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Monsignor Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio consiglio per le Comunicazioni sociali, riflette sul ruolo della Chiesa nei media e osserva che essa non deve «condannare o giudicare», ma «stare dentro la macchina dell’informazione, che oggi crea cultura e non è più solo un semplice mezzo per comunicare».
«Le regole dei media devono tener conto dei valori della giustizia, della libertà, della pace, della responsabilità. Non devono mai andare contro la dignità dell’uomo. Gli operatori dei media si sono dati moltissimi codici deontologici. Ma sono applicati? Si dibatte da sempre sull’obiettività e mai si arriverà a una buona soluzione. A un dibattito sull’obiettività io preferisco un ragionamento sull’onestà, la prima regola, il primo valore a cui attenersi».
«No, vale per tutti. La ricerca della verità è la passione di ogni operatore dei media. Per i cattolici che fanno i giornalisti i valori sono radicati nel Vangelo e occorre trovare il modo giusto per comunicarli. Ma sono comunque i valori dell’uomo. Credo che nessuno debba nascondere la propria identità. Anzi, bisogna averne consapevolezza e poi, nel dialogo, cercare ciò che unisce».
«Esattamente. Una volta si raccomandava di non dimenticare i lontani. Oggi in tante persone c’è una nostalgia di Dio, magari non consapevole, cui dobbiamo dare una risposta».
«Sì. Oggi appare come vero solo ciò che è certificato dai media. E dunque anche verità conclamate vengono rubricate nella categoria del dubbio. Tuttavia, resta un sentimento iscritto quasi naturalmente nel cuore dell’uomo, appunto la nostalgia di Dio, un semplice ricordo, magari ricorrente, in parte spento. La Chiesa deve camminare accanto a chi apparentemente non crede, ma deve saper usare un linguaggio adatto per comunicare Dio».
«Non si può dire che i media italiani non dedichino attenzione alla vita della Chiesa. Anzi. Ma il problema non è di quantità. C’è spesso troppa contrapposizione, a volte non vengono illustrati i fatti, ma si abbonda in opinioni, mascherando i fatti. Per questo prima invocavo maggior onestà nell’esposizione. Ma qualche problema c’è anche dal lato della Chiesa. A volte bisogna lasciar cadere qualche punta di diffidenza soprattutto verso i media laici e fornire, direi, una "migliore assistenza" così che si possano comprendere meglio le cose, in modo tale che i problemi trovino una trattazione compiuta e più esauriente».
«La stampa cattolica ha fatto grandi passi avanti sul piano della professionalità. Il rispetto e l’autorevolezza di cui gode Famiglia Cristiana anche negli ambienti giornalistici laici sono una prova evidente dell’ottimo livello raggiunto dai media cattolici. E lo stesso discorso vale per Avvenire e la rete diffusissima dei settimanali diocesani. Mi permetto di segnalare anche il nuovo corso del quotidiano vaticano Osservatore Romano, un giornale che dovremmo abituarci a leggere di più».
«Intanto, non smettere mai di parlare chiaro sull’ingiustizia. L’informazione è un bene, come l’aria, l’acqua, l’ambiente, le risorse naturali. Oggi si può tranquillamente parlare di "info-povertà". E l’Africa è il luogo dove la si può misurare con risultati drammatici. New York ha più accessi a Internet di tutta l’Africa subsahariana. Ogni tanto vengono annunciate forniture di computer all’Africa, dimenticandosi che spesso non c’è neppure l’energia elettrica. Il costo dell’accesso ai provider è proibitivo in molte nazioni africane. Il Pontificio consiglio che io dirigo ha deciso di dedicare una sessione di studio speciale ai problemi dell’Africa».
«In America Latina si sono fatti molti passi avanti. Merito dei Governi e merito anche dell’iniziativa privata. C’è una rete informativa cattolica molto significativa. E anche con mezzi poveri, con computer non troppo sofisticati, si sta colmando il divario digitale».
«Gli strumenti da soli non fanno miracoli. Il mondo occidentale ha bisogno di un messaggio più forte, un linguaggio più adatto, in grado di incidere in realtà culturali che resistono alla Chiesa. Non dobbiamo conquistare nessuno. Vogliamo solo spiegarci e dobbiamo farlo il meglio possibile dentro situazioni nelle quali dominano la secolarizzazione e il relativismo etico». Alberto Bobbio e
Giulia Cerqueti
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