Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

   

Come si diventa cattivi

 «Ora i nostri figli non
sono più mele marce»

 
Attualità.
di Elisa Chiari


INCHIESTA / BULLISMO
IL PARERE DI SIMONE FEDER, RI-EDUCATORE DI RAGAZZI DIFFICILI


«AIUTAMI AD AIUTARE»,
COSÌ SI SPIAZZANO I DURI


Spesso i giovani che hanno sbagliato innalzano un muro per difendersi. «È lì che bisogna fare breccia, ma si può».

«A me non me ne frega niente di niente». Da giudice onorario del Tribunale dei minori di Milano Simone Feder va a sbattere contro muri così. E sembra di rimbalzare. Da psicologo, coordinatore dell’area adulti della comunità di recupero Casa del giovane di Pavia, sa che non può permettersi di arrendersi all’ostacolo. In un modo o nell’altro, bisogna far breccia nel muro.

Che si tratti del tossico che fuma eroina o del bullo antisociale che bussa perché arrivato alla frutta della solitudine, che sia l’hacker collegato in rete 24 ore al giorno e scollegato dal mondo o il baby rapinatore di buona famiglia che ricatta i coetanei per procurarsi denaro da giocare alle macchinette del bar, senza bisogno di giustificarlo in casa. Sbrecciare appunto. Ma come? «Tenendo conto che il bullo è uno che aggredisce per sentirsi forte, per mascherare la propria debolezza: in termini più tecnici, una persona che ha scarsa autostima. È su quella che si deve lavorare».

Nella stanza c’è appeso un ritratto di Albert Einstein, la didascalia dice "L’immaginazione conta più della conoscenza". Se non si può abbattere il muro, lo si aggira con la fantasia: «Andare in una scuola e dire "oggi parliamo di bullismo" o raccomandare di non "farsi le canne" è condannarsi all’insuccesso: bisogna partire dal positivo. L’ultima volta ho descritto una soffitta con tanti bauli. Chiusi dentro c’erano gli oggetti cari e dimenticati di ciascuno. Ho chiesto di raccontarmi che cosa avessero scordato là dentro: amicizie, onestà, persone amate? Ho visto due piangere».

È un calcinaccio che cade: «Così non ti rifiutano, parlano. Magari non subito, ti scrivono dopo una mail che racconta dell’amico che consuma sostanze per sentirsi all’altezza del gruppo, del debole vessato nell’indifferenza di tutti».

Fin qui si può ancora prevenire, ma quando la barriera della violenza è già alta, quando non si riesce più a mettersi nei panni della vittima – perché è questo che accade ai violenti delle bande, dello stadio, della scuola, della strada – il lavoro si fa duro: «Bisogna spiazzarli, a costo di metterli faccia a faccia con la paura. Un’estate, con don Franco Tassone, direttore di questa comunità, abbiamo portato i ragazzi a fare rafting, avete presente quelli che affrontano le rapide in canotto: ecco. Sembra una pazzia, ma si impara a prendere coraggio dagli altri per fare una cosa insieme. È così che si costruisce autostima. Lo vede questo sito www.casaccoglienza.org? L’ha fatto un hacker. Sai fare questo? Bene. Aiutami ad aiutare gli altri. Vedi un altro che impara a saldare? Ci provi anche tu. L’emulazione funziona anche in positivo: se lui ce la fa perché io no?».

Pozzo profondo, lavoro lungo

Anche una tavola da piallare va bene per ricominciare, il duro viene quando bisogna sporgersi sull’orlo del pozzo. E guardare giù: «Io dico sempre che la vera tentazione di Cristo non è nel deserto, ma nell’orto degli ulivi. Specie se si tratta di uscire da una dipendenza, il peggio arriva quando la persona deve accettare di fare un lavoro su di sé con l’aiuto degli psicologi, a volte degli psichiatri. Lì qualcuno si arrende».

Il pozzo è profondo. Il lavoro lungo: «Ma chi resiste nove-dieci mesi spesso arriva alla fine». E a volte ritornano a prestare aiuto. È molto difficile quando la violenza si respira in casa crescendo: «Mamma e papà restano mamma e papà, anche criminali, ma ho in mente un ragazzo di 18 anni che ha ricostruito qui dentro la rete delle sue relazioni mancate: sentirsi accolto per la prima volta ha cambiato la sua prospettiva».

E lo scacco, Simone, non lo sente mai? «A volte, ma siamo tanti operatori, ci confrontiamo. Mi chiedo che farei nei casi dei giovani colpevoli di omicidi efferati. Credo che per loro non basterebbe quel che si fa qui: lì si deve andare più indietro, all’abc delle emozioni, dalla mano che tocca il tavolo per capire se è freddo o caldo. In quell’abisso davvero non so se saprei entrare».

