Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 


La lezione attualissima
di un "docente" di fede

 
Attualità.
di Annamaria Braccini


INIZIATIVE - "I CLASSICI DELLA SPIRITUALITÀ CRISTIANA"
QUESTA SETTIMANA IL DODICESIMO E ULTIMO VOLUME: "IL MISTERO DI CRISTO", DI PAPA PAOLO VI


CON LA GIOIA DEL VANGELO

Il cardinale Tettamanzi ricorda l’arcivescovo e futuro papa Giovanni Battista Montini, che lo ordinò prete: «Ci disse di avere un cuore capace di amare e servire tutti».

Oggi ne è il successore alla guida della grande Chiesa ambrosiana, ma cinquant’anni fa fu lui, il futuro Paolo VI, a ordinarlo sacerdote. Insomma, sono molti i motivi che legano il cardinale Dionigi Tettamanzi, dal 2002 arcivescovo di Milano, alla figura e al magistero di Giovanni Battista Montini, al quale ha dedicato, non a caso, anche un approfondito volume intitolato Vi parlo di Montini.

E proprio dal giorno della sua ordinazione sacerdotale in Duomo e dalle parole pronunciate allora dall’arcivescovo inizia il ricordo del cardinale Tettamanzi che, insieme, è anche una riflessione sull’attualità dell’insegnamento episcopale montiniano.

  • Eminenza, lei oggi siede sulla Cattedra che fu dell’arcivescovo Giovanni Battista Montini, e lo ha conosciuto, essendo stato ordinato da lui nel 1957. Qual era il tratto specifico della personalità montiniana, da un punto di vista sia umano che sacerdotale?

«Vorrei riferirmi proprio all’omelia che monsignor Montini pronunziò nel Duomo di Milano il giorno in cui ordinò sacerdote me e altre decine di preti ambrosiani, il 28 giugno 1957. In quell’occasione, egli formulava una preghiera al Signore perché donasse a noi giovani ministri un cuore "grande, capace di eguagliarsi a quello di Cristo e di contenere dentro di sé tutte le proporzioni della Chiesa, le proporzioni del mondo, capace di tutti amare, di tutti servire, di tutti essere interprete… Un cuore capace di comprendere gli altri cuori". Ecco, direi che questo potrebbe essere, in poche parole, un tratto unificante della personalità dell’arcivescovo e poi papa Montini, ben lontana dall’immagine di freddezza che gli si è voluta attribuire. Era un appassionato dell’umanità e in questo servizio spendeva le sue qualità umane, tra cui la viva intelligenza e la volontà tenace. Ma soprattutto, vi investiva la sua spiritualità sacerdotale, che coltivava quotidianamente con la preghiera contemplativa. Ricordo che incoraggiava noi, suoi preti, rilevando che la grandezza e anche il mistero del sacerdozio consistono nel riconoscere che per essere simili a Cristo basta che siamo quello che siamo: veri sacerdoti. Dobbiamo lasciare alla sua grazia in noi libera azione, renderci a lui disponibili e lasciarci invadere dalla sua pienezza. L’alter Christus, la santità del sacerdozio, è tutta qui».

Paolo VI nel 1975 in piazza San Pietro per l'Anno santo.
Paolo VI nel 1975 in piazza San Pietro per l’Anno santo
(foto Del Canale).

  • Nelle meditazioni e omelie dell’allora arcivescovo di Milano, emerge infatti la centralità di Gesù, come riferimento costante. Lei ha scritto, nel suo saggio dedicato appunto a Montini, che «il segreto che ha fatto di Paolo VI un autentico "uomo della speranza" risiede nel suo totale, indefettibile, amore a Cristo». Questo motivo distintivo della predicazione del suo predecessore è un modello per il suo presente episcopato?

«La prima Lettera pastorale dell’arcivescovo Montini diceva che "Cristo è necessario. Cristo è sufficiente. Cristo è tutto per noi". E la radice della sua predicazione stava proprio nel voler trasmettere ai sacerdoti e ai laici un amore a Cristo vibrante, riconoscente, libero pastoralmente, nel riconoscere i bisogni di Cristo nella Chiesa ambrosiana, e poi in quella universale, nell’amarli e nel servirli. Indubbiamente, questa universalità e profondità di amore lo hanno aiutato a essere l’uomo della speranza anche nei momenti critici della vita della Chiesa. Ma non dobbiamo trascurare l’altro forte polo della spiritualità montiniana, Maria Santissima, alla quale in seguito Paolo VI dedicò due lettere encicliche e un’importante esortazione apostolica».

  • Cos’è la Madonna per Montini?

