Salomone era morto da almeno 900 anni quando
ad Alessandria d’Egitto fu composto il libro della Sapienza.
Eppure, la tradizione non ha avuto esitazioni nell’attribuire al celebre
re di Israele anche quest’opera scritta in greco, così come a lui fu
assegnata la paternità del Cantico dei Cantici (1,1) e di Qohelet-Ecclesiaste
(1,1), testi da collocare secoli dopo il regno del figlio di Davide. A
lui fu ricondotto l’intero libro dei Proverbi (1,1), anche se
alcune parti dell’opera hanno riferimenti ad autori diversi: in questo
scritto è possibile, però, che qualche raccolta di detti e aforismi possa
essere sorta proprio durante il governo salomonico.
Certo è che Salomone nella storia ebraica è rimasto come l’emblema
per eccellenza del sapiente (anzi, «egli superò la saggezza di tutti gli
orientali e tutta la saggezza d’Egitto»), celebrato dalla Bibbia come
autore di «tremila proverbi e mille e cinque poesie», capace di dissertare
di botanica e di zoologia (1Re 5,9-13). Ma la sua figura è legata
soprattutto alla politica interna, estera e religiosa. Egli era nato dall’appassionato
amore del padre Davide per la bellissima Betsabea, sposata in modo tutt’altro
che corretto (2Samuele 11-12). Il suo nome in ebraico evocava la
parola shalôm, "pace, benessere, prosperità", mentre il
secondo nome era Iedidià, ossia "prediletto del Signore" (2Samuele
12,25).
La sua successione sul trono paterno era stata travagliata perché di
mezzo c’era un altro pretendente, Adonìa, figlio di Davide e di un’altra
moglie. Ma una volta assunto il potere, Salomone s’era rivelato un
abilissimo capo di Stato. Fu lui a dare al regno unito una struttura
amministrativa e ad aprire una vivace politica internazionale, affidata a un’efficace
rete di rapporti commerciali con Africa, Asia, Arabia e soprattutto col
colosso economico vicino, la Fenicia, in particolare col re di Tiro Hiram.
La visita alla regina di Saba
Fu quest’ultimo a concedergli assistenza tecnica durante l’attuazione
della maggiore delle grandi opere messe in cantiere da Salomone, quella dell’edificazione
del tempio di Gerusalemme, impresa durata sette anni, e del palazzo reale,
che di anni ne richiese ben 13.
Una flotta notevole, allestita con l’aiuto dei Fenici, permetteva uno
scambio commerciale fruttuoso: la base più importante era nell’attuale
golfo di Aqaba-Eilat e questo rivelava anche l’estensione territoriale del
regno che, tra l’altro, era stato costellato di città-deposito e di
fortezze. Solo la frontiera settentrionale era stata ridimensionata con la
cessione di 20 città della Galilea al potente vicino, il re Hiram, così da
poter mantenere con lui buone relazioni, essendo necessari a Israele sia la
tecnologia sia il materiale da costruzione (il legname) di cui disponevano i
Fenici.
La grandeur di Salomone era esaltata anche dalla cura dell’immagine:
in questa linea si spiega il suo sterminato harem che la Bibbia, un po’
enfaticamente, quantifica in 700 mogli e 300 concubine, provenienti da varie
nazionalità, a suggello di una serie di contatti politici, diplomatici ed
economici.
A quest’ultimo proposito, un evento che certamente creò grande
emozione fu la visita di Stato della regina di Saba, l’attuale Yemen, un’operazione
anche pubblicitaria per esaltare la reggia, il Governo, la prosperità del
regno salomonico (1Re 10,1-10), espressione di scambi non solo
commerciali ma anche culturali. Non mancarono, però, scontri bellici, come
attestano le campagne contro un piccolo regno edomita nell’attuale
Giordania e contro una città-Stato di Siria, Zoba. Ma non tutto era
perfetto: anche all’interno covava un sordo rancore da parte di alcuni
strati sociali contro l’eccessiva imposizione fiscale che colpiva le
classi più deboli.
Fu un funzionario statale, Geroboamo, a iniziare un movimento di
ribellione, sedato da Salomone, ma destinato alla sua morte a esplodere,
dando il via attorno al 930 a.C. a una divisione del regno ebraico in due
Stati antagonisti.