Risultato? L’uscita mondiale del film è stata fatta
slittare di alcuni mesi, così da consentire ai due bambini di finire l’anno
scolastico e quindi di trasferirsi, con le rispettive famiglie, negli
Emirati Arabi dove ora vivono al riparo da ritorsioni dei talebani. Cosa
che, comunque, non ha impedito che la pellicola finisse nel mirino della
censura del Governo di Kabul, che ne ha vietato la distribuzione e la
visione sul territorio afghano.
«Non solo alcune scene sono discutibili, ma potrebbero
urtare a tal punto la sensibilità della popolazione da causare problemi al
Governo e alle persone», ha dichiarato Latif Hamadi, responsabile della
Afghan Film, alludendo alla latente rivalità tra hazara e pashtun, per
quanto entrambe le etnie sostengano il Governo di Karzai.
Una nazione divisa
La verità, purtroppo, è che a sette anni dalla
"liberazione" il Governo centrale controlla a malapena i centri
urbani e un film come Il cacciatore di aquiloni mette a nudo le
fratture di una nazione che ancora fatica a ritrovare l’unità. Inoltre,
la cosiddetta rinascita delle arti, proclamata pomposamente dopo anni di
censura talebana, è rimasta solo un’intenzione. Non per nulla Mahwash, la
più nota cantante afghana, rifugiatasi a San Francisco dopo l’insediamento
dei talebani al potere, non ha ancora fatto ritorno: «Non capisco in quale
direzione stia andando il mio Paese», ha detto, «e prima di rischiare di
nuovo la vita voglio garanzie. Non solo di sicurezza, ma soprattutto di
libertà di pensiero».
Quella libertà che Hosseini ha trovato negli Usa finché,
inevitabilmente, la ricerca della verità lo ha ricondotto nella terra
natìa. È infatti autobiografica la figura del piccolo Amir, rampollo di un
ricco pashtun di Kabul, che stringe amicizia con Hassan, figlio di un servo
di etnia hazara al servizio del padre. Diversi per classe sociale e per
costumi, i ragazzini sono uniti dalla passione per le battaglie tra
aquiloni: Amir è il campione e Hassan corre a raccogliere le spoglie delle
sue vittime sul terreno. Equilibrio fragile, come ogni cosa dell’adolescenza,
rotto da un evento drammatico e inspiegabile per Amir. Almeno fino al suo
ritorno dagli Stati Uniti nella Kabul talebana.
La Parigi d’Oriente
«Trovare i bambini giusti era fondamentale per il film,
anche se non prevedevo tante complicazioni», spiega Forster, 39 anni,
regista noto per Monster’s Ball (Oscar ad Halle Berry) e per Neverland
(con Johnny Depp), ora impegnato sul set di Quantum of Solace, il
nuovo 007 che uscirà nel prossimo autunno. «Zekiria e Ahmad sono cresciuti
circondati da tanta violenza sotto i talebani, la sofferenza che esprimono
non è frutto di recitazione ma reale. Effetto accresciuto dalle battute in
lingua dari, uno dei dialetti afghani. Girare in inglese non sarebbe stato
credibile».
Amara la lezione di fondo. «Negli anni ’70 Kabul era un
po’ la Parigi d’Oriente. Oggi la guerra ha distrutto tutto», dice
Forster. «A noi occidentali le notizie su Afghanistan, Irak, Iran arrivano
filtrate dai media. Ma solo incontrando la gente là si può capire».