo». Dunque,
l’unica via d’uscita sta nella «restituzione all’uomo, chiunque
egli sia, del controllo del suo destino». Al termine della Lectio
magistralis, il Senato accademico ha deciso di consegnare a Fausto
Bertinotti "il comunista" la laurea honoris causa in
Scienze politiche.
A.BO.
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