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E così, quello che i
politici non hanno saputo (o voluto) fare in anni di chiacchiere, gli
elettori l’hanno deciso a suon di schede. In due giorni hanno semplificato
il quadro politico e spazzato via partiti di sinistra rissosi,
professionisti del veto e laicisti (sono sopravvissuti solo nove radicali,
eletti grazie al "pasticcio veltroniano", che ha alienato al Pd un’ampia
fetta di voto cattolico). Al Palazzo hanno lanciato un segnale chiaro: chi
ha vinto non ha più alibi, governi il Paese! E chiedono pure un cambio di
marcia tra maggioranza e opposizione. A cominciare dallo stile. Se gli
auguri di Walter Veltroni al vincitore c’erano parsi un buon inizio, siamo
già precipitati al vecchio teatrino, alle insopportabili risse per una
poltrona ministeriale o per smarcarsi da accordi preelettorali (vedi il
ringalluzzito Di Pietro: non lo farà per i soldi che prenderebbe con un suo
gruppo alle Camere?).
Se non vogliamo aule parlamentari ancora da ring o,
peggio, da Bagaglino, è così "da giocondi" assegnare la
presidenza di Senato o Camera all’opposizione? La gente pensa che sia una
cosa giusta da fare, sa che non si governa "a dispetto" di metà
degli italiani. Il Paese ha fame di governabilità e stabilità; ha bisogno di poche ma efficaci leggi, fatte applicare con rigore (oggi ne abbiamo quasi 100 mila, spesso inutili e da incubo!). Lo richiede la gravità della situazione economica, ma anche la "disperazione" delle famiglie ridotte alla fame, senza soldi per la spesa. Obiettivi raggiungibili grazie alla larga maggioranza in Parlamento, ma anche – ci auguriamo – al contributo maturo della Lega, uscita più forte dalle urne, che necessita di "disintossicarsi" dalle venature "anticristiane", anche perché tanti cattolici l’hanno votata! Da grande e "popolare" forza politica qual è, non può governare il Paese solo con slogan (tanto coloriti quanto inaccettabili), ma mettendo al servizio del Paese la concretezza dimostrata nelle amministrazioni del Nord. Bossi ha saputo intercettare bisogni diffusi e reali. Non è stato un voto di protesta. La gente vuole sicurezza, meno tasse, più efficienza nei servizi pubblici, meno burocrazia, maggiore tutela delle piccole e medie imprese dalla concorrenza straniera... e, dulcis in fundo, il federalismo fiscale. Cui si può ribattere: sì, purché "solidale"! L’Italia, infatti, può "rialzarsi" e "farcela" solo se progredisce tutta intera, dalle Alpi alla Sicilia. Gli esempi di "federalismo solidale" di Germania e Svizzera sono lì a dimostrarlo: non con la politica dell’obolo, ma con la solidarietà verso i più deboli, nell’interesse di tutti. L’immigrazione è uno dei nodi più delicati che attende Lega e nuovo Governo: sfida impegnativa, che deve saper coniugare sicurezza, legalità e accoglienza, nonché diritti e doveri. Col realismo tipico del Nord, che occupa migliaia di extracomunitari nelle fabbriche (secondo le Acli, in Italia ci sono 500 mila lavoratori stranieri irregolari, che servono allo sviluppo del Paese), la questione andrà affrontata non in termini ideologici, ma concreti. La gente ha paura dello straniero, ma il conflitto non va esasperato: è contro l’interesse nazionale. Più sicurezza e legalità sì, ma anche accoglienza e solidarietà. Infine, aspettiamo fiduciosi una vera politica per la famiglia. Dall’introduzione del "quoziente familiare" al "piano casa" (ogni giorno circa 200 famiglie vengono sfrattate dalle loro abitazioni); dal "bonus bebè" all’effettiva libertà di scelta educativa; dai nuovi asili nido all’aumento delle pensioni più basse; dal lavoro stabile per i giovani agli aiuti per i non autosufficienti. Così com’era nel programma. In campagna elettorale non ci siamo schierati, ma un "partito" l’abbiamo: la famiglia. Non faremo sconti a nessuno.
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