|
Felicitalia
|
|
 |
di
Rosanna Biffi
|
INCHIESTA
IL MODELLO DI VITA ITALIANO DA ESPORTAZIONE
I
BORGHI CHE IL MONDO
CI INVIDIA (E CI COMPRA)
«Inglesi, tedeschi e i nuovi ricchi»,
spiega Giuseppe De Rita «vedono nella nostra vita il simbolo del vivere
bene».
Le sue presentazioni annuali dei Rapporti
Censis sono attese come un verbo, magari discusso ma imprescindibile, per
disegnare lo stato dell’arte della società italiana.
Però Giuseppe De Rita, 76 anni il prossimo 27 luglio, che del
Censis (Centro studi investimenti sociali) è presidente, ha anche il gusto
minuzioso e arguto per le pieghe dell’Italia più nascosta e sorprendente.
È orgogliosamente romano, e tuttavia capisce e condivide il fascino dei
borghi che attira sempre più stranieri, ormai non soltanto per vacanze di
mezza stagione, ma per cercare e acquistare case dove trascorrere lunghi
periodi.
- Cosa trovano tedeschi, inglesi, nordeuropei in tante regioni dell’Italia,
soprattutto centrale?
«Trovano il borgo, l’insediamento antico, il rigore quasi spontaneo
nell’architettura dei palazzi. Trovano una vita minuta ma significativa.
La maggior parte di loro acquista in paesi e piccole città, da Bevagna a
Spello a Foligno ad Assisi, per citare l’Umbria: non fa differenza».
- Questo vale per tutta la Penisola?
«Certamente. Anche a Noto, in Sicilia, sede del Barocco, c’è un
mercato immobiliare molto appetito dagli stranieri, addirittura da irlandesi
e cinesi. Credo che per loro l’incanto stia nella forma dell’abitare
insieme che offrono questi luoghi, una dimensione antica e difficile da
trovare, e che invece accomuna molte città italiane: la piazza, la chiesa,
la "croix de ville" rintracciabile ad Aosta come a Noto».
- Che cosa cercano e trovano in Italia gli stranieri?
«Quell’ordine che permette una bella vita in comune e che discende
dall’organizzazione urbanistica data dai Romani. Specialmente nell’Italia
Centrale è evidente questa dimensione forte del vivere insieme in un posto
significativo».
- L’attrattiva sta anche nel cibo, nei ritmi di vita?
«Certamente. Non solo in Italia centrale, ma anche nelle Langhe e in
Monferrato, nel Ravennate, nel Montello veneto esiste una cultura del viver
bene insieme, pure in realtà dove non ci sono il grande ristoratore o la
strada del vino. È importante la specializzazione del mangiare, per
esempio: per un inglese o un russo o un tedesco il prodotto tipico è
qualcosa di insolito. Poi, che so, assaggiano le lenticchie di Castelluccio
e si entusiasmano, perché vanno a vedere la Piana di Castelluccio e dicono:
"Com’è bella!". Però rimane un fatto secondario: quello che è
importante è la scelta del luogo dove andare a mettere i propri mobili».
- Ci sono elementi culturali, come musica e mostre, che rendono più
desiderabili queste località?
«Dipende, naturalmente. Esistono borghi e paesi che hanno un’attività
culturale straordinaria. Penso per esempio a Bevagna, un’antica cittadina
umbra di origini romane collocata al margine occidentale della piana di
Foligno, che non supera i 3.000 abitanti e conta una piccola stagione
teatrale, alcuni concerti molto belli, una bellissima pinacoteca. In Umbria
arrivano ad acquistare case russi, inglesi, tedeschi e ora anche cinesi, con
disponibilità di soldi assolutamente incredibili. I nuovi ricchi del mondo
vedono nel vivere all’italiana un simbolo di status, un simbolo del
viver bene. Una volta venivano per i 5-10 giorni, magari affittavano per due
settimane una villa medicea. Oggi no, vogliono venirci a vivere: non dico
stabilmente, ma almeno passare una lunga stagione qua».
- Ci considerano un Paese felice?
«Sì, e anche in qualche modo più ordinato di quanto noi pensiamo.
Perché poi, in fondo, nei borghi e nelle piccole città la vita scorre
abbastanza bene e tranquillamente. C’è una specie di osmosi tra questi
stranieri e la vecchia cultura italiana, che noi italiani molto spesso non
conosciamo, specie quelli di noi che abitano nelle città. La vecchia
cultura italiana sta in quei posti e la si respira molto più – lo dico da
orgogliosissimo romano – che guardando i ruderi del Foro della Città
eterna».
