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Attualità.
di Alberto Bobbio


ACLI
A ROMA, DAL 1 AL 4 MAGGIO, IL 23° CONGRESSO NAZIONALE


LE NUOVE FRONTIERE

«Nei prossimi mesi nulla sarà come prima delle elezioni». Lo dice il presidente delle Acli, Andrea Olivero, che indica le 20 priorità da affrontare: al primo posto c’è il lavoro.

«Nei prossimi mesi nulla sarà come prima delle elezioni politiche. L’Italia è uscita dal Novecento e anche le Acli si sentono spinte a muoversi in maniera più determinata di quanto non lo fossero solo 15 giorni fa». Andrea Olivero, il presidente delle Acli, alla vigilia del il 23° Congresso nazionale (a Roma dal 1° al 4 maggio), riflette sulla società e sulla politica italiana. Le tesi congressuali mettono in fila 20 parole della "fedeltà" aclista. Al primo posto c’è il lavoro, poi la democrazia e la Chiesa. Quindi: welfare, famiglia, felicità, sobrietà, bene comune e tante altre. Il titolo del congresso è appunto "Migrare dal Novecento".

  • Presidente, cosa volete dire?

«Che la crisi politica e la semplificazione che c’è stata nelle urne hanno fatto uscire il Paese definitivamente dal Novecento. Noi lo avevamo auspicato, anche se non con un’accelerazione così forte. Ma non c’è solo la politica. La società civile deve muoversi, perché la democrazia, come sottolineava Aldo Moro, non è solo politica, ma anche sociale, altrimenti non interessa i cristiani. E noi qui saremo determinanti».

  • Con le 20 parole-chiave?

«Sì, perché siamo una grande associazione popolare con 950.000 iscritti e raggiungiamo con i nostri servizi oltre 3 milioni e mezzo di italiani. E possiamo dire di rappresentare una parte importante dei cittadini».

  • Al di là da come votano?

«Certo. So perfettamente che una parte dei miei associati in alcune province del Nord ha votato in massa per la Lega e che si tratta di ceti popolari».

  • Si sente a disagio?

«No, ma devo chiedermi perché non li abbiamo saputi rappresentare, perché si sono sentiti rappresentati meglio dalla Lega, perché nell’associazione non è emerso un dibattito sulle sensibilità che poi li hanno portati a votare per il Carroccio».

  • Però si può consolare con il fatto che adesso la Lega deve cambiare, per tener conto del suo nuovo elettorato...

«Non c’è dubbio che ora la Lega dovrà diventare un partito di Governo e non solo di opposizione, come faceva anche quando era in maggioranza. Deve lasciar perdere demagogia e semplificazioni».

  • Quello che vi spaventa sono le semplificazioni?

«Sì. Alle elezioni ha vinto chi distingue tra bianco e nero e ha perso chi fa un quadro più complesso della situazione. Ma quando si governa si deve tenere conto delle complessità, altrimenti non si ottengono risultati».

  • Qual è il rischio?

«Governare contro metà Paese. E sarebbe un disastro».

  • Voi chi rappresentate?

«La società che fa fatica comunque: i poveri, vecchi e nuovi, le famiglie, le realtà di periferia, tutto quello che non si vede in televisione».

  • E gli immigrati?

«Sarà uno dei primi banchi di prova del nuovo Governo. Vedremo se Berlusconi saprà costruire futuro, oppure chiuderà la società».

  • La sicurezza non sta nelle vostre 20 parole-chiave. Perché?

«Le ho detto che crediamo alla complessità e non vogliamo scivolare sulle semplificazioni. Per questo non c’è la sicurezza, che oggi invece sembra centrale nel dibattito politico e sociale. La sicurezza è certamente un diritto e una priorità nel sentire dei cittadini. Ma la si ottiene solo se si lavora in altre direzioni, su altri fronti. È la coesione sociale, cioè integrazione e legalità insieme, che porta alla sicurezza, non il contrario. E poi la sicurezza vale per tutti, non solo per i cittadini italiani o per gli immigrati regolari, ma anche per gli irregolari».

  • Discorso impopolare, non crede?

«Forse. Ma pensi se gli irregolari proclamassero uno sciopero. Non scomparirebbero certo i borseggiatori né diminuirebbero i piccoli reati, ma una famiglia su sei non avrebbe più la badante per gli anziani e molti uffici pubblici e privati avrebbero problemi con le pulizie, perché nelle cooperative lavorano molti irregolari».

  • C’è però il "lavoro" nelle vostre parole-chiave...

«Sta al primo posto, perché il lavoro è radicalmente cambiato, mentre non è ancora cambiata la rappresentanza del lavoro. E questo è un problema per noi e per il sindacato».

  • La precarietà diventerà strutturale?

«Dobbiamo fare in modo che ciò non avvenga, ragionando sulle tutele, sui contratti, sulla flessibilità. Tenendo sempre presente che al centro devono esserci l’uomo e la famiglia».

  • I cattolici dove devono stare?

«Sulle frontiere, sempre. Non credo che i cattolici abbiano interesse a stare nell’ambito della conservazione. Anzi sono sempre stati propensi a innovare e a trasformare la società. Prenda il tema della legalità: sono stati i cattolici a trascinare tutto il dibattito e le associazioni cattoliche a fare le scelte più innovative in tema di lotta alle mafie».

  • Le dispiace che i comunisti siano fuori dal Parlamento?

«Sono un po’ preoccupato che alcune parti importanti del Paese non siano rappresentate nella dialettica delle aule parlamentari. In alternativa c’è l’opposizione della piazza, che è sempre più radicale. Ma bisogna riconoscere che forse era necessario un bagno di umiltà da parte di alcuni dirigenti della sinistra, che si sono dimenticati dei valori ai quali anche molti cattolici guardavano con una certa simpatia: pace, lotta per il lavoro, giustizia. Una sinistra dei Pacs, hanno detto gli elettori, non è necessaria. Per tornare in Parlamento occorre guardare ai problemi concreti e lasciar da parte molta ideologia».

Alberto Bobbio

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