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Come si diventa cattivi

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Attualità.
di Alberto Chiara


INCHIESTA / BULLISMO
LA LETTERA DELLA MAMMA DI UNO DEI BULLI DELLO STEINER


«ORA I NOSTRI FIGLI NON
SONO PIÙ MELE MARCE»


Grazie al Sermig di Torino, scrive la donna, «questi ragazzi spaventapasseri si sentono di nuovo utili».

La violenza vista con occhi materni. La violenza commessa dal proprio figlio ai danni di un compagno di classe disabile. Una violenza ammessa e condannata senza attenuanti: in casa, prima che fuori. E poi l’altra violenza, quella del giudizio detto, scritto o semplicemente sottinteso, quella delle etichette, quella che bolla senz’appello.

Ma anche la fatica del ripensamento personale, familiare, collettivo. E il riscatto che è partito dal sentirsi accolti invece che giudicati.

Qui di seguito pubblichiamo la lettera della madre di uno dei quattro ragazzi dell’istituto Steiner di Torino che insultarono, aggredendolo, un loro compagno con problemi di inserimento. Le immagini del loro atto di bullismo finirono su Internet. Scoppiò lo scandalo. I quattro vennero sospesi per un anno.

«Sono venuti all’Arsenale della pace a cavallo tra il 2006 e il 2007», racconta Ernesto Olivero, fondatore e animatore del Servizio missionario giovani (Sermig). «Hanno lavorato con noi per mesi. Sono cambiati. Ora sanno cosa significa mettere al centro la persona. Nessuna scorciatoia. Il lieto fine, in questo come in altri casi, non è scontato né immediato. È una lenta maturazione».

C’è stato, ovviamente, anche un risvolto giudiziario. Il 20 dicembre 2007, il Tribunale per i minorenni di Torino ha deciso di accordare 10 mesi di messa alla prova. In particolare, i giudici hanno stabilito che i quattro assistano giovani down presso un’associazione torinese, che studino con profitto, che elaborino un progetto in ambito scolastico (un cartellone pubblicitario, un manifesto o cose simili) che si richiami alla loro esperienza. 

«Pochi giorni prima di quella decisione, la mamma di uno dei quattro studenti mi ha scritto questa lettera che ora autorizza a rendere pubblica», riprende Olivero. «Nelle righe che leggerete non troverete tante cose che pure sono diventate patrimonio comune dei protagonisti: la sofferenza della vittima e dei suoi genitori, la crescente consapevolezza di chi quella sofferenza l’ha causata, le scuse maturate nel cuore dei singoli e poi scritte nero su bianco, il cammino finalizzato a un’autentica riconciliazione. Più in generale rimane il fatto che tutti ci portiamo dentro il "timbro" di Dio. Tocca a noi scegliere: seguire l’amore o l’umore?».

Alberto Chiara
  

Caro Ernesto, è quasi un anno che ci conosciamo. È quasi un anno che ci appoggiamo a voi ed è quasi un anno che voi ci accogliete, ci consolate, ci scrollate di dosso i brutti pensieri e le tante angosce.

Siamo arrivati a voi sommersi dal fango, impauriti, sconosciuti a noi stessi e con il cuore gonfio di dolore. Ricordo ancora il primo giorno che siamo entrati al Sermig, o meglio ricordo le sensazioni: il disagio, le frustrazioni, la vergogna. Non ricordo neanche se c’era il sole o pioveva, sicuramente faceva freddo perché era dicembre. Ricordo (e non so come ci siamo arrivati) la sala con un grande tavolo, tante sedie e noi con voi, c’erano il preside e due insegnanti... forse.

Ma la cosa che mi ha colpito di più è che avete parlato con noi normalmente, che ci avete guardato apertamente, senza ipocrisia e senza giudicarci. E in quel momento penso che ci siamo sentiti di nuovo esseri umani. Lì, finalmente, eravamo semplicemente mamme, papà e figli. Eravamo famiglia. Quella vera, di sempre. E non quelle descritte, fatte a pezzi e centrifugate da ministri, cardinali, giornalisti, attori, vallette e veline, o più semplicemente da ignoti sconosciuti, o peggio ancora da chi ti è vicino e ti conosce da sempre. Da parte loro non c’è stata pietà, né misericordia e neanche dubbi o incertezze, per l’opinione pubblica eravamo mostri.