- Noi italiani siamo consapevoli di questo fascino?
«No, non ne siamo molto consapevoli. Da secoli abbiamo un complesso d’inferiorità
totale; anche le cose belle che possediamo non le sentiamo con l’orgoglio
o con la spregiudicatezza commerciale che meriterebbero. È un fatto
storico. Noi non ci consideriamo e in più, naturalmente, la stampa
internazionale e anche quella nazionale non aiutano, perché ci fanno
sentire sempre dei miserelli, sul piano economico, sul piano politico, sul
piano culturale. Pensare che invece noi abbiamo in patrimonio qualcosa di
oscuramente, misteriosamente attrattivo: a questo, figurarsi, manco ci
pensiamo».
Alan
Friedman
«Cappuccio e amici, questa sì che è vita»
Da quando è diventato direttore esecutivo del
magazine World business, diffuso in 100 Paesi nel mondo, Alan
Friedman si vede un po’ meno in Tv, ma l’Italia resta la sua
seconda casa.
Per anni con il suo viso bonario incorniciato dal
pizzetto ha parlato di economia in fortunati programmi televisivi
sulla Rai e su Sky. Celebre anche il portale in Internet da lui
ideato, dal titolo Mia economia, utilissimo per tutti i
risparmiatori. Il suo eloquio, che ricorda un po’ quello di Ollio,
ha fornito a Maurizio Crozza lo spunto per farne un’esilarante
imitazione, facendone il paladino del "piccolo
risparmiatore". «Faccio la spola fra Roma e la Toscana, dove
vive la mia famiglia, e Londra. Sono arrivato in Italia negli anni ’80
come corrispondente per il Financial Times ed è stato amore a
prima vista».
Sugli stranieri che sempre più numerosi scelgono di
vivere nel Belpaese, ha le idee molto chiare. «A parte i poveri che
arrivano con la speranza di trovare un lavoro e i manager delle
multinazionali che di solito si fermano tre o quattro anni e poi
tornano nei loro Paesi, gli stranieri che si trasferiscono qui quasi
sempre sono ricchi provenienti dal Nord Europa o dalla Russia. Gente
attratta dal clima, dalle bellezze naturali, dalla cucina, che
acquista casali in Toscana o paga 10.000 euro di affitto. Vivono in un’Italia
dei sogni, lontanissima dai problemi della gente comune».
Rispetto a quando è arrivato, secondo Friedman c’è
stato un peggioramento della qualità della vita che si riflette anche
sul carattere degli italiani: «I tassisti, i negozianti non ti
sorridono più come una volta. La vita è diventata più dura».
Eppure certi piaceri restano incomparabili: «Prendere un cappuccino
in compagnia, godere della vista di un bel paesaggio sono abitudini a
cui non rinuncerei per nulla al mondo».
Eugenio Arcidiacono
|
Giovanni
Allevi
Quando la gioia scorre tra
le dita
Italiani popolo di santi, di poeti, di lavoratori e
di musicisti. Nonostante la crisi del settore, i connazionali che si
fanno onore nel mondo continuano a essere moltissimi, segno che
abbiamo ancora la musica nel sangue. O "in testa", come dice
il titolo del recente libro del pianista e compositore Giovanni
Allevi.
La sua storia è esemplare. Oggi è un musicista che
effettua tournée acclamatissime in tutto il mondo. Ma solo pochi anni
fa era un semplice e dignitoso professore supplente in una scuola
media della periferia milanese. Un giorno, da una ricerca di una sua
allieva, scopre che Maria Callas mise faticosamente da parte dei soldi
per potersi pagare un viaggio a New York e farsi ascoltare. Decise di
fare come lei. Solo, senza conoscere bene la lingua, con pochi soldi
in tasca, prese in affitto un monolocale nel quartiere nero di Harlem
e da perfetto sconosciuto chiese un’audizione al Blue Note, il
tempio mondiale del jazz. Quell’audizione il Giovanni Allevi da
Ascoli Piceno la ottenne. Non solo: dopo averlo ascoltato, uno dei
gestori dei locali gli fissò una data per un concerto.
