Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Spettacoli.
di Eugenio Arcidicacono


PERSONAGGI
MASTANDREA, AL CINEMA IN DUE FILM


LE STORIE DI VALERIO

L’attore romano ama i ruoli in "bilico". Per Virzì è un sindacalista, per Zanasi un chitarrista: «Il cinema deve tornare al racconto».

Valerio Mastandrea non ama le interviste. Anche questa, in un primo momento, sembrava non si dovesse fare. Comunque, per vincere la sua ritrosia, scegliamo di partire non dai due film che lo vedono protagonista al cinema, Tutta la vita davanti di Paolo Virzì e Non pensarci di Gianni Zanasi, ma dal suo essere un tifoso sfegatato della Roma. Errore: «Mi dispiace, ma ho molta difficoltà a parlarne. È una cosa troppo intima. Magari dopo...».

  • Va bene, passiamo allora ai film. In quello di Virzì sei un sindacalista, in Non pensarci un chitarrista. Quale ruolo ti assomiglia di più?

«Nessuno dei due. Quando interpreto un personaggio cerco sempre di farmi stupire da lui, poi lo condisco con piccole cose che mi riguardano, ma quando mi dicono che sembro naturale mi fanno un complimento, perché in realtà sotto c’è sempre un duro lavoro».

  • Ma nella realtà sei mai stato un vero musicista, magari dilettante?

«Quand’ero bambino mia madre mi regalò una piccola batteria elettronica. Da lì è iniziata una passione che mi ha portato a suonare in un gruppo fino a 16 anni. Facevamo musica "psichedelica", molte canzoni dei Pink Floyd. Ma adesso non suono più, mi vergogno troppo».

Valerio Mastandrea con Sabrina Ferilli, romana come lui, con la quale ha portato a teatro lo spettacolo Rugantino.
Valerio Mastandrea con Sabrina Ferilli, romana come lui, con la quale
ha portato a teatro lo spettacolo Rugantino
(foto Olycom).

  • In Non pensarci il chitarrista, per affrontare una crisi umana e professionale, decide di tornare dalla sua famiglia. Gli sembra un rifugio sicuro, ma scopre che non è così. Tutte le certezze che aveva si sgretolano. Ma alla fine, dopo un percorso anche doloroso, i legami con i fratelli e i genitori diventano più autentici. Come ne esce la famiglia da questo film?

«Non abbiamo voluto esprimere dei giudizi: abbiamo cercato di affrontare dinamiche familiari complesse, mantenendo però sempre un tono ironico, leggero. Mi piacerebbe vedere più film come questo o come quello di Virzì, che si inseriscono nel solco della grande commedia all’italiana del dopoguerra. Bisogna recuperare la capacità di raccontare storie, anche tragiche, ma in modo sempre divertente».

  • E tu con quali film sei cresciuto?

«I primi che ho visto, tra i cinque e i sette anni, sono stati "tosti", perché mia madre è molto appassionata di cinema. Ho iniziato con un musical, Sette spose per sette fratelli, poi sono passato a L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi e a Soldato blu, un western tremendo».

  • Virzì in un’intervista ha detto che sei molto "inclemente" verso i tuoi personaggi, tendi sempre ad accentuare i loro lati negativi. È così?

«L’ho letto anch’io e mi è piaciuto, perché non ci avevo mai pensato. In un personaggio non vedo mai uno strumento per far emergere la vanità dell’attore. Mi piace di più sottolineare gli aspetti ambigui».

  • Quindi non faresti mai un eroe classico senza macchia e senza paura, alla John Wayne, per intenderci?

«Come no, purché sia scritto davvero bene. Farei anche un "buono" a tutto tondo. Ma in generale i personaggi un po’ "in bilico" sono più interessanti perché posso dargli molte più sfumature».

  • Quanto conta il fatto di essere romano nel tuo modo di recitare?

«Roma è una città che agli occhi degli altri dà una grande connotazione. In realtà, per me non è così fondamentale. Conta di più ciò che sei, l’educazione che hai ricevuto, più che da dove vieni. Mi piacerebbe dire che l’aria disincantata che hanno un po’ sempre i miei personaggi me l’ha data Roma, ma non è così. Io sono uno che si schiera, che ha voglia di lottare per cambiare le cose».

  • Te la senti adesso di dirmi qualcosa sulla tua passione per la Roma?

«Cosa vuoi sapere, se vinciamo lo scudetto? Ti posso solo dire che vado spesso allo stadio con gli amici e che lo considero un luogo di aggregazione importante. Non è con la sola repressione che si argina il tifo violento. I giornali e le istituzioni propongono sempre l’equazione "tifoso = teppista". Tra i tifosi, invece, c’è già stata una forte autocritica sull’esasperata politicizzazione di molte curve. Che sono luoghi di cultura, anche se non sembra: tra chi le frequenta si forma un forte spirito di identità. Si sta insieme, si condividono gioie e dolori e questo è molto bello. Però ora basta, non ti dico più niente».

Eugenio Arcidicacono
   
   
LANCIATO DA MAURIZIO COSTANZO

Valerio Mastandrea è nato il 14 febbraio 1972, a Roma. A vent’anni ha scritto a Maurizio Costanzo per poter partecipare alla sua trasmissione, diventando in seguito uno degli ospiti fissi del Maurizio Costanzo Show.

Nel 1994 ha debuttato sul palcoscenico con Amici di Maurizio Panici e sul grande schermo con Ladri di cinema di Piero Natoli. L’anno dopo ha raggiunto la notorietà grazie a film come Cresceranno i carciofi a Mimongo di Fulvio Ottaviano e Palermo-Milano solo andata di Claudio Fragasso. Tra gli altri suoi film: La Carbonara, Velocità massima, Ultimo stadio. È stato protagonista di L’orizzonte degli eventi di Daniele Vicari e ha fatto parte del cast di N-Napoleone (2006) di Paolo Virzì. 

I suoi film più recenti: Non pensarci (2007) e Tutta la vita davanti ( 2008). 

Nella stagione teatrale del 2000 è tornato a teatro interpretando Rugantino.


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