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Oggi ne è il successore alla guida della
grande Chiesa ambrosiana, ma cinquant’anni fa fu lui, il futuro Paolo VI,
a ordinarlo sacerdote. Insomma, sono molti i motivi che legano il cardinale
Dionigi Tettamanzi, dal 2002 arcivescovo di Milano, alla figura e al
magistero di Giovanni Battista Montini, al quale ha dedicato, non a
caso, anche un approfondito volume intitolato Vi parlo di Montini.
E proprio dal giorno della sua ordinazione sacerdotale in Duomo e dalle
parole pronunciate allora dall’arcivescovo inizia il ricordo del cardinale
Tettamanzi che, insieme, è anche una riflessione sull’attualità dell’insegnamento
episcopale montiniano. «Vorrei riferirmi proprio all’omelia che monsignor Montini pronunziò
nel Duomo di Milano il giorno in cui ordinò sacerdote me e altre decine di
preti ambrosiani, il 28 giugno 1957. In quell’occasione, egli formulava
una preghiera al Signore perché donasse a noi giovani ministri un cuore
"grande, capace di eguagliarsi a quello di Cristo e di contenere dentro
di sé tutte le proporzioni della Chiesa, le proporzioni del mondo, capace
di tutti amare, di tutti servire, di tutti essere interprete… Un cuore
capace di comprendere gli altri cuori". Ecco, direi che questo potrebbe
essere, in poche parole, un tratto unificante della personalità dell’arcivescovo
e poi papa Montini, ben lontana dall’immagine di freddezza che gli si è
voluta attribuire. Era un appassionato dell’umanità e in questo servizio
spendeva le sue qualità umane, tra cui la viva intelligenza e la volontà
tenace. Ma soprattutto, vi investiva la sua spiritualità sacerdotale, che
coltivava quotidianamente con la preghiera contemplativa. Ricordo che
incoraggiava noi, suoi preti, rilevando che la grandezza e anche il mistero
del sacerdozio consistono nel riconoscere che per essere simili a Cristo
basta che siamo quello che siamo: veri sacerdoti. Dobbiamo lasciare alla sua
grazia in noi libera azione, renderci a lui disponibili e lasciarci invadere
dalla sua pienezza. L’alter Christus, la santità del sacerdozio,
è tutta qui».
«La prima Lettera pastorale dell’arcivescovo Montini diceva che "Cristo è necessario. Cristo è sufficiente. Cristo è tutto per noi". E la radice della sua predicazione stava proprio nel voler trasmettere ai sacerdoti e ai laici un amore a Cristo vibrante, riconoscente, libero pastoralmente, nel riconoscere i bisogni di Cristo nella Chiesa ambrosiana, e poi in quella universale, nell’amarli e nel servirli. Indubbiamente, questa universalità e profondità di amore lo hanno aiutato a essere l’uomo della speranza anche nei momenti critici della vita della Chiesa. Ma non dobbiamo trascurare l’altro forte polo della spiritualità montiniana, Maria Santissima, alla quale in seguito Paolo VI dedicò due lettere encicliche e un’importante esortazione apostolica».
«È "la sommità del più alto umanesimo", per questo la gente sente esaltato in Lei il suo ideale di vita umana; è anche "finestra del Cielo" e "figura della Chiesa". Quest’anno la diocesi di Milano compirà un grande pellegrinaggio popolare a Lourdes sulle orme di quello che l’arcivescovo Montini guidò, nel giugno di cinquant’anni fa, in ringraziamento dei frutti della Missione straordinaria del 1957. Quanto al "modello" montiniano per l’oggi, ho già avuto modo di dire che, pur nelle diverse circostanze storiche, dobbiamo riscoprire e valorizzare alcune di quelle linee pastorali e spirituali che ritengo ancora capaci di ridare freschezza e slancio all’impegno vocazionale della nostra diocesi».
«Quest’ultima è un’osservazione che vale proprio a partire dal periodo dell’episcopato montiniano a Milano quando, a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, cominciò a manifestarsi la contraddizione tra i risultati brillanti delle tecnologie e del progresso, che Montini tiene in grande considerazione, e il coefficiente umano del lavoro. Vi è una suprema dignità umana del lavoratore, dell’insegnante, del medico, dello scienziato, che soltanto la radice cristiana – Montini citava spesso la coscienza battesimale – può restaurare a pieno. Egli aggiungeva che "l’olio lubrificante e dolcificante" della carità è il collante fra l’uomo e il cristiano; un principio che non decade mai, proprio perché compito della carità è di umanizzare i gesti umani, i rapporti umani, perché non diventino impersonali, burocratici, pesanti. L’esempio è ancora Cristo, "il Maestro più alto in fatto di umanità"».
«Certamente, sottolineando quella gioia dell’evangelizzazione cui Paolo VI esortava nell’Evangelii nuntiandi e che tutt’oggi va stimolata, anche se si parte da situazioni in cui la speranza sembra spegnersi. Ricordo che Montini nelle nostre parrocchie usava l’immagine della nave, sulla quale noi cristiani siamo imbarcati e che ci porta verso la salvezza. E si domandava: e gli altri? Devono restare dei poveri naufraghi? Di qui il grande sforzo della Missione di Milano. Allora come oggi, non è il tempo del puro insegnamento dottrinale, quello che viviamo: il problema da affrontare è, invece, l’evangelizzazione, la discesa di Cristo tra gli uomini come Salvatore, nelle varie situazioni che la storia ci presenta. Tornando all’omelia della mia ordinazione, siamo stati incoraggiati ad avere un cuore che non sa solo conoscere le pecore nell’ovile, ma va a cercare le altre, in un’ansia che non deve avere tregua, spinta dall’amore. Dunque, questo vescovo e Papa così attento all’uomo e alla modernità, così vicino alle gioie e alle sofferenze dei contemporanei, questo formidabile evangelizzatore, ha ancora tanto da dirci».
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