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La Bibbia un tesoro
dimenticato
Bella, vera ma difficile:
una sfida per la Chiesa
Il grave errore dei
nipotini di Voltaire
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di
Alberto Bobbio
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INCHIESTA
UN
LIBRO CHE AIUTA
A CAMBIARE LA VITA
Monsignor Vincenzo Paglia, presidente
della Federazione biblica cattolica: «Non ci si può fermare solo al
fascino per le Scritture. Bisogna convincersi che la Bibbia parla al cuore
dell’uomo e sollecita profondi cambiamenti nel nostro comportamento».
L’inchiesta «conferma che il concilio
Vaticano II ha fatto bene a mettere la Bibbia nelle mani dei fedeli. Ma dice
anche che sul piano pastorale dobbiamo fare ancora molto». Monsignor
Vincenzo Paglia, vescovo di Terni, è il presidente delle Federazione
biblica cattolica, che ha commissionato la ricerca in vista del Sinodo dei
vescovi, che si svolgerà in autunno in Vaticano e discuterà della parola
di Dio e dunque anche della diffusione della Bibbia e della sua accoglienza
da parte dei cattolici.
«La Bibbia è un libro difficile e dalla ricerca ciò appare con
chiarezza. Noi dobbiamo trovare la maniera di spiegarlo, in modo facile e
affascinante, usando molti strumenti».
- Ma la ricerca dice anche, per esempio, che in Italia, i cattolici la
leggono poco.
«È vero. Ma c’è la Messa. Dai dati risulta che la Bibbia è
strettamente legata alla liturgia eucaristica. Dunque, chi va a Messa
ascolta la lettura della Bibbia. Il problema è la spiegazione. E qui parlo
del clero, che deve preparare le omelie meglio di quanto non venga fatto
oggi, prestando attenzione alla Bibbia. La predica deve diventare una
piccola lectio divina. E deve essere sempre fatta, anche nelle Messe
feriali, nelle quali di solito il sacerdote non predica».
- Però Carlo Bo parlava di predica "tormento dei fedeli"...
«E aveva ragione, perché spesso è così. Ma io credo che se i preti
spiegassero le letture bibliche nelle omelie avrebbero più attenzione.
Guardi il successo che hanno i libri di Ravasi e le sue trasmissioni
televisive. Oppure le fiction sui personaggi biblici. C’è in giro una
sete di conoscenza della Bibbia che la Chiesa deve saper intercettare. Ma
bisogna rispondere con linguaggi e idee adatte alla cultura di oggi.
Altrimenti ci si annoia».
- E si tradisce anche la liturgia?
«Certo. Giovanni XXIII in una lettera pastorale del 1956 quando era
patriarca di Venezia scrisse che il Libro e il Calice sono l’alfa e l’omega,
cioè racchiudono in sé tutto l’alfabeto della vita cristiana. Fu un’intuizione
folgorante e non per nulla venne ripresa dal Concilio, che ha ridato
dignità alle Scritture. Oggi bisogna tornare all’intuizione di papa
Giovanni e rilanciarla tra i fedeli, ma anche tra i preti».
- Perché la gente ha paura della Bibbia?
«Un po’ perché è difficile, e un po’ perché ancora la ritengono
una cosa dei preti, un libro del clero. E non c’è nulla di più
sbagliato. La Bibbia dovrebbe diventare il libro della preghiera quotidiana
del cristiano. Si prega leggendo la Bibbia. Ma i preti devono spiegarla. E
non c’è occasione migliore della Messa della domenica. Anche alle Messe
feriali, se si fa una breve spiegazione della Bibbia, viene ridata dignità.
Invece, oggi le frequentano solo pochissime persone, di solito anziane. Io
ho preparato per tutti i miei sacerdoti nella diocesi di Terni un commento
di mezza pagina della lettura della Messa feriale: poche parole, ma efficaci».
- E gli incontri biblici, la lectio divina? Non ha l’impressione
che siano considerati nella Chiesa cosa per le élite?
