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In un’afosa serata settembrina di 38 anni fa, la città di Palermo fu sconvolta dalla scomparsa di Mauro De Mauro, giornalista esperto e coraggioso, punto di riferimento per un’intera generazione di cronisti. Firma illustre del quotidiano palermitano L’Ora, De Mauro fu prelevato dai suoi sequestratori a pochi metri dalla sua abitazione, in una zona residenziale del capoluogo siciliano, alle 21.10 del 16 settembre del 1970. Magistrati e investigatori che indagarono sul delitto furono, a loro volta, uccisi. E il corpo del giornalista dell’Ora non fu mai ritrovato.
Dopo anni di mistero, nei mesi scorsi si era accesa una speranza. Un pentito della ’ndrangheta, infatti, aveva segnalato la presenza dei resti di De Mauro in un cimitero calabrese. Ma l’esame del Dna ha escluso tale eventualità. Dall’aprile del 2006 presso la Corte di assise di Palermo è in corso un processo per fare luce sulla scomparsa del giornalista. L’avvocato di parte civile è Francesco Crescimanno, legale storico di numerosi familiari delle vittime della mafia. Il pubblico ministero è il sostituto procuratore Antonio Ingroia, un tempo braccio destro del giudice Paolo Borsellino. Secondo le più recenti ricostruzioni, la mafia avrebbe eseguito materialmente il sequestro De Mauro, ma i mandanti sarebbero personaggi esterni a Cosa nostra. Tra le tante piste seguite negli ultimi decenni, le ipotesi privilegiate sarebbero due: il caso Mattei e il tentato golpe Borghese. Enrico Mattei, presidente dell’Eni, morì nel 1962, in seguito al sabotaggio del suo aereo, a Bescapé (Pavia). Partigiano cattolico, Mattei era inviso ai potentati internazionali per la sua politica petrolifera autonoma e per la sua costante ricerca del dialogo con il mondo arabo. Poco prima di scomparire, De Mauro stava collaborando con il regista Francesco Rosi per la sceneggiatura del film Il caso Mattei. Secondo l’altra ipotesi, il giornalista scoprì il piano del principe fascista Junio Valerio Borghese, che – in collaborazione con settori deviati della politica, delle istituzioni e delle forze armate – tentò un colpo di Stato nel dicembre del 1970. Ma si tratta appunto di ipotesi, mentre il mistero rimane fitto. Dopo molto tempo, Franca De Mauro, 60 anni, figlia del giornalista ucciso, ha concesso un’intervista esclusiva a Famiglia Cristiana.
«Stavo tornando a casa, accompagnata dal mio futuro marito. Dopo avere parcheggiato, ho visto l’auto di mio padre. Come ho riferito a un magistrato dell’epoca, ho avuto l’impressione che ci fosse una macchina ferma davanti a noi. Uno dei due passeggeri stava per scendere ma è stato bloccato dall’altro. Mentre eravamo in attesa dell’ascensore, mi sono insospettita per il ritardo di mio padre e sono uscita dal portone. Mi sono accorta che si stava allontanando, probabilmente con diverse persone. Tuttavia, è stata una questione di attimi e sul momento non ho pensato a un sequestro. A posteriori, però, il fatto che papà non si voltasse verso di me mi ha indotto a pensare che fosse un modo per proteggermi e per non segnalare la mia presenza ai rapitori».
«Talvolta con rabbia, con una rabbia incredibile. Sono indignata per il fatto che si è tentato di gettare fango a piene mani per sporcare la memoria di un galantuomo. Questo è intollerabile. Tuttavia, non ho mai smesso di sperare che si facesse chiarezza sul movente e i mandanti del rapimento di mio padre».
«Sì, assolutamente scettici! Non avrebbe avuto senso. Come potevano, infatti, rapire, tenere in un posto sicuro, uccidere mio padre e poi trasportarne il cadavere in Calabria? Sarebbe stata una vicenda troppo rocambolesca».
«Da sempre condividiamo la pista Mattei. Mio padre si era impegnato con passione a cercare la verità sulla morte del presidente dell’Eni e aveva scritto la sceneggiatura del film di Rosi, una sceneggiatura misteriosamente sparita e mai giunta al regista. Non crediamo, invece, alla pista del golpe Borghese. Mio padre da giovane s’iscrisse alla X Mas di Valerio Borghese per breve tempo, ma il suo fu un fascismo all’acqua di rosa. In ogni caso, nel dopoguerra fece autocritica e non ebbe più rapporti con il mondo fascista. Era sinceramente convinto che la libertà fosse un bene fondamentale. In definitiva, mio padre aveva maturato un percorso democratico ed era approdato all’Ora, per cui sarebbe stato ben strano che qualche ex repubblichino fascista lo potesse contattare e avvisare del golpe».
«Papà era un uomo molto generoso. Era molto liberale nelle discussioni pubbliche e con gli amici, ma era tradizionalista e rigido nell’educazione di noi figli».
«La sua scrittura era brillante e scorrevole. Mi piacevano molto le sue corrispondenze per il Giorno e le sue inchieste per il quotidiano L’Ora riguardanti il sacco di Palermo. Ricordo anche le sue commoventi cronache sulla rivolta dell’8 luglio del 1960. Descriveva l’atmosfera di quella calda estate, il fumo dei lacrimogeni, gli spari, con una prosa da grande scrittore». Pietro Scaglione
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