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Se non fosse per il
Cavaliere per antonomasia, anche la campagna elettorale romana che vede
contrapposti Francesco Rutelli e Gianni Alemanno, sarebbe
veramente una somma di sbadigli, parole e cabaret. Tant’è che da
Trastevere al Quarticciolo, dal Quadraro a Monte de’ Cocci fino ai Parioli,
quando hanno sentito lo slogan capitolino di Berlusconi declinato in formato
Tor Pignattara, «Rialzati Roma», hanno pensato si trattasse della campagna
pubblicitaria del nuovo Piano regolatore, ultimo gesto amministrativo di
Veltroni prima di lanciarsi per le vie d’Italia al grido di se
po’ fà.
Ma nun se po’ sentì è stato il commento più
generoso al «Rialzati Roma», quando hanno capito che la battuta era stata
prestata ad Alemanno dal Cavaliere. Un po’ perché dire ai romani di
rialzarsi suona proprio male, un po’ perché ormai Roma e la sua cintura
producono e viaggiano a un livello di reddito pari a tutte le grandi città
industriali del Nord del Paese. E infatti Alemanno, che torna, a due anni di distanza
dalla sfida con Veltroni, s’è guardato bene dal rialzarsi, pure lui
preferendo il più comprensibile «Roma cambia», contrapposto al messaggio
tranquillo e neoborghese di Rutelli che punta su una città più pulita e
sicura, sulla casa e sui taxi; forte del ricordo dei suoi otto anni di
amministrazione capitolina che segnarono un punto di svolta rispetto a un
passato grigio, indegno di una capitale. Una città che macina record Una capitale che dopo il Giubileo macina record di presenze turistiche, sviluppo dei servizi, imprenditoria edilizia e industrie tecnologicamente avanzate; progetta nuovi aeroporti, perché Fiumicino e Ciampino non ce la fanno più a reggere l’afflusso dei visitatori, ma proprio per questo suo impetuoso sviluppo comincia ad avere il fiato corto sul versante della sicurezza (nonostante sia fra le città più sicure d’Italia), la pulizia e un piano del traffico e dei trasporti che la liberi dall’obbrobrio quotidiano delle ore in fila sul Lungotevere. Però è una città viva, ricca di eventi: «Oggi si può veramente dire che Roma dopo gli ultimi quindici anni di amministrazione è diventata una grande capitale al pari delle altre grandi di Europa e, del mondo», riconosce don Pietro Sigurami, uno dei parroci più noti e ascoltati dell’Urbe, impegnato da sempre sulla frontiera dell’accoglienza degli immigrati del Terzo mondo, per i quali attrezza ogni giorno centinaia di pasti, «ma rimangono problemi gravi: nella nostra mensa dei poveri aumenta notevolmente il numero degli italiani, tutto è caro e dispendioso, preoccupa la delinquenza dei nuovi arrivati dall’Est europeo. La legge Fini-Bossi è stata un disastro, ha diffuso l’idea che lo straniero può stare solo se serve. Ma questo non è una forma di nuovo schiavismo?». Don Pietro non ce lo racconta, ma qualche anno fa il suo bello scontro con la politica ce l’ha avuto. Fu quando la Destra gli attaccò i manifesti nel quartiere chiedendo di cacciare "quella feccia". Lui si presentò alla Messa domenicale e disse: «Dalla quantità di offerte per i poveri di questa domenica io deciderò se smettere o continuare». Il quartiere, in un solo giorno gli mise nelle casse parrocchiali 43 milioni di lire. «Non l’avessero fatto avrei chiuso pure la chiesa», commenta ridendo, «i manifesti sparirono e io ringrazio Dio, perché i miei parrocchiani sono stupendi e ci consentono di aiutare i poveri e persino di aprire in Tunisia tanti centri di formazione». «Non c’è dubbio, lo sviluppo c’è stato e si vede», commenta Daniele Frontoni, 34 anni, presidente dei Giovani albergatori di Roma, che con la mamma, bella e ferrigna signora, ha iniziato nel 2001 la sua attività in pieno centro, «siamo partiti dopo l’11 