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I borghi che il mondo
ci invidia (e ci compra)
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di
Fulvio Scaglione
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INCHIESTA
SORPRESA: SIAMO CAMPIONI DEL MONDO DEL BUON VIVERE
FELICITALIA
«Ci lamentiamo sempre, ma ce la
passiamo piuttosto bene», ci spiega il sociologo Enrico Finzi. Il segreto?
Le nostre radici cristiane. L’arte di coltivare piccoli e grandi piaceri.
Italiani, una notizia. Di più, una buona
notizia: «La felicità è di questo mondo» e, a quanto pare, soprattutto
per noi. Abbiamo così citato le ultime cinque parole della ricerca più
ghiotta e curiosa in circolazione, quella pubblicata da Enrico Finzi,
ricercatore sociale tra i più noti del nostro Paese, con il titolo Come
siamo felici. L’arte di godersi la vita che il mondo ci invidia (Sperling&Kupfer).
«Tutte le ricerche», dice Finzi, «mostrano che il 70 per cento degli
italiani è scontento, che il sentiment, come si dice nel gergo
tecnico, non è mai stato così basso. La gente dice che la vita è
peggiorata, il Paese va a picco e così via. Se uno studia con attenzione,
però, scopre che gli italiani sono spesso capaci di trovare soddisfazione
esistenziale nelle pieghe della vita. C’è infelicità pubblica ma poi il
39 per cento si dichiara molto felice e il 20 per cento discretamente
felice. Siamo ben oltre la maggioranza, come si vede».

L’esultanza a Napoli per la vittoria della
Nazionale. Siamo un popolo
che sa gioire, anche se spesso si piange addosso
(foto AP/La
Presse).
- Felici nonostante, insomma. Com’è possibile?
«La felicità degli italiani, se ne rendano conto o no, è fortemente
legata alla tradizione cristiana. Le "cose" che li rendono più
felici sono la famiglia, i figli, gli amici, i valori, la generosità, le
attività nella microcomunità di appartenenza, tutte incardinate nella
cultura cristiana. Questo Paese sarà anche da "riconvertire",
come si legge nei discorsi del Pontefice, ma socialmente e culturalmente è
molto più "convertito" di quanto spesso anche nel mondo cattolico
si dica. Di origine cristiana, anzi proprio cattolica, sono i valori e le
esperienze decisive nel cammino verso la soddisfazione e il benessere. Tra l’altro
uno dei fattori che più contribuiscono alla felicità è la fede, purché
sia intensa, perché se invece è all’acqua di rose porta a essere più
infelici. Coloro che hanno una fede forte, e la traducono da un lato in
spiritualità e dall’altro in impegno a favore degli ultimi, hanno una
probabilità di sentirsi molto felici assai più alta della media.
Conclusione: farsi prossimo, darsi agli altri non solo è giusto ma pure
conviene».
- Sull’altra faccia di questa medaglia spunta un’altra sorpresa:
soldi e bellezza non danno la felicità...
«Quello sulla bellezza è un discorso interessante: le persone molto
belle sono più infelici della media, proprio come quelle molto brutte».
«Da questo punto di vista l’Italia non si differenzia dagli altri
Paesi occidentali. Quasi ovunque vale una regola molto semplice: essere
poveri aumenta il rischio di essere infelici, mentre non è vero l’opposto.
Anche la felicità, oltre alla virtù, sta nel mezzo: un tenore di vita
medio elimina alcune delle cause materiali dell’infelicità, ma agitarsi
per crescere in ricchezza e potere è una dannazione, rende infelici. Noi
italiani siamo grandi lavoratori, ma sappiamo prenderci le nostre pause, non
vogliamo farci strozzare dal lavoro. Il modello americano basato sul lavoro
superproduttivo, la carriera, il consumismo, non fa per noi. Può dare dei
singoli piaceri che però non fanno la felicità. Anzi: rincorrere troppi
piaceri è una maledizione».
- A proposito di piaceri: né l’amore né il sesso portano grandi
contributi alla costruzione della felicità...
«Negli ultimi decenni abbiamo vissuto una sorta di rivoluzione dei
costumi che ha insistito moltissimo sull’erotismo e sulla sessualità. Con
risvolti apprezzabili, perché un atteggiamento sessuofobico è negativo in
generale. Ma il processo che doveva liberarci dalle catene oscurantiste del
passato ha poi creato una serie di obblighi che hanno reso la gente più
infelice. Dobbiamo essere belli, magri, sessualmente prodigiosi... Un’ossessione
smentita dai sentimenti degli italiani, per i quali contano i rapporti
umani, che possono benissimo essere amicali e quindi senza amore e senza
sesso. E poi c’è una realtà anche triste: coloro che hanno provato l’amore
e una sessualità serena e appagante, in Italia sono una minoranza. Spesso
nelle coppie non c’è abbastanza amore coniugale, c’è immaturità. E l’amore
carnale, presentato con volgarità e violenza, è spesso ansiogeno. In ogni
caso avere rapporti caldi e sereni con le persone conta più che non
rincorrere il sesso».
- Un quadro per certi versi idilliaco. Non ci sono problemi aperti?
«Certo che ci sono. Per esempio quelli dell’etica pubblica, della
responsabilità nei confronti della società. Saremo anche simpatici ma come
cittadini diciamo una quantità enorme di bugie. È chiaro che sull’etica
questo Paese deve diventare più sereno con sé stesso».
- E lei, Enrico Finzi, si direbbe felice?
