Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Attualità.
di Delia Parrinello


MAFIA

CENTO PASSI DA TRENT’ANNI

Il 9 maggio 1978 veniva ucciso a Cinisi Peppino Impastato, eroe antimafia figlio di mafioso. Il suo esempio, raccontato dal film di Marco Tullio Giordana, è ancora operante.

Era il figlio di un mafioso ed è diventato un eroe antimafia. Attaccava i boss di Cinisi negli anni ’70, da Radio Aut irrideva don Badalamenti "Tano Seduto", gli andava in corteo sotto casa gridando slogan antimafia, mentre dall’altra parte della strada la sua famiglia tremava, la madre Felicia dietro le persiane: «Stai attento, ti uccideranno».

Peppino Impastato era figlio di Luigi, ammazzato in un finto incidente stradale proprio perché in difesa del figlio si era mosso, anche con un disperato e inutile viaggio negli Usa a chiedere salvezza alla Cupola americana. Cosa nostra siciliana, invece, lo elimina. E subito dopo, il 9 maggio 1978 – trent’anni fa – tocca a Peppino: già morto, viene abbracciato a una carica di tritolo e collocato sui binari del treno. Gli arti si disperdono, sembra la fine di un terrorista suicida, e per un quarto di secolo lo è. Poi la verità, grazie ai collaboratori di giustizia, alla determinazione del fratello Giovanni e della madre, degli amici Salvo Vitale, Guido Orlando, Giovanni Riccobono, Pino Manzella. Si scopre che è stato orchestrato un depistaggio e dopo 25 anni viene condannato all’ergastolo il mandante Gaetano Badalamenti, ormai morto in carcere negli Usa.

La casa della famiglia a Cinisi.
La casa della famiglia a Cinisi
(foto Palazzotto).

Due case con destini diversi

Condannato l’altro mandante, Vito Palazzolo, tuttora detenuto. Muore ucciso un esecutore, Nino Badalamenti, cugino del boss. E oggi che il trentesimo anniversario del delitto Impastato porta a Cinisi la folla dell’antimafia e dei movimenti, l’ultimo protagonista di questa storia passeggia come un qualsiasi pensionato in corso Umberto.

È Salvatore Palazzolo, accusato da un pentito (che si chiama pure lui Salvatore Palazzolo) di essere uno degli esecutori del delitto. «Ma è stato prosciolto», sottolinea il fratello di Peppino, Giovanni Impastato, «perché non si è verificata la convergenza del molteplice: un solo pentito lo accusa, e non due o tre».

Il pensionato percorre, talvolta avanti e indietro, i "cento passi" di corso Umberto che separano le case dei protagonisti di questa storia: la casa di don Tano al numero civico 193, e quella di Peppino al 220. Due case con destini diversi.

Una ha le persiane chiuse, un mese fa è stata confiscata e sarà assegnata all’uso sociale come prevede la legge. Per Giovanni Impastato: «Potrebbe essere data anche alla nostra associazione, che l’ha chiesta. Del resto, la villa di Totò Riina a Palermo è stata assegnata al Centro di documentazione Impastato, fondato dal professor Umberto Santino e successivamente dedicato a Peppino».

Casa Impastato, invece, piena di gente e di ricordi, è ormai un sacrario, un luogo della memoria aperto a tutti. «Siamo il segnale vivente dell’antimafia», dice Giovanni. Alle pareti le foto di vecchi cortei di protesta contro Cosa nostra, "la mafia uccide, il vostro silenzio pure", la vicinanza dei siciliani alla figura di Peppino Impastato. Su un foglio di terza elementare, ritagliato a merletto e incorniciato, c’è scritto "Peppino sei vivo". «L’ha fatto Paolo, un venditore ambulante di cd falsi, quando era in carcere».

Tesi di laurea su di lui

Ma dei protagonisti della storia, a parte il pensionato e qualche vecchio parente, nessuno è rimasto a percorrere i cento passi. I figli di Gaetano Badalamenti, Leonardo e Vito, sono "scappati", inseguiti da mandati di cattura internazionali. I suoi fratelli sono morti, resta qualche nipote della famiglia, «della quale sono state cancellate le tracce».

