Icone, statue, reperti
strappati alla guerra. A costo della vita. Talvolta l’Italia si dimentica
dei suoi figli, anche di quelli che le hanno dato lustro, che hanno
consumato la loro vita per servirla. Fabio Maniscalco, archeologo,
napoletano di nascita, era un Vfb, Volontario in ferma breve nell’Esercito,
quando nel ’96 è scoppiata la grave crisi dei Balcani. Aveva deciso che
sarebbe partito subito per quella terra martoriata, pur non avendone
diritto, in quanto non era un militare a pieno titolo. Dietro la sua
determinazione si celava un sogno: salvare dalla spoliazione e dalla
distruzione finale le chiese e i palazzi dell’ex Jugoslavia.
Alla fine la spuntò. Gli alti gradi delle Forze armate
dovettero riconoscere che le sue approfondite conoscenze del patrimonio
culturale mondiale e il suo fluente inglese e francese erano requisiti
determinanti per la delicata missione che si prefiggeva di compiere.
Da qui comincia la storia, bella e triste, al contempo, di
un eroe italiano che lo scorso 1° febbraio è andato via senza far rumore,
in un silenzio, forse, fin troppo assordante. Stroncato da una grave forma
di cancro.
A ucciderlo è stato l’uranio impoverito, dicono i
medici e i consulenti che hanno avuto modo di studiare il suo caso. Già,
quel terribile nemico senza volto, presente ormai in tutti i teatri di
guerra, che ha mietuto e continua a mietere decine di vittime, sia tra i
civili che tra i militari. Eppure un nemico la cui responsabilità, in
queste morti, nessuno ancora ha certificato in maniera ufficiale.
Sotto la minaccia dei cecchini
Non sono bastate due commissioni (la bicamerale del 2003 e
quella istituita presso il Senato, ma con parametri bicamerali, attiva tra
il gennaio 2007 e il gennaio di quest’anno), svariate interrogazioni
parlamentari e movimenti d’opinione, per stabilire la pericolosità di
questo elemento che, come è noto, è uno scarto di produzione delle
centrali nucleari ed è impiegato per amplificare l’effetto devastante di
bombe e proiettili utilizzati nei conflitti.
Fabio è rimasto a Sarajevo e in Bosnia-Herzegovina per un
paio d’anni. Un periodo nel quale ha lavorato alacremente, sotto la
costante minaccia dei cecchini, per mappare e catalogare quel che era
rimasto miracolosamente integro dopo i pesanti bombardamenti della Nato.
Icone, affreschi, immagini sacre, oggetti, tutto era alla mercé di
sciacalli e razziatori, come in un outlet a cielo aperto dove ognuno poteva
prendere ciò che voleva. Collezionisti esteri e mercanti d’arte già si
sfregavano le mani.
A giudicare dalle circostanze e dalla tempistica (il
cancro da uranio si palesa dopo un’"incubazione" di circa 10-12
anni), è stato in quell’occasione, sostengono gli esperti, che Fabio ha
verosimilmente subìto gli effetti nefandi di questo elemento. Il colpo
potenziato con l’uranio, infatti, polverizza letteralmente tutto ciò che
si trova sul suo cammino, e nel pancreas di Fabio, dieci anni dopo (era la
primavera del 2006), sono state effettivamente trovate nanoparticelle di
tungsteno, oro, argento. L’unica spiegazione è che micropolveri
contenenti tracce di quei metalli pesanti siano entrate di prepotenza nella
catena alimentare, andando a depositarsi nei suoi organi. Fabio era
condannato ma non lo sapeva.
«Quel che fa più male è che l’Esercito non mi abbia
fatto neanche le condoglianze», si lamenta la signora Rosaria Ruggiero,
vedova di Maniscalco, «benché Fabio si fosse congedato già da diversi
anni, me le sarei aspettate. In oltre 20 anni di monitoraggi dei beni
culturali nelle aree di crisi mio marito ha realizzato una documentazione
fotografica straordinaria e quel che ha fatto in Bosnia, Kosovo e Albania ha
procurato sicuramente consensi e simpatie al contingente italiano impegnato
sul campo. Eppure, non una parola da parte loro».
Appassionato sognatore
Appassionato fino all’autolesionismo, instancabile e
sognatore, questo il ricordo di sé che Fabio ha lasciato a sua moglie e a
quanti lo conoscevano. Negli anni scorsi si era autofinanziato per andare in
Palestina, Algeria, Nigeria, Libano e Afghanistan, e per poco non era
riuscito a entrare in Irak. Aveva scritto libri su libri e ricevuto
onorificenze e lauree honoris causa da università italiane e straniere.
Maniscalco è stato il primo militare italiano a far
applicare l’articolo 7 della convenzione dell’Aja del 1954 sulla tutela
dei beni culturali in caso di conflitto armato e in seguito, con il suo
"Osservatorio permanente per la protezione dei beni culturali in aree
di crisi", ha promosso numerose iniziative internazionali di
sensibilizzazione sul tema. Perché alle bombe, alle violenze e alla
distruzione non si aggiungesse anche il dramma dell’oblio. Ogni Paese,
ogni popolo ha diritto di mantenere vive le testimonianze della sua storia,
della sua cultura. Questo l’assioma che lui, nella sua pur breve vita, ha
tentato sempre di affermare con forza.
Domenico Leggiero, ex pilota
militare e rappresentante del Cocer (una sorta di sindacato delle Forze
armate), si è congedato dall’Esercito nel 2005. La vita per lui era
diventata impossibile. Già consulente di entrambe le commissioni che si
sono occupate di uranio, Leggiero andava snocciolando cifre sui morti da
uranio che ai suoi "capi" risultavano perlomeno indigeste.
«Fabio è stato il morto n. 162 accertato», spiega l’ex
ufficiale che oggi è portavoce dell’Osservatorio militare, «ma dopo di
lui sono già morti altri due ragazzi. Il bilancio totale parla ormai di
2.534 vittime, ma il dato è ovviamente, purtroppo, in crescita».
Maniscalco si era rivolto a lui proprio perché
insospettito dalla strana forma di cancro che lo aveva aggredito. Così
Leggiero lo aveva messo in contatto con un’équipe specializzata di
oncologi che avrebbe poi stilato la drammatica diagnosi.
Il paladino della cultura se n’è andato, il mondo
civile non può che piangerlo, augurandosi che presto qualcuno raccolga la
sua eredità.