settembre, possiamo ben dire che abbiamo dichiarato guerra alla guerra. Il nostro indice produttivo è sempre a due cifre grazie all’immagine che Roma ha nel mondo. Ma adesso è ora di provvedere se non vogliamo perdere i clienti. Roma è sporca, ha bisogno di pulizia e decoro urbano, servizi più efficienti, taxi reperibili e infrastrutture necessarie come i centri congressi, le fiere. E ancor più, di buone misure per fronteggiare la microcriminalità che genera insicurezza». «Questi svantaggi li sentono anche le imprese dopo lo sviluppo impetuoso degli ultimi quindici anni», commenta Carlo De Giuseppe, docente di Sviluppo di impresa all’Ateneo di Viterbo e titolare di uno studio romano di assistenza alle imprese da dove ha potuto monitorare la crescita della capitale, «le infrastrutture non sono l’unico problema. Il rapporto fra banche e imprese non è buono e limita il necessario accesso al credito. Gli obblighi burocratici sono ancora troppi e complicati e l’imposizione fiscale, giunta al 53 per cento, è asfissiante. In queste condizioni la grande vitalità delle imprese romane rischia di finire». «È vero, bisogna dare un’altra sterzata», aggiunge Ugo Mastelloni, importante avvocato con studio nel cuore di Roma, che dopo i successi professionali, ha deciso che era il momento di accompagnare al suo impegno cristiano nel sociale anche l’impegno politico nel più problematico dei partiti, quello socialista: «Corro per essere eletto nella prima circoscrizione, e corro da socialista. Di soldi non ne ho più bisogno, di prestigio neanche, ma di mettere la mia esperienza di avvocato al servizio della comunità del centro e anche quel tocco di impegno cristiano che si batte per non far diventare la prima circoscrizione un posto da privilegiati. Cominciando da me». Ma il centro di Roma è anche il regno dell’odiatissima "casta" politica, quelle migliaia di aiutanti, segretari e, diciamolo pure, portaborse che vivono intorno ai palazzi della politica: «Per dire la verità», osserva Mario Ciampi, 31 anni, ma con un brillante curriculum scolastico e accademico alle spalle, coordinatore della fondazione politica di Destra Farefuturo, «ai cosiddetti portaborse arrivano solo briciole per la sopravvivenza». Politici? Sì, ma moderni Visto da fuori, Ciampi potrebbe essere uno di quelli, e invece lui, come i ricercatori dell’Arel, la fondazione creata da Beniamino Andreatta, ora diretta da Enrico Letta, è uno degli apripista di una nuova generazione di operatori della politica forti di lauree, master e specializzazioni: «Lavoriamo sui contenuti, sulla consapevolezza che la politica non può essere né clientela, né vaniloquio. Lavorare con gente come noi è un gesto di coraggio che qualche politico sta facendo. Ma forse questo gesto di generosità che per adesso è di pochi, e che invece in Europa è prassi consolidata, servirà pian piano a invertire la rotta, a creare una classe dirigente di cui il Paese ha bisogno». E anche dell’esempio della famiglia Montesi, il
Paese ha bisogno. Una casa nella periferia romana costruita con tenacia e
mutuo, quattro figli, due stipendi piccoli che bastano sì e no, più no che
sì: «Ma noi», racconta sereno Gualtiero mentre sua moglie corre dietro ai
figli più piccoli, «abbiamo investito sulle relazioni. Siamo tante
famiglie amiche che si aiutano l’una con l’altra. In casa abbiamo una
regola: ci deve essere di tutto, ma uno solo. Un’automobile, un
televisore, un computer. Nessuno spreco ed essere felici del poco: un film
offerto dall’estate romana, la sagra. C’è davvero bisogno di avere
maggiori esigenze di queste? E, quanto al nuovo sindaco, gli chiediamo di
continuare l’opera dei suoi predecessori che non ci è dispiaciuta».
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