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L'ultimo profeta

 
Attualità.
di Gianfranco Ravasi


BIBBIA IN DVD – LE STORIE DELLA BIBBIA IN DVD
MONS. GIANFRANCO RAVASI ILLUSTRA LA FIGURA DI GIOVANNI


IL "DISCEPOLO AMATO"
NEI CIELI DEL MISTERO


È il quarto evangelista a presentare la croce di Cristo come segno di gloria: «Quando sarò elevato attirerò tutti a me».

A presentare la croce di Cristo come segno di gloria, e non solo come sede della morte e del sacrificio di Gesù, è soprattutto il quarto evangelista, Giovanni: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (3,14-15). Un tema che sarà ribadito altre volte in forme diverse nel Vangelo di Giovanni, come ad esempio in questa frase di Gesù: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (12,32).

Vorremmo, allora, parlare di Giovanni, il cui Vangelo fatto di 15.416 parole greche è stato sempre celebrato come "il Vangelo spirituale" che ha per simbolo l’aquila che spazia nei cieli del mistero divino. Lo scrittore cristiano del III secolo Origene esclamava: «Il fiore di tutta la Sacra Scrittura è il Vangelo e il fiore del Vangelo è quello trasmesso a noi da Giovanni, il cui senso profondo e riposto nessuno mai potrà pienamente cogliere». È indubbio che l’opera ha avuto una lunga gestazione: si leggano i due capitoli finali, il 20 e il 21, e ci si accorgerà della presenza di due distinte conclusioni, frutto di redazioni successive (20,30-31 e 21,24-25).

Molti altri segnali testuali svelano una rielaborazione a più livelli di uno scritto che ha come riferimento la predicazione dell’apostolo Giovanni, fratello di Giacomo e figlio di Zebedeo (Marco 1,19-20).

È lui probabilmente "il discepolo amato" che compare nel Vangelo solo alla fine, quando si sta per compiere "l’ora" di Cristo in Gerusalemme, divenuto però anche una figura emblematica, quella del perfetto discepolo che segue il suo Signore fino sulla vetta del Golgotha.

La rivelazione suprema

Il suo è un Vangelo che vede probabilmente in azione anche la mano di un altro redattore che ha raccolto la tradizione giovannea e l’ha impostata secondo un linguaggio nuovo rispetto ai Sinottici. L’opera fu destinata quasi certamente a cristiani di matrice ebraica residenti forse nelle città dell’Asia Minore, invitati a «rimanere nella parola di Gesù» (8,31; 15,7), «nel suo amore» (15,9), pronti a confessare pubblicamente la divinità di Cristo, anche a costo di contestazioni da parte della loro comunità d’origine, quella ebraica.

Un Vangelo, dunque, proteso a confermare nella fede, a rinsaldare e ad approfondire la conoscenza teologica di Gesù Cristo. Due sono i movimenti della struttura dello scritto giovanneo: nei primi 12 capitoli si ha la rivelazione del mistero di Cristo attraverso i "segni", sette miracoli dai significati spirituali alti; negli altri capitoli, dal 13 al 21, è di scena "l’ora", il termine con cui Giovanni delinea la rivelazione suprema della croce, luogo della glorificazione-esaltazione del Signore.

La tradizione cristiana posteriore ha aggiunto altri elementi al volto di Giovanni, non si sa con quale fondamento. Così, durante la persecuzione dell’imperatore Domiziano sarebbe stato portato da Efeso a Roma ove, a Porta Latina, avrebbe superato illeso l’immersione in una caldaia di olio bollente. Sarebbe stato, poi, relegato nell’isola di Patmos ove scriverà l’Apocalisse, compiendo vari prodigi. Certo è che nel Nuovo Testamento, oltre all’Apocalisse, vengono riferite a Giovanni tre lettere (stupenda è la prima, simile a un trattato sull’amore e sulla cristologia). Sono probabilmente scritti che fanno parte di un ambito teologico ed ecclesiale che aveva nell’apostolo Giovanni il suo punto di riferimento. Ma lo splendore del prologo del Vangelo (1,1-18) è la testimonianza più limpida e affascinante della grandezza dell’orizzonte giovanneo.

Gianfranco Ravasi

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