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Spettacoli.
di Maurizio Turrioni


CINEMA
ESCE "IL CACCIATORE DI AQUILONI", FILM ISPIRATO AL BEST SELLER DI KHALED HOSSEINI


FRAGILI COME AQUILONI

È uno dei film più attesi della stagione. Certamente il più discusso.
Il Governo di Kabul ne ha vietato la visione sul territorio afghano.

È uno dei film più attesi della stagione. Certamente il più discusso. Prima di tutto perché Il cacciatore di aquiloni è tratto dal libro più presente nelle classifiche di vendita mondiali: l’omonimo best seller firmato dal medico afghano-statunitense Khaled Hosseini, dalla sua apparizione nelle librerie cinque anni fa, ha venduto oltre otto milioni di copie ed è stato tradotto in una dozzina di lingue. Poi perché la storia, ambientata in Afghanistan prima e dopo l’invasione russa e la successiva "liberazione" da parte degli eserciti occidentali, attraverso le vicissitudini dell’amicizia di due bambini di diversa etnia (uno pashtun e l’altro hazara) offre uno sguardo innocente, struggente e per nulla consolatorio su disastri e sofferenze causati dall’odierno scontro di civiltà. Infine, come se non ci fosse già abbastanza carne al fuoco, la scelta del regista svizzero-americano Marc Forster di affidare i ruoli dei piccoli protagonisti a due ragazzini locali ha provocato indignate reazioni in Afghanistan a causa di una scena di stupro inaccettabile per la loro cultura.

Risultato? L’uscita mondiale del film è stata fatta slittare di alcuni mesi, così da consentire ai due bambini di finire l’anno scolastico e quindi di trasferirsi, con le rispettive famiglie, negli Emirati Arabi dove ora vivono al riparo da ritorsioni dei talebani. Cosa che, comunque, non ha impedito che la pellicola finisse nel mirino della censura del Governo di Kabul, che ne ha vietato la distribuzione e la visione sul territorio afghano.

«Non solo alcune scene sono discutibili, ma potrebbero urtare a tal punto la sensibilità della popolazione da causare problemi al Governo e alle persone», ha dichiarato Latif Hamadi, responsabile della Afghan Film, alludendo alla latente rivalità tra hazara e pashtun, per quanto entrambe le etnie sostengano il Governo di Karzai.

Una nazione divisa

La verità, purtroppo, è che a sette anni dalla "liberazione" il Governo centrale controlla a malapena i centri urbani e un film come Il cacciatore di aquiloni mette a nudo le fratture di una nazione che ancora fatica a ritrovare l’unità. Inoltre, la cosiddetta rinascita delle arti, proclamata pomposamente dopo anni di censura talebana, è rimasta solo un’intenzione. Non per nulla Mahwash, la più nota cantante afghana, rifugiatasi a San Francisco dopo l’insediamento dei talebani al potere, non ha ancora fatto ritorno: «Non capisco in quale direzione stia andando il mio Paese», ha detto, «e prima di rischiare di nuovo la vita voglio garanzie. Non solo di sicurezza, ma soprattutto di libertà di pensiero».

Quella libertà che Hosseini ha trovato negli Usa finché, inevitabilmente, la ricerca della verità lo ha ricondotto nella terra natìa. È infatti autobiografica la figura del piccolo Amir, rampollo di un ricco pashtun di Kabul, che stringe amicizia con Hassan, figlio di un servo di etnia hazara al servizio del padre. Diversi per classe sociale e per costumi, i ragazzini sono uniti dalla passione per le battaglie tra aquiloni: Amir è il campione e Hassan corre a raccogliere le spoglie delle sue vittime sul terreno. Equilibrio fragile, come ogni cosa dell’adolescenza, rotto da un evento drammatico e inspiegabile per Amir. Almeno fino al suo ritorno dagli Stati Uniti nella Kabul talebana.

La Parigi d’Oriente

«Trovare i bambini giusti era fondamentale per il film, anche se non prevedevo tante complicazioni», spiega Forster, 39 anni, regista noto per Monster’s Ball (Oscar ad Halle Berry) e per Neverland (con Johnny Depp), ora impegnato sul set di Quantum of Solace, il nuovo 007 che uscirà nel prossimo autunno. «Zekiria e Ahmad sono cresciuti circondati da tanta violenza sotto i talebani, la sofferenza che esprimono non è frutto di recitazione ma reale. Effetto accresciuto dalle battute in lingua dari, uno dei dialetti afghani. Girare in inglese non sarebbe stato credibile».

Amara la lezione di fondo. «Negli anni ’70 Kabul era un po’ la Parigi d’Oriente. Oggi la guerra ha distrutto tutto», dice Forster. «A noi occidentali le notizie su Afghanistan, Irak, Iran arrivano filtrate dai media. Ma solo incontrando la gente là si può capire».

Maurizio Turrioni
   
   
DA KABUL CON... TOLLERANZA

Bello, intelligente, sensibile. Perfino pragmatico. Troppo? «Uno che ama il cinema come me», ammette Khaled Hosseini, 43 anni, «non poteva coltivare l’idea romantica che il suo romanzo fosse trasposto letteralmente sul grande schermo».

  • C’è qualcosa nel film di Forster che non la convince?

Foto La Presse.«No. Una volta, lo scrittore Ian McEwan ha detto una cosa fantastica: "L’adattamento cinematografico di un racconto è come un atto di vandalismo controllato". Quando poi Marc mi ha detto che voleva girare il film in lingua dari, mi ha conquistato definitivamente. Ho capito che voleva davvero rendere giustizia ai miei personaggi».

  • D’altronde lo sceneggiatore, David Benioff, è lo stesso de La 25ª ora e di Troy...

«Bravissimo. Quando ho visto il film ho pianto. Gli occhi di quei bambini afghani, trasformati in attori, mi hanno stravolto di emozione».

  • Lei è tornato a Kabul?

«Due volte. L’economia migliora, la sicurezza no».

M.T.


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