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All’origine ci sono il lupo e l’agnello, il cattivo e il buono, il torto e la ragione e l’illusione, con cui un po’ si cresce, che anche il mondo sia inciso a contorni netti, come una favola di Fedro. Poi, un giorno, un professore di psicologia chiude in un’aula universitaria studenti qualunque e chiede di simulare la realtà di un carcere. La classe si divide spontaneamente: da una parte vittime, dall’altra aguzzini. Tutto simulato tranne la violenza: verissima, scaturita spontaneamente tra persone "normali" neutre, né cattive né buone.
E sorge il dubbio che la domanda "cattivi si nasce o si diventa?", che ha sfidato le menti dei filosofi, non ultimi Locke, Hobbes e Rousseau, e innescato l’intero corso della teologia morale, dall’albero della conoscenza in giù, sia in realtà un interrogativo mal posto, che la cesura tra luce e ombra sia meno netta di come sembra. Anche se a Scotland Yard c’è chi propone di schedare il Dna dei bambini turbolenti, in attesa di ritrovarli adulti criminali. «L’esperimento del carcere simulato», spiega lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet, «rivive ogni giorno nelle nostre strade: bravi ragazzini, una volta uniti al gruppo, affrontano rischi e commettono violenze, come mai farebbero singolarmente. Il gruppo entra in antagonismo con l’educazione familiare e scolastica e diventa fattore di rischio in adolescenza, perché prende decisioni importanti di natura ideale: determina che tipo di uomo o donna si vuole diventare, decide il galateo della vita sentimentale, influenza il consumo di stupefacenti e alcol. La dipendenza dagli amici è molto forte affettivamente, anche perché i bambini di oggi, spinti dalla famiglia a una socialità precoce, si abituano ad affrontare insieme la solitudine e la relazione con gli adulti». Al gruppo, che molto chiede, i ragazzi sono disposti a dare molto: «Perché è la realtà che li contiene e dà loro valore, risolve il problema della noia e dell’invisibilità. Ma deresponsabilizza: ho incontrato ragazzini che dopo aver commesso crimini in branco chiedevano "che c’entro io?". Dicevano sempre "loro". L’impressione era, al massimo, di avere assistito. Da qui all’"io" che ha la responsabilità penale, ne corre. Tante volte la trasformazione da relazione amicale a banda è momentanea e repentina: si pensi agli ultrà, persone normali in settimana che allo stadio, sull’onda degli inni, partono alla ricerca del nemico». Il discorso riporta alla domanda iniziale, accompagnandola con la sottile inquietudine che viene dal non sentirsi salvi a prescindere: "nascere" buoni, o almeno crescere beneducati, mette un argine, ma non vaccina. Lo sa bene don Gino Rigoldi, da36 anni cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, ma dalla sua visuale, che tocca in apparenza il fondo, rovescia la prospettiva: «Ho visto oltre 30 mila crimini, ma mai "cattivi sostanziali". Per lavoro incontro ragazzi che hanno commesso delitti anche gravissimi, per scoprire che cosa li ha spinti e poi ripescare il buono rimasto». Che spesso è nascosto sotto uno strato coriaceo di diffidenza: «C’è chi ti rifiuta perché non si fida, e chi pretende, sbagliando, assistenzialismo: servono occhi aperti. Più che cattivi, ho visto ragazzi confusi, violentati, depressi, con dentro il buco nero di chi non è mai stato amato. Un adulto che li segue senza moralismi, ma con aiuti concreti, e ridà valore, mette sempre in moto la scintilla di divino che c’è in ogni uomo». Una convinzione che non ha niente di ingenuo: «Mi arrabbio quando sento qualcuno che aspetta la Provvidenza e non si dà da fare per mettere in campo la competenza necessaria anche a prevenire. Nessuno diventa grande da solo: quello che sta attorno è determinante». Nel male. E nel bene. È l’altra faccia dell’esperimento, la sfida di chi prova a dimostrare che nel non nascere sommersi o salvati si nasconde tanto il pericolo della caduta, quanto la speranza della redenzione.
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