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Era il figlio di un mafioso ed è diventato un eroe antimafia. Attaccava i boss di Cinisi negli anni ’70, da Radio Aut irrideva don Badalamenti "Tano Seduto", gli andava in corteo sotto casa gridando slogan antimafia, mentre dall’altra parte della strada la sua famiglia tremava, la madre Felicia dietro le persiane: «Stai attento, ti uccideranno». Peppino Impastato era figlio di Luigi, ammazzato in un finto incidente stradale proprio perché in difesa del figlio si era mosso, anche con un disperato e inutile viaggio negli Usa a chiedere salvezza alla Cupola americana. Cosa nostra siciliana, invece, lo elimina. E subito dopo, il 9 maggio 1978 – trent’anni fa – tocca a Peppino: già morto, viene abbracciato a una carica di tritolo e collocato sui binari del treno. Gli arti si disperdono, sembra la fine di un terrorista suicida, e per un quarto di secolo lo è. Poi la verità, grazie ai collaboratori di giustizia, alla determinazione del fratello Giovanni e della madre, degli amici Salvo Vitale, Guido Orlando, Giovanni Riccobono, Pino Manzella. Si scopre che è stato orchestrato un depistaggio e dopo 25 anni viene condannato all’ergastolo il mandante Gaetano Badalamenti, ormai morto in carcere negli Usa.
Due case con destini diversi Condannato l’altro mandante, Vito Palazzolo, tuttora detenuto. Muore ucciso un esecutore, Nino Badalamenti, cugino del boss. E oggi che il trentesimo anniversario del delitto Impastato porta a Cinisi la folla dell’antimafia e dei movimenti, l’ultimo protagonista di questa storia passeggia come un qualsiasi pensionato in corso Umberto. È Salvatore Palazzolo, accusato da un pentito (che si chiama pure lui Salvatore Palazzolo) di essere uno degli esecutori del delitto. «Ma è stato prosciolto», sottolinea il fratello di Peppino, Giovanni Impastato, «perché non si è verificata la convergenza del molteplice: un solo pentito lo accusa, e non due o tre». Il pensionato percorre, talvolta avanti e indietro, i "cento passi" di corso Umberto che separano le case dei protagonisti di questa storia: la casa di don Tano al numero civico 193, e quella di Peppino al 220. Due case con destini diversi. Una ha le persiane chiuse, un mese fa è stata confiscata e sarà assegnata all’uso sociale come prevede la legge. Per Giovanni Impastato: «Potrebbe essere data anche alla nostra associazione, che l’ha chiesta. Del resto, la villa di Totò Riina a Palermo è stata assegnata al Centro di documentazione Impastato, fondato dal professor Umberto Santino e successivamente dedicato a Peppino». Casa Impastato, invece, piena di gente e di ricordi, è ormai un sacrario, un luogo della memoria aperto a tutti. «Siamo il segnale vivente dell’antimafia», dice Giovanni. Alle pareti le foto di vecchi cortei di protesta contro Cosa nostra, "la mafia uccide, il vostro silenzio pure", la vicinanza dei siciliani alla figura di Peppino Impastato. Su un foglio di terza elementare, ritagliato a merletto e incorniciato, c’è scritto "Peppino sei vivo". «L’ha fatto Paolo, un venditore ambulante di cd falsi, quando era in carcere». Tesi di laurea su di lui Ma dei protagonisti della storia, a parte il pensionato e qualche vecchio parente, nessuno è rimasto a percorrere i cento passi. I figli di Gaetano Badalamenti, Leonardo e Vito, sono "scappati", inseguiti da mandati di cattura internazionali. I suoi fratelli sono morti, resta qualche nipote della famiglia, «della quale sono state cancellate le tracce». In queste giornate di anniversario, Cinisi e il vicino porto di Terrasini, dove approderà una veleggiata di barche provenienti da Sanremo, sono al centro dell’antimafia nazionale. Aderiscono i ragazzi di Addio pizzo e di Consumo critico, l’associazione che promuove l’uso di prodotti provenienti da imprese siciliane che non pagano gli estorsori. Sono impegnate nella manifestazione le associazioni dei senza casa, il forum di discussione sulla libera informazione; c’è l’impegno di tante scuole e del mondo religioso. Parte oggi dalla casa di Peppino Impastato un appello «alla libera informazione democratica affinché sviluppi una conoscenza reale delle mafie, mentre troppi servizi giornalistici danno immagini suggestive di feroci criminali e riducono l’antimafia alle iniziative più spettacolari». Su Peppino Impastato oggi si fanno tesi di laurea e si parla pure di eroismo. Sul piano dei risultati, il fratello Giovanni dice che «la lotta alla mafia è nell’agenda di tutti i Governi, anche quelli locali, ma sembra nella fase della lotta rassegnata, che non può vincere mai. Eppure tutti sappiamo che senza il sacrificio di Peppino, e di tanti altri come lui, la situazione sarebbe peggiore. Ecco perché questo anniversario si pone un obiettivo nuovo, quello di puntare sulla sconfitta definitiva delle cosche». Che farebbe oggi Peppino Impastato? «Sarebbe dentro una Tv con un microfono in mano. Sarebbe davanti a un computer, dentro Internet. Attaccherebbe la classe politica, farebbe una puntata della sua trasmissione radiofonica Onda pazza sui nuovi mafiosi di Cinisi. E, molto probabilmente, si farebbe ammazzare un’altra volta».
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