A presentare la croce di Cristo come segno di
gloria, e non solo come sede della morte e del sacrificio di Gesù, è
soprattutto il quarto evangelista, Giovanni: «Come Mosè innalzò il
serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo,
perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (3,14-15). Un tema che
sarà ribadito altre volte in forme diverse nel Vangelo di Giovanni, come ad
esempio in questa frase di Gesù: «Io, quando sarò elevato da terra,
attirerò tutti a me» (12,32).
Vorremmo, allora, parlare di Giovanni, il cui Vangelo fatto di 15.416
parole greche è stato sempre celebrato come "il Vangelo
spirituale" che ha per simbolo l’aquila che spazia nei cieli del
mistero divino. Lo scrittore cristiano del III secolo Origene esclamava: «Il
fiore di tutta la Sacra Scrittura è il Vangelo e il fiore del Vangelo è
quello trasmesso a noi da Giovanni, il cui senso profondo e riposto nessuno
mai potrà pienamente cogliere». È indubbio che l’opera ha avuto una
lunga gestazione: si leggano i due capitoli finali, il 20 e il 21, e ci si
accorgerà della presenza di due distinte conclusioni, frutto di redazioni
successive (20,30-31 e 21,24-25).
Molti altri segnali testuali svelano una rielaborazione a più livelli di
uno scritto che ha come riferimento la predicazione dell’apostolo
Giovanni, fratello di Giacomo e figlio di Zebedeo (Marco 1,19-20).
È lui probabilmente "il discepolo amato" che compare nel
Vangelo solo alla fine, quando si sta per compiere "l’ora" di
Cristo in Gerusalemme, divenuto però anche una figura emblematica, quella
del perfetto discepolo che segue il suo Signore fino sulla vetta del
Golgotha.
La rivelazione suprema
Il suo è un Vangelo che vede probabilmente in azione anche la mano di un
altro redattore che ha raccolto la tradizione giovannea e l’ha impostata
secondo un linguaggio nuovo rispetto ai Sinottici. L’opera fu destinata
quasi certamente a cristiani di matrice ebraica residenti forse nelle città
dell’Asia Minore, invitati a «rimanere nella parola di Gesù» (8,31;
15,7), «nel suo amore» (15,9), pronti a confessare pubblicamente la
divinità di Cristo, anche a costo di contestazioni da parte della loro
comunità d’origine, quella ebraica.
Un Vangelo, dunque, proteso a confermare nella fede, a rinsaldare e ad
approfondire la conoscenza teologica di Gesù Cristo. Due sono i movimenti
della struttura dello scritto giovanneo: nei primi 12 capitoli si ha la
rivelazione del mistero di Cristo attraverso i "segni", sette
miracoli dai significati spirituali alti; negli altri capitoli, dal 13 al
21, è di scena "l’ora", il termine con cui Giovanni delinea la
rivelazione suprema della croce, luogo della glorificazione-esaltazione del
Signore.
La tradizione cristiana posteriore ha aggiunto altri elementi al volto di
Giovanni, non si sa con quale fondamento. Così, durante la persecuzione
dell’imperatore Domiziano sarebbe stato portato da Efeso a Roma ove, a
Porta Latina, avrebbe superato illeso l’immersione in una caldaia di olio
bollente. Sarebbe stato, poi, relegato nell’isola di Patmos ove scriverà
l’Apocalisse, compiendo vari prodigi. Certo è che nel Nuovo
Testamento, oltre all’Apocalisse, vengono riferite a Giovanni tre
lettere (stupenda è la prima, simile a un trattato sull’amore e sulla
cristologia). Sono probabilmente scritti che fanno parte di un ambito
teologico ed ecclesiale che aveva nell’apostolo Giovanni il suo punto di
riferimento. Ma lo splendore del prologo del Vangelo (1,1-18) è la
testimonianza più limpida e affascinante della grandezza dell’orizzonte
giovanneo.