Da voi eravamo di nuovo famiglia, lì è rinata la speranza e la voglia di tenerci stretti, voi ci avete sostenuti, ci avete insegnato quanto possono essere grandi e gratuiti l’amore, la bontà, la condivisione. Lì i nostri figli non erano più quattro "mele marce", né bulli o quanto c’è di peggio. Lì erano e sono figli, nipoti o semplicemente ragazzi come tanti, forse più spaventati ma consapevoli del male che stupidamente avevano fatto a un ragazzo che non chiedeva altro che essere loro amico.

E lì con voi hanno iniziato a "vivere", a confrontarsi con realtà diverse (che tutti conosciamo, ma che fingiamo di non vedere perché così è più facile essere brave persone). A condividere con disarmante semplicità le loro paure, i loro dubbi, i tanti perché. E così questi "quattro ragazzi spaventapasseri" hanno cominciato a sentirsi ancora utili, a capire che hanno tanto da dare (anzi devono ancora cominciare)... e che la vita è bella. Ma devono soprattutto riconciliarsi con loro stessi e pian piano, a piccoli passi, con il mondo.

Mi sento un po’ egoista ad appoggiarmi a voi, quasi a pretenderlo, ma voi siete le persone più vere (oltre ad altri pochi eletti) che io abbia mai conosciuto. Vi voglio un mondo di bene.

Dimenticavo di ringraziare "il Capo" che dall’alto dei cieli ha permesso di incontrarci.

Con affetto e infinita riconoscenza,

la mamma di G.

P.S. Vi autorizzo, fin d’ora, a pretendere sempre di più dagli "spaventapasseri".


   
   
«EDUCARE, CIOÈ NON TIRARSI INDIETRO»

Vincenzo Andraous è nato a Catania nel 1954, sconta l’ergastolo per omicidio nel carcere di Pavia, da otto anni lavora in semilibertà alla Casa del giovane di Pavia. Ecco la sua testimonianza.

Quel giorno la professoressa d’italiano tentava di spiegarci che il destino non è una mera fatalità, bensì siamo noi a tracciarne il senso. Aveva ragione da vendere, ma io non volli acquistarne neppure un grammo, tant’è che le lanciai una matita, colpendola alle spalle. «Chi è stato?». Il silenzio fu l’unica risposta. Venne il preside, minacciò la sospensione per tutti se non fosse saltato fuori il colpevole, ma il mutismo non consentì dialogo, mentre io mi sentivo fiero della mia bravata ben protetto dal silenzio complice dei compagni.

Fu la mia rovina manipolare il sentimento della solidarietà con l’omertà, quest’ultima infatti non ha parentela con ciò che nasce spontaneo verso l’altro, l’omertà è un mezzo per rendere sicura la prepotenza e la prevaricazione. Anche ieri era bullismo, declinato in altra maniera, ma pur sempre violenza e arroganza nei riguardi dei più deboli, dei più fragili.

Quando si vive ai margini, emarginando gli altri, si ha una propria giustizia "ingiusta" nel mancato riconoscimento dei diritti altrui, il vero problema sta nel non saper attendere una risposta, nel volere tutto e subito; sta nell’annegare la memoria e la propria storia personale, fin da bambino, nel mito della forza, facendo la scoperta devastante che la violenza apre le porte dell’ideologia, vale a dire di una violenza senza limiti che non conosce sconfitta nemmeno dinnanzi a una doppia tragedia: aver tolto una vita umana, convinti di aver ragione. Così facendo c’è dapprima l’incontro devastante con il vicolo cieco, poi con 33 anni di pena scontata, per imparare, infine, che educare significa non tirarsi indietro, ma avanzare con il bagaglio delle proprie esperienze, come somma degli errori, per porsi a diga di ogni facile conclusione: perché solo in questa direzione può esistere una politica sociale che possa partorire giustizia, ricordando che il diritto alla vita e alla tutela di ogni persona, soprattutto di un adolescente, passa attraverso un’azione collettiva, dove nessuno può chiamarsi fuori.

Vincenzo Andraous


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