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di Elisa Chiari e Paolo Perazzolo


SPORT
PESANTISSIMI, LEGGERISSIMI, ALTISSIMI, BASSISSIMI: FISICI D'ATLETA FRA IDEALE E REALTÀ


LA BELLEZZA DELL’IMPERFEZIONE

Nello sport moderno il canone classico non paga: il discobolo di Mirone, oggi, non vincerebbe. Spesso nelle disarmonie di un corpo c’è il segreto del gesto esemplare.

Corpi speciali, ovvero: dell’ideale disarmonico. Millenni di tradizione classica ci hanno convinto, fin nel vocabolario, che un "fisico da atleta" tendesse al massimo dell’armonia, a una perfezione che era anche estetica, persino matematica.

A partire dal canone di Policleto, l’artista greco del V secolo a.C. che aveva teorizzato la proporzione del corpo perfetto, calcolando che la testa dovesse stare otto volte nell’altezza e tre volte nella larghezza delle spalle. E poi giù giù, fino al classicismo di Canova, passando per l’uomo di Vitruvio inscritto nel cerchio e nel quadrato. E invece no. Era una storia che ci avevano raccontato, anzi una filosofia, un’astrazione. La vita reale non va mai così, neppure al massimo delle sue prestazioni.

I campioni veri somigliano sempre meno al discobolo di Mirone, hanno corpi perfettamente funzionali alla loro disciplina, ma imperfetti in assoluto, lontani non solo dalla media dei comuni mortali, ma anche dalla loro idea platonica, al limite dello sbaglio di natura. Sarebbero stati certo un errore – in un mercato che non contempla scarpe oltre il 47 – i piedi calzata 52 di Ian Thorpe, ma trattandosi di nuotare è probabile che, a parità di talento e allenamento, le pinne naturali abbiano fatto la differenza tra lo squalo australiano e il resto del mondo.

Sarebbe stato addirittura patologico, se il suo proprietario avesse fatto l’impiegato di banca, il cuore di Miguel Indurain: 27 pulsazioni al minuto a riposo, a fronte dei 60-70 di un sedentario, ma Indurain scalava i Pirenei in bici: «E infatti solo un medico ignorante si sarebbe sognato di curarlo, anche se il suo valore è eccezionalmente basso», spiega Arsenio Veicsteinas, professore di Fisiologia umana, direttore dell’Istituto di esercizio fisico, salute e attività sportiva dell’Università di Milano. «L’allenamento finalizzato a uno sport di resistenza, come la corsa sulle lunghe distanze, il ciclismo, lo sci di fondo, riduce infatti la frequenza cardiaca. In certe discipline, gli atleti d’alto livello hanno, per effetto dell’allenamento, capacità polmonari enormi». È il caso di Gianluca Genoni, primatista mondiale di apnea profonda: 9,5 litri di capacità contro i 5 dei comuni mortali.

«In anni recenti», spiega ancora Veicsteinas, «affinandosi le metodiche della preparazione, si è arrivati a identificare una relazione tra tipo di sport e caratteristiche fisiche: l’esercizio interviene a sviluppare doti innate». Spesso la forma del corpo aiuta a riconoscerle.

È così che si spiega la democrazia dello sport: la felice coesistenza dell’1,43 per 36 chili della ginnasta Vanessa Ferrari e dei 2 metri e 11 del cestista Andrea Bargnani. Lei, nel suo piccolo forte, esplosiva, leggera, ideale per evoluzioni acrobatiche che le chiedono di girare rapidamente in volo e atterrare in equilibrio. Lui perfetto per arrivare diretto a canestro, eppure agile abbastanza per giocare da ala a dispetto di una statura che nella vita quotidiana lo costringe a inchinarsi agli stipiti delle porte.

Che sia anche questione di misure è un dato di fatto: «Non sappiamo», continua Veicsteinas, «quanti grandi atleti in potenza ci siano, ma tra tanti individui con caratteristiche adatte a una disciplina, un occhio esperto riconosce un bimbo dotato da come si muove. Non a caso la Cina di oggi e la Ddr di un tempo hanno fatto della legge dei grandi numeri la loro forza: tra tanti che partono, prima o poi qualcuno arriva».

A volte, raramente, è qualcuno che sorprende, perché morfologicamente diverso dai suoi colleghi: «Se si vede una persona che non è nei canoni standard per un certo esercizio fare cose eccezionali, è probabile che quel soggetto vada bene lo stesso». Sono nati così il ginnasta Igor Cassina con il suo "eccessivo" metro e 80 e la saltatrice in alto Antonietta Di Martino, 1,69 appena, ma 40 e mezzo di scarpe e una spinta capace di farla volare fino a 2 metri e 3.

Eccezioni che confermano la regola: «Oggi ci si allena in modo scientifico, non ci si limita, come facevano gli antichi, a ripetere all’infinito il gesto, non si persegue l’armonia dei singoli gruppi muscolari, ma si "costruisce" per lo sport specifico: così si spiega la disarmonia del pesista, l’ipertrofia dei gruppi muscolari finalizzati al suo esercizio».

Di questi tempi il discobolo di Mirone non farebbe il discobolo, troppo leggero, semmai il decatleta: solo lì paga l’aurea mediocritas, che non è la mediocrità, ma il giusto mezzo tra un lanciatore, un saltatore, un velocista, quello che sintetizza da solo l’intero motto olimpico, andando a punti in 10 discipline diverse. Senza picchi però, senza punte.

I record, i muri, si sfondano altrove: nella quadratura del cerchio che sintetizza l’imperfezione di un corpo e la perfezione del gesto. E pazienza se per superare il limite si deve passare per le gambe filiformi dei saltatori in alto, per il peso anche corporeo dei pesisti. Agli antichi non sarebbero piaciuti. Ma forse, fosse stato per il loro ideale, Maradona non avrebbe giocato a calcio.

Elisa Chiari
   
   
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Pochi gesti riescono a compendiare l’esperienza umana nella sua totalità come quello sportivo. Nello sport ci sono la vittoria e la sconfitta, l’ascesa e la caduta, la fatica e la gloria. Lo sport è bellezza e dolore, passione e peccato, fair play e doping, disciplina e fantasia.

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Paolo Perazzolo


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