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Valerio Mastandrea non
ama le interviste. Anche questa, in un primo momento, sembrava non si
dovesse fare. Comunque, per vincere la sua ritrosia, scegliamo di partire
non dai due film che lo vedono protagonista al cinema, Tutta la vita
davanti di Paolo Virzì e Non pensarci di Gianni Zanasi, ma dal
suo essere un tifoso sfegatato della Roma. Errore: «Mi dispiace, ma ho
molta difficoltà a parlarne. È una cosa troppo intima. Magari dopo...».
«Nessuno dei due. Quando interpreto un personaggio cerco
sempre di farmi stupire da lui, poi lo condisco con piccole cose che mi
riguardano, ma quando mi dicono che sembro naturale mi fanno un complimento,
perché in realtà sotto c’è sempre un duro lavoro». «Quand’ero bambino mia madre mi regalò una piccola
batteria elettronica. Da lì è iniziata una passione che mi ha portato a
suonare in un gruppo fino a 16 anni. Facevamo musica
"psichedelica", molte canzoni dei Pink Floyd. Ma adesso non suono
più, mi vergogno troppo».
«Non abbiamo voluto esprimere dei giudizi: abbiamo cercato di affrontare dinamiche familiari complesse, mantenendo però sempre un tono ironico, leggero. Mi piacerebbe vedere più film come questo o come quello di Virzì, che si inseriscono nel solco della grande commedia all’italiana del dopoguerra. Bisogna recuperare la capacità di raccontare storie, anche tragiche, ma in modo sempre divertente».
«I primi che ho visto, tra i cinque e i sette anni, sono stati "tosti", perché mia madre è molto appassionata di cinema. Ho iniziato con un musical, Sette spose per sette fratelli, poi sono passato a L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi e a Soldato blu, un western tremendo».
«L’ho letto anch’io e mi è piaciuto, perché non ci avevo mai pensato. In un personaggio non vedo mai uno strumento per far emergere la vanità dell’attore. Mi piace di più sottolineare gli aspetti ambigui».
«Come no, purché sia scritto davvero bene. Farei anche un "buono" a tutto tondo. Ma in generale i personaggi un po’ "in bilico" sono più interessanti perché posso dargli molte più sfumature».
«Roma è una città che agli occhi degli altri dà una grande connotazione. In realtà, per me non è così fondamentale. Conta di più ciò che sei, l’educazione che hai ricevuto, più che da dove vieni. Mi piacerebbe dire che l’aria disincantata che hanno un po’ sempre i miei personaggi me l’ha data Roma, ma non è così. Io sono uno che si schiera, che ha voglia di lottare per cambiare le cose».
«Cosa vuoi sapere, se vinciamo lo scudetto? Ti posso solo dire che vado spesso allo stadio con gli amici e che lo considero un luogo di aggregazione importante. Non è con la sola repressione che si argina il tifo violento. I giornali e le istituzioni propongono sempre l’equazione "tifoso = teppista". Tra i tifosi, invece, c’è già stata una forte autocritica sull’esasperata politicizzazione di molte curve. Che sono luoghi di cultura, anche se non sembra: tra chi le frequenta si forma un forte spirito di identità. Si sta insieme, si condividono gioie e dolori e questo è molto bello. Però ora basta, non ti dico più niente».
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