In queste giornate di anniversario, Cinisi e il vicino porto di Terrasini, dove approderà una veleggiata di barche provenienti da Sanremo, sono al centro dell’antimafia nazionale. Aderiscono i ragazzi di Addio pizzo e di Consumo critico, l’associazione che promuove l’uso di prodotti provenienti da imprese siciliane che non pagano gli estorsori. Sono impegnate nella manifestazione le associazioni dei senza casa, il forum di discussione sulla libera informazione; c’è l’impegno di tante scuole e del mondo religioso. Parte oggi dalla casa di Peppino Impastato un appello «alla libera informazione democratica affinché sviluppi una conoscenza reale delle mafie, mentre troppi servizi giornalistici danno immagini suggestive di feroci criminali e riducono l’antimafia alle iniziative più spettacolari». Su Peppino Impastato oggi si fanno tesi di laurea e si parla pure di eroismo.

Sul piano dei risultati, il fratello Giovanni dice che «la lotta alla mafia è nell’agenda di tutti i Governi, anche quelli locali, ma sembra nella fase della lotta rassegnata, che non può vincere mai. Eppure tutti sappiamo che senza il sacrificio di Peppino, e di tanti altri come lui, la situazione sarebbe peggiore. Ecco perché questo anniversario si pone un obiettivo nuovo, quello di puntare sulla sconfitta definitiva delle cosche».

Che farebbe oggi Peppino Impastato? «Sarebbe dentro una Tv con un microfono in mano. Sarebbe davanti a un computer, dentro Internet. Attaccherebbe la classe politica, farebbe una puntata della sua trasmissione radiofonica Onda pazza sui nuovi mafiosi di Cinisi. E, molto probabilmente, si farebbe ammazzare un’altra volta».

Delia Parrinello
   
   
PER RACCOGLIERE LA SUA EREDITÀ

Il 9 maggio a Cinisi, il Forum antimafia "Peppino e Felicia Impastato" sarà un’occasione per riflettere, far sentire la propria voce e ribellarsi: siamo convinti che costruire un mondo senza mafia è possibile. Non solo, è necessario. Il luogo scelto per la nuova manifestazione nazionale contro la mafia è Cinisi, non solo perché è lì che Peppino è nato e ha svolto le sue attività, ma anche perché è da sempre una roccaforte dell’organizzazione mafiosa. Lo fu ai tempi di Cesare Manzella prima e di Tano Badalamenti poi. Ma tuttora il nostro paese è un pilastro del controllo mafioso: i clan locali sono rappresentati nella "commissione regionale" e hanno un rapporto diretto con i capimafia; così è stato con Provenzano e con Lo Piccolo fino a poco fa.

È ora di attivarsi: dal 9 maggio in poi vogliamo cominciare a respirare aria pura, intrisa di libertà; vogliamo iniziare a vivere la gioia della bellezza.

Peppino, con il suo sacrificio, ci ha dato tanto. Non basta ricordarlo. Bisogna raccogliere quanto ci ha lasciato e continuare; dare nuova vita al suo pensiero e alla sua azione di uomo libero, ma soprattutto di siciliano libero.

Giovanni Impastato
(Dall’appello per una manifestazione nazionale contro la mafia in occasione del Forum sociale antimafia 2008 a 30 anni dall’assassinio di Peppino Impastato).

    

UN CORPO DILANIATO SUI BINARI

Giuseppe (Peppino) Impastato nasce a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948. Mentre frequenta il liceo classico a Partinico si avvicina alla politica: assieme ad altri giovani fonda un giornale, L’Idea socialista che, dopo alcuni numeri, sarà sequestrato.

Nel 1975 organizza il circolo Musica e cultura, un’associazione che diventa il principale punto di riferimento per i giovani di Cinisi. All’interno del circolo trovano spazio ìl Collettivo femminista e il Collettivo antinucleare. Nel 1976, con un gruppo di amici, fonda Radio Aut, un’emittente autofinanziata che prende di mira i boss della mafia e gli esponenti della politica locale. Nel 1978, partecipa, con una lista di Democrazia proletaria, alle elezioni comunali a Cinisi.

Peppino Impastato viene assassinato il 9 maggio 1978, qualche giorno prima delle elezioni: il suo corpo è dilaniato da una carica di tritolo posta sui binari della linea ferroviaria Palermo-Trapani.

Le indagini sono in un primo tempo orientate sull’ipotesi di un attentato terroristico consumato dallo stesso Impastato o, in subordine, di un suicidio.

Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria al boss Gaetano Badalamenti.

Nel maggio del 1992 il Tribunale decide l’archiviazione del "caso Impastato", ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi, alleati dei corleonesi.

Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni del pentito Salvatore Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta viene riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto.

Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise condanna a 30 anni di reclusione Vito Palazzolo. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti (che morirà in un carcere americano il 29 aprile 2004) è condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio di Peppino Impastato.


torna all'indice