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Attualità.
di Gian Paolo Ormezzano

 
CALCIO
IL DEBUTTO DELL'ATTACCANTE PATO DEL MILAN


PIÙ AQUILA CHE PAPERO

Alla sua età il grandissimo Pelé prometteva più di quel che dava. Lui sembra già perfetto, veloce e coraggioso. Ed è pure un bravo ragazzo.

Proviamo a scrivere qualcosa di non entusiastico, non encomiastico, non sublimemente ed esclusivamente positivo sul calciatore Alexandre Rodrigues da Silva detto Pato, attaccante brasiliano di 18 anni e mezzo, passato dall’Internacional di Porto Alegre al Milan per 22 milioni di euro, con un compenso annuale, per cinque anni, di 2 milioni di euro, che gol e gioco indicizzeranno verso l’alto. Proviamo, è difficile ma bisogna farlo, per lui che ha il diritto di non patire un’eccessiva zavorra di attese e pretese, per noi che abbiamo il diritto di non essere i primi frastornatori di noi stessi.

Pato ha esordito in campionato contro il Napoli, ha segnato un gol splendido, ha regalato passaggi perfetti, ha insomma giocato benissimo, provvedendo fra l’altro a propiziare il rilancio del redivivo Ronaldo, reduce da incidenti fisici e contorsioni psicologiche, Ronaldo il Fenomeno, di cui si è ovviamente proclamato devoto ammiratore oltre che servitore in campo.

Pato dopo il gol al Napoli.
Pato dopo il gol al Napoli
(foto Ansa)

Un campione già rifinito

Proviamo a dire che forse Pato non ha davanti uno strepitoso avvenire, per la semplice ragione che frequenta, possiede, gestisce già un grande presente. In altre parole appare – alto 1,79 per 71 chili e ragazzo serio, misurato di modi tanto quanto esplosivo di scatti e aggressività però soltanto calcistica – un giocatore già rifinito, un campione già compiuto. Personalmente ricordiamo Pelé alla sua età: era ancora naïf, elementare, talora anche incerto, era più quel che prometteva di quel che dava, quel che faceva intravedere di quel che ammollava. Pelé è un fonema: vuol dire secondo alcuni, in un vetero dialetto del suo Brasile minerario, "venticello leggero"; in prospettiva un tifone, un uragano, come è stato. Pato vuol dire "papero", da Pato Branco (bianco), il paesello del nostro, che però appare già come un rapace, persino più aquila aggressiva che condor volteggiante.

Pelé aveva dei margini di miglioramento, insomma: Pato sembra non averli, ma nel senso che gioca già perfettamente bene, con normalissima facilità. Saltando quarant’anni, ecco un altro fenomeno, Lionel Messi, argentino del Barcellona: si è imposto proprio alla Pato, tutti hanno detto che sarebbe diventato Maradona; sono passate due stagioni e a 21 anni e mezzo è sempre Messi. Grande, si capisce, ma non – non ancora, e se non ora, quando? – immenso.

Pato è arrivato in Italia con papà e mamma, ha giocato (poco) in amichevole, al primo incontro ufficiale, il 13 gennaio 2008, ha propiziato per il Milan il primo successo casalingo della stagione, 5 a 2 sul Napoli.

Ha rischiato con coraggio un calcio in testa in occasione di un gol di Ronaldo, ha conosciuto le prime rudezze dei nostri difensori, ha eseguito scatti fantastici, forse ha patito, in chiave di prossima inevitabile e positivamente sfruttabile rivalità, il modo con cui Kakà prende possesso di tutto il campo, segnandolo con la sua corsa.

Pato che porta la macchinetta per i denti sorride poco, quasi soltanto alla fidanzata che si chiama Sthefany, ha la sua età, fa la showgirl televisiva in Brasile, cena col suo ragazzino e con tutti i genitori, di lei e di lui, convocabili, per ora tutori, prossimamente procuratori del duo Beckham brasiliano. Flirt, quello fra i due ragazzini, di un biancore esemplare. Il giovanotto nero Pelé sedusse mulatte e nere e come prima moglie si prese una bianca quasi austera, professoressa di tedesco.

A metà fra Pelé non monogamo ma non troppo farfallone e Ronaldo con tutte le sue mogli e amanti, ecco Pato ed ecco Kakà, religiosissimo e approdato vergine al matrimonio: due che sembrano quasi quasi troppo emblematici, didascalici per essere tutti veri.

La colonia brasiliana del Milan – cioè anche Dida, Cafu, Serginho, Emerson, Digao fratello di Kakà e forse decisivo per il sì del fratellissimo a farsi rossonero a vita nel club generoso anche con il baby di famiglia – offre di tutto, sul piano umano e non solo tecnico-agonistico.

Se Pato sarà bene difeso contro la saudade e intanto aiutato a reggere la pressione mediatica, l’opulenza economica, il mondo intero che gli strizza l’occhio, il Milan avrà fatto un altro acquisto del secolo, dopo quello di Kakà (mica avete pensato a quello di Ronaldo?).

Gian Paolo Ormezzano
   
    
GIOVINCO, LA "FORMICA ATOMICA"

Padre siciliano operaio, madre calabrese accreditata di prodigi da cuoca, primi calci a Beinasco ormai frangia di Torino, cartellino della Juventus dove gioca anche il fratellino Giuseppe, Sebastian Giovinco, appena 1,64 per 51 chili, anni 21, attaccante non di punta, è il Pato italiano: più elegante, meno ficcante, più altruista, meno aggressivo, però una classe assoluta, con la sola incognita del formato ridotto, cioè obbligo di acrobazie per non patire scontri che altrimenti lo potrebbero segnare (ma sino ai 25 anni si può ancora crescere di statura).

Gioca nell’Empoli, in prestito, e non è che giochi sempre, forse contano anche le raccomandazioni bianconere perché non sia gettato nella mischia troppo, oltre che troppo presto. Nel 2007 ha esordito in B con la Juventus e in A con l’Empoli, intanto che ha fatto il regista trascinatore di tante Nazionali azzurre giovanili. Niente fidanzata.

Lo chiamano "Seba", accorciandogli il nome che già la mamma, al battesimo, aveva amputato della "o" finale, Giove (da Giovinco, non dall’Olimpo) o "formica atomica". Segna poco, preferisce far segnare, adora Del Piero. Vedere (il suo bel giocare) per credere.

g.p.o.


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