Elisa Chiari
   
   

IL MALE È FUORI E DENTRO L’UOMO

Non solo si viene a sapere da altri, oggi addirittura si vedono in tempo reale gli scontri fratricidi, il disordine sociale, la guerra, l’ingiustizia, la violenza contro l’altro fino alla sua soppressione. Come può l’essere umano uccidere, violentare, torturare altri esseri umani? Da dove provengono tanta crudeltà e ferocia nel micro e nel macro sociale? Non sono forse scenari di violenza e di morte che superano la stessa capacità umana di compiere il male?

Non è necessario andare fuori o oltre l’essere umano. Non sarebbe altro che un comodo alibi che induce alla rassegnazione o al fatalismo. Il facile ricorso a forze oscure e demoniache non può convertirsi in pretesto per deresponsabilizzare la persona. Il male passa attraverso la libertà umana... Il male ha sempre un volto e un nome: il volto e il nome di uomini e donne che liberamente lo scelgono. L’ingiusto squilibrio nel mondo non è da attribuire a chissà quale destino superiore, è invece opera del soggetto umano (singolo o gruppo), del suo egoismo e della sua ingiustizia. La guerra è solo barbarie e fonte di barbarie; nessun aggettivo (giusta, santa, necessaria, intelligente) la può riscattare. Così, per la scienza, presentare traguardi futuri di benessere che passano attraverso l’uso strumentale della vita umana non è che arbitrio, dominio, violenza. E i riferimenti potrebbero continuare.

Ci sono persone che, in ambienti malavitosi, hanno saputo optare per la causa del bene e, viceversa, altre che, in ambiente sano, hanno optato per la causa del male. La libertà è inevitabilmente condizionata dal gruppo di appartenenza e dalla situazione, ma è anche in grado di condizionare, pena il voler negare, per principio, la stessa libertà e, quindi, la stessa possibilità di diventare cattivi. In altre parole, i molteplici e forti condizionamenti non equivalgono a determinismi nei quali la libertà è annullata.

L’origine del male, purtroppo, la si conosce. Il vero problema è quello di superare il male dentro (passioni, istinti) e fuori il cuore umano. E questo esige la formazione, mai definitivamente compiuta, all’esercizio della libertà responsabile, che si fa strada, a volte a caro prezzo, attraverso l’anticonformismo e la disobbedienza agli ordini ingiusti.

Luigi Lorenzetti

   

I BULLI DI CARTA E QUELLI DI CELLULOIDE

Per spiegare ai suoi studenti come fosse stato possibile che tanti tedeschi avessero aderito al nazionalsocialismo, nel 1967 il professore di una scuola californiana fondò un movimento fittizio, ribattezzato "La terza onda" (per fare eco a il Terzo Reich), e impose un saluto e un’uniforme comune. In poco tempo gli studenti iniziarono a obbedire a ogni suo comando e a denunciare chi non aderiva alle parole d’ordine. Di fronte a tale sviluppo inaspettato, il professore decise, dopo soli cinque giorni, di interrompere l’esperimento, che rischiava di sfuggirgli di mano.

La vicenda è alla base di un romanzo del 1981 che è ora diventato anche un film, Die Welle (L’onda), uscito da poco in Germania. Ha detto il regista Dennis Gansel: «Il meccanismo potrebbe ripetersi in qualunque situazione, poiché la dinamica di gruppo è irresistibile». D’altra parte – da Gioventù bruciata ad Arancia meccanica, da I ragazzi della 56ma strada a Trainspotting, da Il branco a L’odio – da sempre il cinema è stato affascinato dai meccanismi perversi che scatenano i peggiori istinti dell’uomo. 

In chiave positiva, molto sta facendo la compagnia teatrale Quelli di Grock (www.quellidigrock.it). Dopo aver affrontato i temi della diversità e dell’anoressia, ora sta lavorando sul bullismo con lo spettacolo Io me ne frego: storia di un’amicizia che si incrina a causa del peggioramento di uno dei due protagonisti, traviato da una cattiva compagnia. Vincitore del Premio Ribalta 2007 per la sua valenza educativa, lo spettacolo ha coinvolto il mondo delle scuole ed è corredato da un utile materiale didattico.

Si può dire che l’indagine sulla genesi del male costituisca uno degli assi portanti della letteratura di tutti i tempi. Qui ci limitiamo a segnalare una novità, Sacrificio di Giacomo Sartori (peQuod), in uscita in questi giorni. È la storia di cinque ragazzi che reagiscono alla mancanza di punti di riferimento, all’assenza di "cultura", alla mancanza di una prospettiva seria, imboccando la via della perdizione: alcol, droga, corse in auto, violenze, finché uno del gruppo non perderà la vita. Come conferma l’autore, c’è molta cronaca alla base del romanzo, ambientato in un Trentino ben diverso dall’immagine turistica nota a tutti. Come il male è radicato in ciascuno di noi, però, anche la possibilità di redenzione sopravvive nelle nostre coscienze.

Paolo Perazzolo


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