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Altro che supermartedì delle primarie americane, il giorno nel quale ben venti Stati votano per la scelta del candidato alla Casa Bianca. Con inizio da martedì scorso il Governo di Romano Prodi ha affrontato il voto sul documento del dimissionario ministro della Giustizia Clemente Mastella, la fiducia sull’operato del ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio, il voto sulla "bozza Bianco" per la nuova legge elettorale, e soprattutto il segretario del Partito democratico Walter Veltroni, che invece di cercare la massima compattezza fra gli alleati di Governo, ha dichiarato la settimana scorsa di voler correre da solo con qualsiasi tipo di legge elettorale, chiedendo a un furbissimo Berlusconi di fare altrettanto. Al momento in cui andiamo in stampa la sorte del Governo appare fortemente compromessa, soprattutto perché si voterà in quel Senato dove basta un attacco influenzale per provocare una crisi di Governo che giungerebbe al termine di una concatenazione di eventi difficilmente sostenibile per chiunque: dalle critiche piovute addosso al Belpaese, i rifiuti di Napoli e il cortocircuito fra politica e giustizia deflagrato con le dimissioni del ministro guardasigilli Clemente Mastella che ci riporta indietro di quindici anni.
Figuriamoci se all’influenza stagionale si è aggiunto il gruppuscolo dei senatori liberaldemocratici di Lamberto Dini che la settimana scorsa hanno chiaramente detto di non voler votare a favore di Pecoraro Scanio. E dopo? «E dopo credo che l’ottanta per cento degli interessati finirà per convergere sulle elezioni anticipate, perché Prodi ha ceduto alla sindrome della sopravvivenza a tutti i costi», spiega Pier Ferdinando Casini, che pur di non andare alle urne con una legge elettorale che non consentirà mai il decollo del Centro, sarebbe disposto a esplorare più di una possibilità, quelle meno canoniche comprese. Casini dice queste cose solo quando vede la possibilità reale di elezioni e sente il bisogno di accorciare le distanze con Berlusconi da cui lo dividono due anni di dure polemiche. «Rinegozieremo il patto con la Casa delle libertà», va ripetendo da qualche giorno il leader dell’Udc che ormai vede allontanarsi il sogno di fondare quel Centro neodemocristiano che aveva sperato di mettere in campo con l’ex segretario della Cisl Savino Pezzotta e nel quale avrebbe dovuto esordire persino il presidente degli industriali Montezemolo. È probabile che Pezzotta e gli altri "sognatori centristi" insistano nel voler presentare comunque la cosiddetta "Cosa bianca" anche con la legge elettorale vigente, ma non troveranno risposte dal leader dell’Udc. Casini è un democristiano che sembra giovane, ma è di lungo corso: «Che me ne faccio di una forza che raccoglie un buon risultato, ma rimane isolata?». L’avventura solitaria di Mino Martinazzoli nelle elezioni del 1994 ha fatto scuola. E Berlusconi sta a guardare... Quel che succederà dopo, in caso di crisi di Governo, se lo è chiesto anche il leader del Pd, Walter Veltroni che la settimana scorsa a Orvieto ha ripetuto il grido di battaglia che ha messo nei guai Prodi: «Andremo da soli davanti agli elettori. Berlusconi faccia altrettanto». Veltroni sa benissimo che, più che andar da soli alla competizione elettorale, potrebbe essere proprio lui quello che rimane solo. Solo due volte: perché il Pd non lo seguirebbe fino in fondo e perché la condizione importante della sua sfida è che Silvio Berlusconi agisca alla stessa maniera, ma non è detto che lo faccia. Può il leader del Centrodestra correre da solo, sapendo che in caso di elezioni anticipate la vittoria dello schieramento uscito sconfitto di misura nel 2006, vincerebbe a mani basse? I dubbi sono tanti, ma i collaboratori del Cavaliere cominciano a far trapelare una verità poco comoda per il sindaco di Roma; la trovata del nuovo partito moderato inventata una sera in piazza San Babila a Milano, era il parto di un Berlusconi convinto che la spallata fosse definitivamente fallita. Magli ultimi avvenimenti hanno riportato a galla la speranza di vedere naufragare un Governo che, presto o tardi, avrebbe messo le mani sul conflitto di interessi e sull’emittenza radiotelevisiva, e dunque perché gettare al vento una vittoria sicura? E così, un giorno il Cavaliere nicchia, l’altro tentenna, e quello dopo ancora strizza l’occhiolino, mentre Veltroni comincia a intravedere la "fregatura" che Berlusconi rifilò a D’Alema nella seconda metà degli anni Novanta, quando fece finta di accordarsi sulle riforme con l’attuale ministro degli Esteri nascondendo il vero obiettivo, che era quello di scardinare il primo Governo Prodi. E infine c’è l’ultima possibilità e cioè che abbia ragione Rosy
Bindi quando sostiene che il Governo Prodi ce la farà ancora una volta,
magari perché gli altri, alla fin fine, fra dubbi e incertezze, una vera
alternativa non la sanno costruire.
Guglielmo
Nardocci
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