«È "la sommità del più alto umanesimo", per questo la gente sente esaltato in Lei il suo ideale di vita umana; è anche "finestra del Cielo" e "figura della Chiesa". Quest’anno la diocesi di Milano compirà un grande pellegrinaggio popolare a Lourdes sulle orme di quello che l’arcivescovo Montini guidò, nel giugno di cinquant’anni fa, in ringraziamento dei frutti della Missione straordinaria del 1957. Quanto al "modello" montiniano per l’oggi, ho già avuto modo di dire che, pur nelle diverse circostanze storiche, dobbiamo riscoprire e valorizzare alcune di quelle linee pastorali e spirituali che ritengo ancora capaci di ridare freschezza e slancio all’impegno vocazionale della nostra diocesi».

  • «Tutte le volte che vogliamo essere umani diventiamo cristiani». Queste parole, pronunciate in Duomo da Montini in preparazione al Triduo pasquale di 45 anni fa, richiamano un’espressione che le è cara, quando dice che il nostro mondo ha necessità di una società più umana e umanizzante, ma ne disconosce spesso le radici cristiane…

«Quest’ultima è un’osservazione che vale proprio a partire dal periodo dell’episcopato montiniano a Milano quando, a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, cominciò a manifestarsi la contraddizione tra i risultati brillanti delle tecnologie e del progresso, che Montini tiene in grande considerazione, e il coefficiente umano del lavoro. Vi è una suprema dignità umana del lavoratore, dell’insegnante, del medico, dello scienziato, che soltanto la radice cristiana – Montini citava spesso la coscienza battesimale – può restaurare a pieno. Egli aggiungeva che "l’olio lubrificante e dolcificante" della carità è il collante fra l’uomo e il cristiano; un principio che non decade mai, proprio perché compito della carità è di umanizzare i gesti umani, i rapporti umani, perché non diventino impersonali, burocratici, pesanti. L’esempio è ancora Cristo, "il Maestro più alto in fatto di umanità"».

  • Cinquant’anni fa Montini dimostrò la sua attenzione alla società civile, soprattutto al laicato, promuovendo la Missione di Milano per comunicare con tutte le categorie della grande metropoli e con i "lontani". Pur attraverso tanti e inevitabili mutamenti, si può affermare che il dialogo e la testimonianza di un’autentica vita di fede – specie per i laici impegnati nel quotidiano – siano al cuore di quell’essere missionari che lei chiede alla Chiesa che le è affidata?

«Certamente, sottolineando quella gioia dell’evangelizzazione cui Paolo VI esortava nell’Evangelii nuntiandi e che tutt’oggi va stimolata, anche se si parte da situazioni in cui la speranza sembra spegnersi. Ricordo che Montini nelle nostre parrocchie usava l’immagine della nave, sulla quale noi cristiani siamo imbarcati e che ci porta verso la salvezza. E si domandava: e gli altri? Devono restare dei poveri naufraghi? Di qui il grande sforzo della Missione di Milano. Allora come oggi, non è il tempo del puro insegnamento dottrinale, quello che viviamo: il problema da affrontare è, invece, l’evangelizzazione, la discesa di Cristo tra gli uomini come Salvatore, nelle varie situazioni che la storia ci presenta. Tornando all’omelia della mia ordinazione, siamo stati incoraggiati ad avere un cuore che non sa solo conoscere le pecore nell’ovile, ma va a cercare le altre, in un’ansia che non deve avere tregua, spinta dall’amore. Dunque, questo vescovo e Papa così attento all’uomo e alla modernità, così vicino alle gioie e alle sofferenze dei contemporanei, questo formidabile evangelizzatore, ha ancora tanto da dirci».

Annamaria Braccini
   
    

UNA SCRITTURA VIBRANTE E LUMINOSA

Il volume raccoglie i discorsi di Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, relativi alla meditazione del mistero di Cristo pronunciati durante il periodo dell’episcopato milanese (1955-1963) in occasioni liturgiche varie: Quaresima, Pasqua, Pentecoste, Assunzione di Maria, Natale ed Epifania. Non manca la parte più significativa della Lettera pastorale del primo anno di episcopato, intitolata Omnia nobis est Christus. Da questi testi emergono la consapevolezza di Montini che il mistero di Cristo possa ancora oggi essere efficacemente trasmesso all’uomo e il suo sforzo di presentarlo in maniera adeguata alla grandezza del messaggio.

La penetrante prefazione di Giuliano Vigini aiuta a cogliere il cuore di questi testi, da un punto di vista contenutistico e formale, laddove le due dimensioni in Montini entrano in un rapporto tutto particolare e fortemente coinvolgente. Così che il lettore è invitato a una triplice esperienza: elevazione spirituale, stimolo concreto a seguire nella vita le orme di Cristo e godimento letterario per una scrittura «dove tutto vibra e tutto è luce».


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