Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Attualità.
di Saverio Gaeta
foto AP/La Presse


AFRICA
CHINA KEITETSI, BAMBINA SOLDATO DELL'UGANDA


IN GUERRA A NOVE ANNI

Arruolata dai ribelli di Museveni, è stata trattata come "carne da macello". Poi è fuggita, oggi aiuta i giovanissimi che ancora combattono. E si è raccontata in un libro.

Dall’inferno vissuto come giovanissima combattente, durante la guerra civile degli anni Ottanta in Uganda, all’impegno ormai da donna libera in Danimarca, a favore dei tanti ragazzi e ragazze che in diverse parti del mondo sono tuttora costretti a imbracciare il fucile in nome di una assurda violenza.

È la parabola della vita di China Keitetsi, oggi trentunenne, coraggiosamente raccontata nel libro Una bambina soldato (Marsilio, 272 pagine, 17,50 euro), un diario appassionato e coraggioso di vicende che purtroppo non sono per nulla estranee alla nostra realtà.

China Keitetsi in divisa a Kampala quando aveva 18 anni. Era scappata di casa a 9.
China Keitetsi in divisa a Kampala quando aveva 18 anni.
Era scappata di casa a 9.

Aveva appena nove anni, e alle spalle un’infanzia travagliata e piena di violenze subite anche nell’ambito domestico, al momento dell’arruolamento nell’Esercito di resistenza nazionale ugandese guidato da Yoweri Museveni.

La nazione era nel caos e il regime del presidente Obote era impegnato sul fronte Nord contro i miliziani dell’ex dittatore Idi Amin e su quello Sud contro i guerriglieri di Museveni. Per la piccola China, soprannome datole dall’istruttore militare a motivo dei suoi occhi a mandorla, la fuga dalla famiglia rappresentava la speranza di una vita migliore, ma si rivelò invece un dramma ancor più terribile, che la condusse più volte a stretto contatto con la morte.

Era proprio l’età di questi bambini-soldato la ragione principale per cui i ribelli cercavano di arruolarne il maggior numero possibile. Spiega la ragazza: «Non avevamo troppi ricordi, né troppe altre esperienze passate. Per noi la vita era quella, punto e basta. Non avevamo coscienza di cosa ci potesse capitare: combattevamo uniti, completamente votati a ogni causa ci dessero a bere e senza mai pensare di poter fare un passo indietro. Gli adulti avevano esperienza, sapevano che i proiettili potevano far male, che potevano uccidere. Gli adulti sapevano cosa significasse morire. La conseguenza era che pensavano a proteggersi, mentre noi venivamo lasciati allo sbaraglio».

China oggi.
China oggi.

I racconti delle giornate trascorse nella boscaglia e degli assalti alle truppe avversarie si susseguono in un crescendo di sentimenti. La crudezza della narrazione si stempera nel sorriso degli ingenui giochi in cui talvolta annegano la noia bambini che normalmente dovrebbero stare a scuola per frequentare le elementari. Ma la consapevolezza di quanto è accaduto si è successivamente fatta strada, minando quelle fragili psicologie: «Eravamo ancora troppo giovani per capire che quanto di orrendo facevamo ai nemici ci avrebbe poi perseguitato per sempre, negli incubi, in qualsiasi parte del mondo fuggissimo».

Nonostante la vittoria dell’esercito di cui faceva parte, China si trovò costretta da una serie di circostanze a fuggire per salvarsi la vita. Dopo infinite difficoltà, nel 1999, grazie all’appoggio delle Nazioni Unite, poté raggiungere la Danimarca dove è lentamente riuscita a ricostruirsi una vita. La stesura di questo libro si può dire che sia stata parte integrante del processo di riappropriazione degli anni trascorsi in Uganda e si è trasformata nell’eccezionale documento di una delle più grandi e trascurate tragedie dell’età contemporanea: quella di regimi che non esitano a utilizzare i bambini come carne da macello pur di tener saldo il potere.

China Keitetsi mentre consegna al Papa la croce ricavata dai fucili.
China Keitetsi mentre consegna al Papa la croce ricavata dai fucili.

Oggi China Keitetsi lavora con i bambini, è ambasciatrice dell’Unicef e viaggia in tutto il mondo per raccontare la propria esperienza: «I miei sogni, però, non potranno mai essere di nuovo sereni prima che gli altri 300 mila bambini-soldato che ancora stanno combattendo siano stati finalmente liberati: è a loro che penso, soprattutto alla loro innocenza. Io ce l’ho fatta, e a volte mi sembra di essere rimasta qui al mondo soltanto per contare le perdite».

Quella croce fatta con i fucili

Come iniziativa concreta ha avviato, con il supporto dell’organizzazione tedesca Missio, un progetto di aiuto per ex bambini-soldato del Ruanda. Oltre al supporto psicologico, nel centro di accoglienza gli ospiti vengono aiutati a costruirsi una professionalità artigianale, in modo da rendersi economicamente autonomi. Il suo appello è rivolto in particolare al popolo africano, «che deve sentirsi responsabile del destino dei propri figli, soprattutto di quelli che più sono stati sfruttati e hanno sofferto».

China Keitetsi nel 2002 a una manifestazione dell'Unicef.
China Keitetsi nel 2002 a una manifestazione dell
'Unicef.

Per presentare a Benedetto XVI questa iniziativa, China si è recata recentemente in Vaticano e ha portato al Pontefice una copia del libro e un simbolo del proprio impegno: una croce realizzata in Liberia fondendo il metallo di alcuni fucili. «Anche questo è un simbolo di speranza che, tramite papa Ratzinger, può essere reso noto nel mondo», conclude.

Saverio Gaeta
   
   
TRECENTOMILA IN TUTTO IL MONDO

Sono una cinquantina i conflitti armati nel mondo. Si stima che oltre mezzo milione di bambini, in più di 87 Paesi, siano reclutati nelle forze armate governative o in gruppi armati paramilitari e non governativi: oltre 300 mila combattono attivamente in 41 Paesi.

La Sierra Leone è spesso al centro dell’attenzione, perché in 10 anni di guerra civile i bambini in combattimento hanno avuto un ruolo di primo piano. In Angola il 36 per cento dei bambini ha prestato servizio come soldato o ha seguito le truppe in combattimento.

Le Nazioni Unite stimano che nella guerra in Liberia abbiano combattuto 20 mila bambini, circa il 70 per cento dei soldati attivi nelle varie fazioni.

Un bambino-soldato.
Un bambino-soldato.

Anche il Sudan fa uso massiccio di bambini-soldato: almeno 100 mila di loro prestano servizio sui fronti di una guerra civile che dura da 20 anni.

In Medio Oriente i bambini sono coinvolti in combattimenti di Algeria, Azerbaijan, Egitto, Iran, Irak, Libano, Tagikistan, Yemen e in Palestina. In America, a partire dagli anni Novanta, bambinisoldato sono stati impiegati in Colombia, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Messico (Chiapas), Nicaragua, Paraguay e Perù.

La pratica dei bambini soldato è purtroppo diffusissima anche in Asia: in Cambogia, Timor Est, India, Indonesia, Laos, Myanmar, Nepal, Pakistan, Nuova Guinea, Filippine, Sri Lanka. Solo nel Myanmar si calcola ci siano più di 75 mila bambini-soldato.

L’80 per cento dei conflitti cui prendono parte i bambini vede nelle proprie file combattenti sotto i 15 anni. 

(Fonte: Sos villaggi dei bambini, Onlus)


torna all'indice