Dallo spettacolo alla ribalta di Sanremo dove ha cantato
per ultimo verso l’una di notte e prima di cantare ha pensato e sussurrato
un aggettivo non proprio oxfordiano riferendosi a Chiambretti che, vedendolo
un po’ ciondolante per la stanchezza, gli rifaceva il verso alle spalle.
Comunque Tricarico canta Vita tranquilla, viene notato dai
giornalisti che gli assegnano il (meritatissimo) Premio della critica e
allora è chiaro che un personaggio come lui vien voglia di conoscerlo.
Tutti quanti mi raccomandano di non fargli domande sulla vita privata, ma il
gossip, l’indagine sul privato non sono generi che questo giornale
pratica.

Tricarico all'ultimo Festival di
Sanremo, dove ha presentato la canzone
Vita tranquilla, con la quale si è aggiudicato il Premio Mia Martini
della critica (foto Ansa).
Il fatto che difenda strenuamente la sua privacy me lo fa
diventare immediatamente simpatico. Poi, nel corso di una chiacchierata che
dura oltre due ore, mi rendo conto che ho di fronte una persona di grande
spessore, ma ai limiti estremi della riservatezza.
- In che zona di Milano abiti?
«Zona Sud», mi concede. Forse conviene chiedere dell’album
fresco di stampa che si intitola Giglio ed è arricchito da suoi
disegni che vogliono sembrare infantili ma rivelano mondi poetici.
«Perché è il fiore del candore, della purezza, dell’amore,
della magia della vita. Almeno per me».
- Undici canzoni nuovissime che ti ripropongono dopo un
sacco di tempo. Quanto ci hai messo a scriverlo?
«Tre anni e mezzo, forse quattro». Ascoltandolo ci si
rende conto di come il suo pensiero si sia dipanato lentamente,
minuziosamente, maniacalmente, per distillare ogni concetto, ogni parola, ma
il risultato è straordinario.
- Com’è la tua vita? Leggi, vai spesso al cinema o
preferisci rintanarti davanti a un dvd? Hai un computer, navighi su
Internet, hai un cellulare di ultima generazione?
«Il televisore non lo voglio e non ce l’ho, al cinema
mi piace andare, però ci vado di rado. Io scrivo con la penna; avevo un
computer, ma un giorno l’ho distrutto con le mie mani. Si impadroniva
della mia fantasia con Internet, che è diventato per tutti un comodo alibi
per non leggere. Non ho mai avuto un cellulare. Mi tengo informato leggendo
i giornali e ascoltando la radio».
- Ma almeno un’auto ce l’hai?
«Sì ma preferisco andare a piedi...».
- La canzone del Festival, Vita tranquilla, era o
non era una specie di contraltare alla Vita spericolata di Vasco
Rossi?
«Quella canzone nasce dopo una riflessione sul mio
desiderio di averla una vita tranquilla, perché quella spericolata l’ho
vissuta mio malgrado. Adesso ho raggiunto una meta, che è quella di una
tranquillità interiore. Ho capito che quando riesci a conoscerti, ami te
stesso e puoi amare chiunque, una donna, ogni cosa che ti circonda».
- Pensiero socratiano, come "conosci te
stesso"?
«"Io voglio una vita tranquilla perché è da quando
sono nato che sono spericolato", dice un verso». E rivela che qualcosa
nel suo passato non è andato per il verso giusto e infanzia e adolescenza
non sono state normali come quelle di tutti, o quasi.
- Poi arriva Eternità, una canzone d’amore che
secondo me è la più dolce, delicata e ispirata del disco...
«Piace anche a me, perché racconta l’amore come
dovrebbe essere, con il cuore nel presente e la mente nel futuro, con i
figli e i nipoti, la serenità di una famiglia».
«Chi conosce dolore in giovane età...», comincia così Un’altra
possibilità dove, mi spiega: «Capisci come tutto quel che succede all’inizio
te lo porti appresso per tutta la vita... ma basta dolore, basta farsi male».
La sua storia, tuttavia, Francesco Tricarico, 37 anni,
milanese di origini pugliesi (il padre era nato a Gallipoli, in provincia di
Lecce, faceva l’aviatore e scomparve quando Francesco era un bimbo), l’ha
già raccontata una volta, sette anni fa, quando scrisse Io sono
Francesco, che divenne un successo, lo fece notare al pubblico più
attento e alla critica, gli fece vincere un sacco di premi. Era la storia di
un bambino delle elementari che si vede assegnare un tema sul papà. Lui va
dalla maestra e ricorda che suo papà è morto quando aveva solo tre anni e
lui non si ricorda niente. La maestra reagisce nel modo peggiore e lo
obbliga a scrivere quel tema. Lì parte un’invettiva infantile ma
tremenda, mentre le lacrime bagnano il foglio bianco. La figura del padre
evidentemente gli è mancata moltissimo. Poi la confessione continua: a
dodici anni non riusciva a respirare e, ricoverato in ospedale era quasi
morto, non mangiava, non beveva. Una volta dimesso, lavorava pulendo i
bagni, i vetri, i pavimenti per sei o settecento metri quadri...
Fantasie? No, una verità filtrata dal tempo: Francesco ha
davvero fatto mille lavori, dall’uomo delle pulizie al telefonista, e di
notte suonava jazz nelle cantine, ma si è anche diplomato in flauto
traverso al Conservatorio di Milano.
Oggi ha incontrato un mondo che in qualche modo gli
sorride. E forse nella sua vita c’è anche un amore. Forse. «Se non sei
come vuoi essere allora non ti ami, e se non ti ami è difficile che tu
possa amare». Elementare, Francesco!