Per essere bello, è bello davvero questo Johannes
Brandrup. Forse fin troppo. L’iconografia religiosa, invece, ci ha
tramandato l’idea di Paolo di Tarso come di un uomo bruttino, calvo e
basso. Ma le esigenze filmiche non sono tenute a rispettare le indicazioni
della tradizione. Soprattutto in un’opera televisiva, dove conta molto l’impatto
dell’immagine sul grande pubblico, è necessario tracciare il disegno del
protagonista evidenziandone la parte ideale ed eroica.
Questo è il San Paolo filmato da Roger Young, scritto da
Gareth Jones, interpretato da Johannes Brandrup. L’attore tedesco ha
lavorato molto in Italia, dove ha ricevuto prestigiosi premi.
Il film prende l’avvio a Gerusalemme, un mese circa dopo la morte di
Gesù in croce. Saulo viene subito in primo piano con un’azione simbolica.
Lui, fariseo, e Ruben, sadduceo, si stanno sfidando in una specie di
lotta rituale dentro una piccola arena.
Il tema drammatico è ormai posto. La cifra narrativa è lo scontro tra
due amici-nemici, tra due correnti di pensiero che interpretano in modo
opposto la stessa fede religiosa, tra due uomini che alla fine si vengono a
trovare su lati opposti della barricata. Dovunque si trovi ad agire,
Saulo-Paolo scatena una tempesta ideologica, perché in lui la legge di
Cristo combatte un duello senza fine con la legge di Mosè.
La sua conversione, che avviene sulla via verso Damasco, è rappresentata
con efficacia da due immagini. Paolo consegna la spada di ferro, per
assumere la spada tagliente della parola che annuncia il Vangelo. Paolo
brucia la lettera di pergamena che gli dà l’autorità di arrestare i
cristiani, per scrivere d’ora in avanti lettere di straordinaria
intensità alle comunità da lui fondate.
In passato non sono corsi buoni rapporti tra il cinema e san Paolo. La
"fabbrica dei sogni" ha tenuto sempre ai margini questo indiscusso
protagonista della Chiesa delle origini. Eppure, la sua vita è stata un
susseguirsi di eventi spettacolari, il più delle volte drammatici, in
qualche caso rocamboleschi: fughe notturne, prigionie, naufragi e
flagellazioni, lunghi viaggi per terra e per mare.
La sceneggiatura di Pasolini
Nell’esistenza spericolata di Paolo, la cui attività ha avuto come
epicentro il cosiddetto "mondo dell’ulivo" dove spiccavano i
centri urbani di Atene, Corinto, Tessalonica, Troade ed Efeso, non sono
mancate nemmeno le figure femminili, altro elemento che il cinema sa bene
come valorizzare. Non è difficile pensare, allora, che siano state la
complessità della sua figura e l’abissale profondità del suo pensiero a
scoraggiare l’incontro dell’apostolo per eccellenza con la settima arte.
Il tentativo più noto di far incrociare le strade di Paolo con quelle
del cinema fu operato da Pier Paolo Pasolini quando, su richiesta dell’allora
direttore della Sampaolo Film don Emilio Cordero, scrisse 154 pagine, datate
maggio-giugno 1968, con il primo abbozzo di sceneggiatura – che il regista
definiva appunti per il direttore di produzione – per realizzare un film
su Paolo di Tarso.
Pasolini aveva gettato Paolo nel mondo di oggi, sradicandolo dal suo
tempo; la sua predicazione incendiava le megalopoli occidentali: Parigi,
Bonn, Barcellona, Monaco, Napoli; e lo faceva morire ammazzato in uno
squallido alberghetto di New York.
Per diversi motivi – alcuni noti, altri portati nella tomba o sepolti
nella memoria – il progetto non andò in porto. Né allora né quando, una
ventina di anni dopo, Krzysztof Zanussi, regista polacco, riprese in mano l’incandescente
"materiale" scritto da Pasolini.
Gli zeloti e i fedayn
Meno conosciuta, invece, è l’operazione "ideologica" di
Gianni Toti. L’inviato speciale de L’Unità, amico di Che Guevara
e di Salvador Allende, artista poliedrico, deceduto lo scorso anno,
realizzò nel 1973 …Edi Shaùl e dei sicari sulle vie di Damasco,
non proprio un film "su" san Paolo, ma un film "a partire
da" san Paolo. Il regista guarda "da sinistra" la vicenda di
Paolo e la sua relazione conflittuale con gli zeloti, setta di estremisti
ebrei che combattevano l’imperialismo di Roma. Gli zeloti-terroristi di
allora si potrebbero paragonare ai fedayn di oggi.
Il dibattito è centrato sul rapporto tra la dottrina messianica di
Paolo, la coscienza critica e l’utopia rivoluzionaria. Un film-saggio, che
si sofferma anche a spiegare al pubblico alcuni "trucchi"
cinematografici adottati. Roger Young e Gianni Toti. Due sole volte Paolo è
diventato protagonista nella finzione cinematografica. La terza, quella
appena immaginata da Pier Paolo Pasolini, è rimasta soltanto un’ombra.