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È una maxibusta bianca, spedita dalla Svizzera. Il messaggio è in stampatello: «Truffatori, imbroglioni, bevetevelo voi il vostro vino. E crepate!». L’ha ricevuta Maurizio Buffi, sindaco di Montalcino, e non l’ha presa bene. «È un danno incalcolabile, si rischia di mettere in ginocchio un intero paese». L’inchiesta sui vini adulterati lanciata dal settimanale L’espresso nel pieno del "Vinitaly", ripresa da alcuni giornali, ha colpito di striscio anche l’ambasciatore dei grandi vini italiani, il Brunello di Montalcino. «È un atto terroristico, hanno accostato lo scandalo dei vini sofisticati all’inchiesta che riguarda invece una possibile "correzione" del Brunello con vitigni diversi dal Sangiovese. Due fatti senza collegamento, come mescolare il diavolo all’acqua santa».
Un fulmine a ciel sereno che rischia di compromettere l’immagine di questa splendida cittadina della Val d’Orcia, che ha legato il suo nome e la sua economia a uno dei vini italiani più famosi nel mondo. Il Brunello di Montalcino, secondo il rigido disciplinare fissato dagli stessi produttori, deve essere fatto al cento per cento con vitigno Sangiovese. La procura di Siena avrebbe aperto un’inchiesta su alcune aziende "colpevoli" di aver corretto la purezza del vino con un 10 per cento di uve diverse, Cabernet o Merlot. «È ancora tutto da dimostrare, ma questo non cambierebbe la qualità. Altro che vino "taroccato". Lo scopo sarebbe stato, semmai, quello di renderlo "più morbido", per andare incontro al gusto del pubblico. Ma il polverone sollevato dalla stampa ha creato confusione. La gente ha capito che anche il Brunello potrebbe far male... una follia». La preoccupazione è grande, anche per i nomi delle aziende coinvolte, «che insieme fanno più del 60 per cento della produzione», ci spiegano al consorzio. I nomi che trapelano sono quelli che hanno reso grande il Brunello di Montalcino nel mondo, a cominciare da Banfi e Frescobaldi, aziende prestigiose con centinaia di dipendenti.
E qui si comincia a paventare anche un danno economico. Il paese fa 2.500 abitanti e 5.000 nel territorio: di questi, considerando anche l’indotto, 3.000 vivono sul vino. Anche il turismo, cresciuto in maniera esponenziale dagli anni ’90 raggiungendo i due milioni di presenze l’anno, è legato al Brunello. I turisti stranieri hanno scoperto che quest’angolo della Toscana non ha nulla da invidiare al Chianti. Siamo nel cuore della Val d’Orcia, a pochi chilometri dall’abbazia di Sant’Antimo e a una ventina da gioielli come Pienza. Nel ’90 c’era solo un albergo, oggi ce ne sono sei e non si contano gli agriturismi, le taverne e i ristoranti che fanno onore alla cucina italiana. Il paese è rimasto autentico ma è curato come una boutique. E poi ha un segreto.
Parola d’ordine: prudenza «Quest’anno investiremo 7 milioni di euro», conferma il sindaco. «È un paese dove ti fermi mezzora e riparti riposato come se ti fossi fermato una giornata». Il volano di quest’economia integrata rimane il vino. Il giro d’affari è di circa 140 milioni di euro l’anno, per un totale di circa 7 milioni di bottiglie, per il 62 per cento destinate al mercato dell’esportazione, il 25 per cento negli Usa. Il Brunello è anche uno dei vini più costosi. Una bottiglia, sul mercato italiano, costa da un minimo di 22-25 euro a un massimo di 35-40, ma ci sono annate che valgono diverse centinaia di euro e riserve speciali battute all’asta per qualche migliaia. In questo caso il valore aggiunto è come benzina sul fuoco della presunta "Brunellopoli".
«Per il momento dall’estero ci arrivano richieste di chiarimento, il tempo ci consentirà di valutare l’entità del danno». Non si sbilancia Stefano Campatelli, direttore del Consorzio che riunisce 200 aziende. «E poi abbiamo fiducia nella magistratura», conferma Riccardo Talenti, vicepresidente. La parola d’ordine è "prudenza", anche per non spezzare la magia che si respira in paese. Ristoranti ed enoteche continuano a essere frequentati dai turisti americani, nonostante la crisi del dollaro, «che per il momento ci preoccupa anche di più dell’inchiesta sul Brunello», spiega Angelo Pierangioli, che ha l’enoteca sulla piazza. Molti produttori storici si sottraggono alle domande. Ma c’è chi apre le porte delle splendide cantine in pietra, accoglienti come salotti. «Non si può mettere la mano sul fuoco, gli enologi sono tanti e tante ne studiano», spiega Benito Cencioni, che col figlio Patrizio manda avanti l’azienda "La capanna". Hanno cominciato facendo vino da tavola. Oggi producono circa 30 mila bottiglie l’anno. È un sistema "democratico" quello del Brunello, dove convivono piccole aziende contadine con case blasonate. «Oggi non sarebbe opportuno, ma domani potremmo tranquillamente modificare il disciplinare, l’importante è mantenere il radicamento col territorio, perché è questo che rende unico il nostro vino: il vitigno di Sangiovese è una garanzia, dato che non è facile riprodurlo altrove», dice Andrea Costanti la cui azienda, il "Colle al Matrichese dei Conti Costanti", è una di quelle che ha fatto la storia del Brunello, insieme ai Barbi Colombini e ai Biondi Santi.
Un altro attacco al "made in Italy" In cantina, oltre al blasone di famiglia, ha messo le targhe dedicate a Tito ed Emilio, che alla fine dell’800 cominciarono a fare un vino "bruno", col vitigno Sangiovese, per differenziarlo dal Chianti. Il resto è storia. L’arrivo di una piccola "colonia" di milanesi, il grande investimento degli americani di Banfi, «il più grande nel mondo del vino», l’esplosione di notorietà. «Questo è un attacco a tutto il "made in Italy", che si aggiunge alla "mozzarella alla diossina" e alla monnezza di Napoli. Quello che è successo da noi non sarebbe mai successo in Francia, dove i produttori di Champagne hanno deciso di allargare la zona di produzione senza che scoppiasse nessuno scandalo», spiega Andrea Costanti. Come dire che è il disciplinare che è a servizio dell’eccellenza del vino, e non il contrario. «Io mi reputo un produttore "tradizionalista", ma non chiuso», continua. E ricorda che proprio sotto la sua presidenza, nel ’97, il Consorzio modificò per la prima volta il disciplinare, abbassando il periodo obbligatorio in cui il vino deve restare "nel legno". «In questo modo abbiamo avuto un miglioramento di qualità. Anche in questo caso sono fiducioso, può darsi che da un male possa venirne un bene». Simonetta Pagnotti
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