«Purtroppo è vero, ma se si ha il coraggio di organizzare letture
bibliche e spiegazioni adeguate la gente partecipa. Grande successo hanno
avuto le lectio del cardinale Martini nel Duomo di Milano e oggi, chi
ne copia il modello, ha la chiesa piena».
- Però non basta studiare la Bibbia, bisogna anche tentare di mettere
in pratica quello che dice...
«Questo è il problema maggiore e apre una grande sfida, perché non ci
si può fermare solo al fascino per le Scritture. C’è una sorta di
paradosso. Nelle società più secolarizzate l’attenzione per la Bibbia è
maggiore. Eppure non è una parola efficace e forte che cambia la vita. Una
parte della responsabilità va a chi predica, ma una parte anche a chi
ascolta. Bisogna convincersi che la Bibbia parla al cuore dell’uomo e
sollecita cambiamenti nel comportamento. Della Bibbia il credente non deve
avere solo rispetto intellettuale».
- L’uso della Bibbia serve a costruire comunità cristiane più unite?
«È lo strumento migliore per vivere con più passione la vita
comunitaria della Chiesa. Dire che la Bibbia è il libro della Chiesa, non
significa che c’è l’imprimatur di un vescovo circa la traduzione
corretta. Vuol dire che leggerla insieme costruisce la Chiesa. Farne solo un
uso personale non basta, non è sufficiente. Anzi, favorisce letture
fondamentaliste. Credo si debba arrivare a una nuova "devozione"
per la Bibbia: ogni cristiano deve avere la sua e leggerla da solo e insieme
in comunità. Se si fa così la Bibbia diventerà il libro del futuro delle
nostre società».
| STUDIARLA
A SCUOLA PER IL BENE DI TUTTI
Gad Lerner, giornalista di
La7, conduttore de L’Infedele, nato a Beirut da famiglia ebraica,
tre anni fa si è fatto promotore assieme a monsignor Gianfranco
Ravasi e altri di un appello per lo studio della Sacra Scrittura nelle
scuole.
- Lerner, perché considera questo sapere così
importante?
«Siamo all’assurdo di avere escluso la Bibbia,
che è un codice fondante della nostra cultura, dalla scuola. Ne resta
traccia solo nell’insegnamento della religione, previsto dal
Concordato, che però è facoltativo e prevalentemente dottrinale. Ne
consegue che gli studenti italiani vengono formati su testi classici
preziosissimi come l’Iliade, l’Odissea, la Divina
Commedia, ignorando il testo più classico di tutti,
indipendentemente dal fatto che lo si consideri sacro o meno».
- Tra l’altro la Bibbia si rivelerebbe utile alla
comprensione della Divina Commedia, per non dire della
storia dell’arte...
«La Bibbia è continuamente presupposta. Il numero
di citazioni che popola il nostro dibattito culturale è imponente, ma
c’è il fatto imbarazzante che molti citano senza rendersene conto.
Per le nuove generazioni si tratta di una mutilazione culturale. Tanto
più che oggi anche la Chiesa cattolica sta facendo molto per ribadire
la centralità del Libro, concetto da sempre fondamentale nel mondo
ebraico e nella tradizione della Riforma».
- Che tipo di risposta ha avuto il vostro appello
per la Bibbia nelle scuole?
«Nessuno nega la sua validità, ma il corpaccione
burocratico-ministeriale della scuola italiana è tale da deglutirlo
con indifferenza. Nulla di rilevante si è mosso. Mi spiacerebbe solo
che la nostra fosse considerata un’esigenza tra le tante: più
educazione fisica, più educazione sessuale, più educazione stradale
e un pizzico di Bibbia come prezzemolo».
