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Attualità.
di Marco Merola


ESERCITO
FABIO MANISCALCO, L'ARCHEOLOGO CON LE STELLETTE


MORIRE PER L’ARTE

Nel 1996 era partito come volontario, per salvare il patrimonio artistico dell’ex Jugoslavia. Una scelta pagata con la vita.

Icone, statue, reperti strappati alla guerra. A costo della vita. Talvolta l’Italia si dimentica dei suoi figli, anche di quelli che le hanno dato lustro, che hanno consumato la loro vita per servirla. Fabio Maniscalco, archeologo, napoletano di nascita, era un Vfb, Volontario in ferma breve nell’Esercito, quando nel ’96 è scoppiata la grave crisi dei Balcani. Aveva deciso che sarebbe partito subito per quella terra martoriata, pur non avendone diritto, in quanto non era un militare a pieno titolo. Dietro la sua determinazione si celava un sogno: salvare dalla spoliazione e dalla distruzione finale le chiese e i palazzi dell’ex Jugoslavia.

Alla fine la spuntò. Gli alti gradi delle Forze armate dovettero riconoscere che le sue approfondite conoscenze del patrimonio culturale mondiale e il suo fluente inglese e francese erano requisiti determinanti per la delicata missione che si prefiggeva di compiere.

Da qui comincia la storia, bella e triste, al contempo, di un eroe italiano che lo scorso 1° febbraio è andato via senza far rumore, in un silenzio, forse, fin troppo assordante. Stroncato da una grave forma di cancro.

A ucciderlo è stato l’uranio impoverito, dicono i medici e i consulenti che hanno avuto modo di studiare il suo caso. Già, quel terribile nemico senza volto, presente ormai in tutti i teatri di guerra, che ha mietuto e continua a mietere decine di vittime, sia tra i civili che tra i militari. Eppure un nemico la cui responsabilità, in queste morti, nessuno ancora ha certificato in maniera ufficiale.

Sotto la minaccia dei cecchini

Non sono bastate due commissioni (la bicamerale del 2003 e quella istituita presso il Senato, ma con parametri bicamerali, attiva tra il gennaio 2007 e il gennaio di quest’anno), svariate interrogazioni parlamentari e movimenti d’opinione, per stabilire la pericolosità di questo elemento che, come è noto, è uno scarto di produzione delle centrali nucleari ed è impiegato per amplificare l’effetto devastante di bombe e proiettili utilizzati nei conflitti.

Fabio è rimasto a Sarajevo e in Bosnia-Herzegovina per un paio d’anni. Un periodo nel quale ha lavorato alacremente, sotto la costante minaccia dei cecchini, per mappare e catalogare quel che era rimasto miracolosamente integro dopo i pesanti bombardamenti della Nato. Icone, affreschi, immagini sacre, oggetti, tutto era alla mercé di sciacalli e razziatori, come in un outlet a cielo aperto dove ognuno poteva prendere ciò che voleva. Collezionisti esteri e mercanti d’arte già si sfregavano le mani.

A giudicare dalle circostanze e dalla tempistica (il cancro da uranio si palesa dopo un’"incubazione" di circa 10-12 anni), è stato in quell’occasione, sostengono gli esperti, che Fabio ha verosimilmente subìto gli effetti nefandi di questo elemento. Il colpo potenziato con l’uranio, infatti, polverizza letteralmente tutto ciò che si trova sul suo cammino, e nel pancreas di Fabio, dieci anni dopo (era la primavera del 2006), sono state effettivamente trovate nanoparticelle di tungsteno, oro, argento. L’unica spiegazione è che micropolveri contenenti tracce di quei metalli pesanti siano entrate di prepotenza nella catena alimentare, andando a depositarsi nei suoi organi. Fabio era condannato ma non lo sapeva.

«Quel che fa più male è che l’Esercito non mi abbia fatto neanche le condoglianze», si lamenta la signora Rosaria Ruggiero, vedova di Maniscalco, «benché Fabio si fosse congedato già da diversi anni, me le sarei aspettate. In oltre 20 anni di monitoraggi dei beni culturali nelle aree di crisi mio marito ha realizzato una documentazione fotografica straordinaria e quel che ha fatto in Bosnia, Kosovo e Albania ha procurato sicuramente consensi e simpatie al contingente italiano impegnato sul campo. Eppure, non una parola da parte loro».

Appassionato sognatore

Appassionato fino all’autolesionismo, instancabile e sognatore, questo il ricordo di sé che Fabio ha lasciato a sua moglie e a quanti lo conoscevano. Negli anni scorsi si era autofinanziato per andare in Palestina, Algeria, Nigeria, Libano e Afghanistan, e per poco non era riuscito a entrare in Irak. Aveva scritto libri su libri e ricevuto onorificenze e lauree honoris causa da università italiane e straniere.

Maniscalco è stato il primo militare italiano a far applicare l’articolo 7 della convenzione dell’Aja del 1954 sulla tutela dei beni culturali in caso di conflitto armato e in seguito, con il suo "Osservatorio permanente per la protezione dei beni culturali in aree di crisi", ha promosso numerose iniziative internazionali di sensibilizzazione sul tema. Perché alle bombe, alle violenze e alla distruzione non si aggiungesse anche il dramma dell’oblio. Ogni Paese, ogni popolo ha diritto di mantenere vive le testimonianze della sua storia, della sua cultura. Questo l’assioma che lui, nella sua pur breve vita, ha tentato sempre di affermare con forza.

Domenico Leggiero, ex pilota militare e rappresentante del Cocer (una sorta di sindacato delle Forze armate), si è congedato dall’Esercito nel 2005. La vita per lui era diventata impossibile. Già consulente di entrambe le commissioni che si sono occupate di uranio, Leggiero andava snocciolando cifre sui morti da uranio che ai suoi "capi" risultavano perlomeno indigeste.

«Fabio è stato il morto n. 162 accertato», spiega l’ex ufficiale che oggi è portavoce dell’Osservatorio militare, «ma dopo di lui sono già morti altri due ragazzi. Il bilancio totale parla ormai di 2.534 vittime, ma il dato è ovviamente, purtroppo, in crescita».

Maniscalco si era rivolto a lui proprio perché insospettito dalla strana forma di cancro che lo aveva aggredito. Così Leggiero lo aveva messo in contatto con un’équipe specializzata di oncologi che avrebbe poi stilato la drammatica diagnosi.

Il paladino della cultura se n’è andato, il mondo civile non può che piangerlo, augurandosi che presto qualcuno raccolga la sua eredità.

Marco Merola

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