«Io sono una persona abbastanza felice. In questo, forse, contano anche
tratti della personalità di cui non ho nessun merito: per esempio, sono
abbastanza estroverso. Per sintetizzare, ecco i miei fattori felicitanti.
Primo: il gusto per il rapporto con gli altri. Secondo: la famiglia. Mi
hanno tirato su con amore in una famiglia tradizionale, ho dei figli, sono
un neononno entusiasta. Terzo: mi piace il lavoro che faccio. Quarto: ho una
certa passione etica, e i valori e la capacità di indignarsi aiutano.
Ultimo: ho il gusto di un piacere quotidiano, mangiare bene, a cui pago il
prezzo di un certo sovrappeso».
| I
COMPORTAMENTI FELICITANTI
Enrico Finzi li chiama
"comportamenti felicitanti", e li definisce come «quelle
attività che contribuiscono a dare appagamento agli italiani»: ne
elenca 47. Eccone alcuni.
Chiacchierare - È un’arte
tipicamente italiana, uno degli strumenti chiave per costruire,
mantenere e spesso rinforzare quel mondo di relazioni
"calde" che, dalla Vetta d’Italia (il punto più a Nord
della Penisola) a Punta Pesce Spada (il punto più a Sud, nell’Isola
di Lampedusa) sono per molti il pilastro portante della felicità
individuale e sociale.
Stare con gli altri -
Coloro che vivono soli hanno il 30 per cento di probabilità in meno
della media di dichiararsi felici. Anche coloro che hanno liberamente
scelto di restare single non risultano più felici della media,
malgrado elenchino i numerosi vantaggi della loro condizione.
Essere cordiali - Non
parliamo di buona educazione e cortesia, che pure l’84 per cento
degli adulti giudica importanti. Ciò che è davvero
"felicitante" è la cordialità, quel di più di calore che
contribuisce a incrementare la soddisfazione esistenziale.
Amare il proprio corpo -
Il grande aumento dell’attenzione riservata alla cura del proprio
corpo non è affatto – come si crede – garanzia di felicità:
anzi, se diventa ossessiva è causa o conseguenza d’una rilevante
insoddisfazione. Si dichiarano, infatti, più felici della media
coloro che si accettano come sono; cercano di migliorarsi, ma
moderatamente, riducendo o nascondendo i propri difetti, specialmente
valorizzando i propri punti di forza (tramite l’acconciatura, il
trucco, pochi cosmetici essenziali, la cura moderata di sé, l’abbigliamento,
gli accessori).
Coltivare l’amore -
Nel Bel Paese domina la cultura dell’amore romantico, passionale;
quello che ti coinvolge e travolge all’inizio, nella fase dell’innamoramento
e quello, quasi sempre successivo, meno acuto ma più profondo, che
– dice il 68 per cento degli adulti – diviene più sereno e più
ricco d’esperienze comuni, di complicità, di reciproca protezione.
Avere e allevare figli -
Avere figli è fonte di felicità, anzitutto perché è un
investimento sul futuro non a breve/medio termine. Coloro che hanno
figli si dichiarano più felici della media.
Staccare spesso - L’arte
italiana del vivere bene è fatta anche dalle pause quotidiane. Si
definiscono assai più felici della media proprio quei cittadini che
fanno almeno due pause al giorno.
Godersi il telefonino -
Da quando è entrato nella vita delle persone, l’ha cambiata,
prevalentemente in meglio: il 73 per cento di chi lo possiede lo
giudica assai utile, mentre solo il 28 per cento soffre di maggiore
dipendenza o addirittura di schiavitù. Gli italiani felici, per un
terzo odiano o non amano il cellulare, perché toglie serenità e
autonomia: ma quasi due terzi lo reputano uno strumento positivo in
quanto può divenire, se usato con intelligenza, una specie di
"protesi" delle relazioni.
Uscire di casa - La
felicità è maggiore tra chi esce di casa di più e più a lungo. Gli
italiani più appagati sono quelli che più usano per i loro
spostamenti l’andare a piedi (o addirittura di corsa), la
bicicletta, il ciclomotore, lo scooter o la moto, il tram, la
metropolitana, la barca o il traghetto; l’opposto vale per l’auto,
il camion, l’autobus e il taxi.
Fare la spesa - Sono
pochi gli italiani che non vanno mai a fare la spesa o lo shopping. Il
56 per cento considera questa attività nell’insieme piacevole,
anche se spesso coatta; al di sopra della media le donne e i
15-44enni. Ma che cosa risulta positivo in queste esperienze? Non
tanto gli acquisti in sé, quanto l’uscire di casa, il vedere gente
e il decidere qualcosa.
Mangiare e bere... con moderazione -
Gli italiani, per antica tradizione sociale e familiare, identificano
il mangiare con la felicità (nel 55 per cento dei casi), ma – ecco
una novità recente – identificano questa felicità con il mangiare
"bene", cioè in maniera sana ed equilibrata.
Esporsi con prudenza ai media -
Il più "felicitante" dei mezzi di comunicazione è la
radio, perché non è intrusiva, suggerisce e non descrive tutto; è
dialogica e allegra. Seguono, nell’ordine, navigare in Internet e
lettura dei quotidiani.
Un libro per amico -
Leggere libri è una delle attività che più contribuiscono alla
soddisfazione esistenziale degli italiani che la praticano.
Fare del bene - Che
fare il bene faccia bene a chi lo fa è dimostrato da varie ricerche.
Proprio quel 48 per cento degli italiani che si impegna nella
solidarietà in vario modo risulta più felice rispetto all’altra
metà, quella con il "cuore freddo".
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