Quando finalmente arrivò la sera del concerto,
prima di iniziare a suonare, per vincere la paura, Allevi davanti ai
tasti di ebano e avorio ripeté mentalmente, come in un mantra: «Tutto
l’Amore del mondo sulle mie dita, tutto l’Amore del mondo sulle
mie dita...». Il concerto fu un trionfo e, ripensando a quei momenti,
il pianista scrive nel suo libro, che è già un best seller in testa
alle classifiche: «Evviva il sogno, evviva la passione che ti porta
lontano, evviva la vita, questo dono immenso. Basta abbandonarsi al
suo stupefacente fluire…Grazie Dio, per aver consentito al timido
pianista italiano di sfidare, da solo, il Blue Note di New York, una
luminosa domenica di marzo». Se non è felicità questa...
E.Arc.
|
Antonio
Mazzi
«Mi godo il gusto della memoria»
Sacerdote, psicopedagogista e soprattutto noto per
aver fondato Exodus, la fondazione con cui da anni lotta per
reintegrare nella società ragazzi e giovani che hanno alle spalle
vite di estrema sofferenza. Il tono burbero di questo gagliardissimo
"anziano" (compirà 79 anni il prossimo novembre) non
nasconde il fatto di amare molto la vita: «Non ho nessuna paura della
vecchiaia e nemmeno della morte. Credo che ogni stagione abbia le sue
ricchezze e i suoi problemi. Con la vita che faccio non ho il tempo di
fermarmi a pensare alla mia età e a quanto mi resta da vivere. E poi
per uno come me, che ha sbagliato molto, nella vecchiaia c’è la
speranza di comportarsi meglio...».
Viene da pensare che il suo sia un parlare da
cristiano e soprattutto da sacerdote: «Non è detto. Ho visto tanti
preti affrontare l’ultima parte della loro vita con grande
preoccupazione e tanti laici invecchiare e morire sereni. La verità
è che non siamo abituati a mettere la morte come compagna di vita.
Certo, non credo che si possa parlare di morte e vecchiaia legandole
alla parola felicità, però, per una persona saggia, possono essere
fattori di serenità».
La vecchiaia è anche il momento in cui recuperare
il gusto della memoria. «Quando si diventa vecchi si torna alle
radici. Si può rileggere la propria vita scoprendone gli elementi
fondamentali. Io ho capito perché sono rimasto orfano a sette mesi: a
22 anni ero educatore alla Città dei ragazzi, lì ho incontrato la
sofferenza di un bambino violentato dentro casa. Questo ha dato un
significato al mio essere orfano: ho potuto dedicare la mia vita a
quelli come lui».
Orsola Vetri
|
Daria
Bignardi
«Quei pomeriggi con la testa tra i libri»
«Ero una gobba leopardiana». Difficile riconoscere
da questa descrizione l’affascinante giornalista Daria Bignardi, la
regina de Le invasioni barbariche, la conduttrice più
intellettuale e "chic" del nostro panorama televisivo.
Quando cominciò a lavorare come giornalista tra i
suoi esordi ci fu, nel 1995, la conduzione di A tutto volume,
dove rivelò un’innata dote nel raccontare e suscitare interesse
verso un romanzo, dote che nasce dalla sua personale passione per la
lettura e che ama esercitare anche per radio con la trasmissione,
sempre legata ai libri, La mezz’ora D’aria.
Che il saper leggere sia quindi veicolo di felicità
è per la Bignardi una verità che ha scoperto prestissimo, quando
ancora non andava a scuola. «Mia mamma era molto ansiosa e non ha
voluto che frequentassi la materna. Per questo ho imparato a leggere a
4 anni. Anche dopo, quando gli altri bambini si dedicavano allo sport,
io non uscivo molto e ricordo questi lunghi pomeriggi, buttata sul
divano, in compagnia dei classici, russi e francesi... È un ricordo
bellissimo anche perché leggerli da ragazzina è una grande
soddisfazione». Daria Bignardi viveva a Ferrara e descrive il fascino
dei lunghi pomeriggi nebbiosi passati a fantasticare con un libro in
mano. «Per me era un divertimento e qualcosa che mi faceva star bene
e quindi mi rendeva felice. Rimpiango quegli interi pomeriggi a
disposizione. Adesso quel tempo lo ritrovo in vacanza o la sera prima
di addormentarmi per riposarmi e rilassarmi»
Non è facile però trasmettere ai figli questa
passione e far capire loro quanta felicità possa dare la lettura. «Mio
figlio Ludovico ha 11 anni, ma sembra ancora preferire la PlayStation.
Il libro, oggi, spaventa i bambini perché non è il loro principale
mezzo di comunicazione... Ma io spero sempre. Magari basta incontrare
alle superiori un bravo insegnante di italiano che faccia amare la
lettura e poi la cosa va da sé».
O.V.
|
|
|
|