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Spettacoli.
di Gigi Vesigna


MUSICA
"ROCK SHOW", IL NUOVO ALBUM DI ENRICO RUGGERI


UNA VITA DA CANTAUTORE

«Un disco autobiografico», lo definisce l’autore, che usando metafore racconta la verità su sé stesso. «E sui miei lividi».

«Cantautore? Sì, ma con pudore». Così risponde Enrico Ruggeri, 51 anni il 5 giugno, che mi ha appena fatto ascoltare il suo ultimo album, il trentesimo in carriera, Rock Show, 11 canzoni inedite che pescano nella sua cultura musicale un po’ naïf – non legge la musica –, ma che regalano spiragli di suggestioni lasciategli da Jacques Brel, Kurt Weil, e dalla musica che viene dall’Est e suscita sempre malinconia.

  • Perché il titolo Rock Show?

La copertina di Rock Show, il suo trentesimo album.«Ho passato la vita a raccontare le storie degli altri, mettendone in risalto l’aspetto più poetico e spettacolare. Questa volta il soggetto sono io: questo è un album autobiografico, il protagonista è un uomo (un ragazzo?, un bambino?) che da tanti anni vive una vita particolare, fatta di concerti, viaggi, amici, donne e incontri, tutti condizionati da un ruolo meravigliosamente ingombrante».

  • Insomma: la verità, tutta la verità su Enrico Ruggeri?

«La verità, certo. E magari i lividi che mi sono rimasti si confondono con il trucco: questo sono e voglio essere, pronto a trasformare la mia storia nel mio inevitabile "rock show!"».

Al primo ascolto, senza l’indispensabile spiegazione di Enrico, il disco sembra raccontare storie di persone che non si conoscono e che esercitano professioni diverse: cartomanti che cercano di raccontare ai clienti ciò che vogliono sentirsi dire (Leggo le carte), pugili segnati dalla vita che cercano l’ultima vittoria (La donna del campione).

  • Metafore per raccontare te stesso?

«Dietro i vetri delle grandi macchine, che impediscono di vedere all’interno, c’è un uomo che porta gli occhiali scuri: è una rock star, un uomo pubblico non ha più momenti privati. Io non sono certo una rock star, ma un personaggio pubblico sì. E allora la mia vita privata diventa subito di tutti: ero sotto i riflettori di un concerto quando è nato Pico, il mio primogenito; una sera ho cantato anche se, poche ore prima, avevo seguito in lacrime il funerale di mia madre. La mia anima diventa canzone e qualcuno se ne prende un pezzo».

  • I testi nel cd sono fondamentali, ma c’è tanta buona musica, per esempio il sassofono di Cuore segreto...

«È un momento liberatorio sull’amore della vita e su quelli che ti vengono a scovare anche se non li cerchi... Ci sono storie di gente comune che fa cose non comuni. Io ho una tifosa accanita, Caterina, che ha seguito 500 miei concerti. È laureata in Ingegneria nucleare: come si fa a chiamarla "fan"?».

  • Chitarre in un ballata, tastiere "vintage" in momenti rock: il pensiero non prevarica sulla musica?

«Sono curioso e ho gusti discordanti, non ho mai un solo punto di riferimento. Sento che ho trovato quel che volevo quando il suono mi viene addosso».

  • Ascoltando Blackout ho avuto la sensazione che non ti sia troppo familiare il mondo dell’informatica...

«Da troppi anni non comunichiamo più con il mondo reale, con i vicini di casa, ma raccontiamo la nostra vita a persone che abitano all’altro capo del pianeta. Con Internet dichiariamo amori a sconosciuti, ci sembra di avere il mondo stretto in mano ma non ci accorgiamo se fuori piove. No, non fa per me. E il "blackout" è questo».

  • Il cielo è qui, correggimi se sbaglio, è la cronaca poetica di un tuo concerto...

«E il cielo non sarà mai luminoso come queste luci d’agosto che irrompono dal palcoscenico creando esaltanti momenti di aggregazione...».

  • Enrico, ti sei dimostrato un ottimo conduttore con la trasmissione Il bivio, che da poco ha iniziato la seconda stagione su Italia 1: sono storie vere di persone che a un certo punto della vita hanno dovuto operare una scelta. Qual è stato il tuo bivio?

«Un giorno, 14 anni fa, sono entrato in un grande negozio di strumenti musicali, cercavo musicisti per formare il nuovo gruppo e ho chiesto se per caso conoscevano qualcuno che andasse bene per me. Mi presentarono una ragazza che della musica sapeva proprio tutto, ci siamo frequentati prima come colleghi poi come persone. Oggi abbiamo un figlio, Ugo, che ha tre anni e non potevo essere più fortunato. Lei, naturalmente è Andrea Mirò, che mi ha anche accompagnato a Sanremo quando, con la coscienza pulita degli incoscienti, abbiamo sfidato il Festival cantando Nessuno tocchi Caino, una canzone contro la pena di morte».

  • Hai un sogno ancora da realizzare?

«Macché, volevo cantare e scrivere canzoni e l’ho fatto, ero curioso di conoscere dall’interno il mondo della televisione e ci sono riuscito. Ho scritto cinque libri, e persino l’Inter ha ricominciato a darmi qualche soddisfazione. La mia vita è tutta "o.k". Mi viene da domandarmi dove sta la fregatura… Ma c’è troppa serenità intorno a me. E con quella si esorcizza ogni cosa».

Gigi Vesigna

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