Elisa Chiari
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| LÌ
DENTRO C’È L’ORIGINE DELLA NOSTRA STORIA
L’avrete certamente notato: spesso, nel corso
delle sue trasmissioni, Gerry Scotti parla della Bibbia. La
addita come libro "maestro" che tutti dovrebbero conoscere. «Del
resto», dice, «non è un caso che spesso nei comodini degli alberghi
se ne trovi una copia: magari non è mai stata sfogliata, quasi si
avesse timore di sciuparla, ma la sua presenza, personalmente, mi
trasmette qualcosa di rassicurante, mi dà conforto sapere che in quel
libro così imponente ci siano la verità di ieri, la storia del mondo
e il preludio della nostra storia».
- L’ha letta la Bibbia, Gerry Scotti?
«Non si può leggere come un romanzo, magari
lasciando l’orecchietta del segno quando la riponi, ma la conosco,
ci sono storie importanti, che sono certamente più
numerose di quelle di mille romanzi di oggi! E incontri personaggi che
hanno credibilità e spessore e mai ti viene in mente che siano frutto
di fantasia».
- Preso atto che appena puoi nelle tue trasmissioni
fai domande sulla Bibbia, tu sapresti rispondere a quelle domande?
«So che il termine deriva dal greco, biblia, cioè
libri. Credo che l’insieme dei libri, l’Antico Testamento, che
comprende i libri anteriori a Gesù, e il Nuovo Testamento, che
comprende Vangeli, Atti degli Apostoli eccetera, nascano dalla fusione
di libri nei quali ebraismo e cristianesimo riconoscono la parola di
Dio e il racconto del suo intervento di salvezza nella storia. E poi
ricordo tante vicende e tanti personaggi. Insomma la Bibbia, la
conosco non da studioso ma da appassionato lettore. Sarebbe giusto che
in ogni casa, nella libreria, si trovasse un posto per una Bibbia».
Gigi Vesigna
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| PERCHÉ
GESÙ NON HA SCRITTO I VANGELI?
Perché Gesù non ha scritto i Vangeli? La risposta
più banale è: per non finire in biblioteca. C’è poi la risposta
che il maestro zen diede al discepolo che chiedeva: «Qual è la
storia più difficile da raccontare?». Il maestro rispose: «Quella
della propria vita: perché non si potrà raccontarla finché non si
sarà morti. E allora non la si potrà più raccontare». E chi
avrebbe, infatti, raccontato la risurrezione di Cristo?
Ma, al di là delle battute, e trascurando il fatto
che lo scopo dei Vangeli non è raccontare la vita di un uomo chiamato
Gesù, ma di rendere testimonianza dell’annuncio del regno di Dio,
non siamo in pochi a chiederci perché non affidare quell’annuncio
anche a una sola pagina autografa, precisa, incontestabile; piuttosto
che alla parola, sempre imperfetta, degli uomini, quella degli
evangelisti.
Nonostante l’apparenza, non è una domanda vana,
alla quale si possa rispondere come nei tempi antichi quando i
maestri, i rabbi per il popolo ebraico, affidavano i loro
insegnamenti alla memoria dei discepoli, che a loro volta li
trasmettevano ad altri dopo di loro, finché qualcuno iniziava a
scrivere i "detti" del rabbi nel timore che andassero
dispersi.
Intorno a questi, come avvenne per i Vangeli, si
andavano di pari passo ricostruendo alcuni momenti della vita del rabbi.
Ma Cristo non era Buddha o Zarathustra, secondo la nostra fede era l’incarnazione
di Dio avvenuta una sola volta nella storia. L’annuncio "in
diretta", una ricchezza perduta, diremmo noi, uomini dell’epoca
della comunicazione. Il mistero che ci ossessiona è la vittoria sulla
morte. In un romanzo immaginai che quella verità Jehoschua la
rivelasse a Lazzaro, la sera stessa del ritorno in vita, nella
"camera alta" della sua casa. Una verità vergata da Lazzaro
sotto dettatura e andata volutamente perduta.
Fantasie. In realtà, il mio parere è che Gesù
fece assai bene a non scrivere nulla. Come scrittore faccio ogni
giorno esperienza che la parola scritta non può contenere la Verità,
in nessuna lingua, non più di quanto un ditale possa contenere il
mare.
Ferruccio Parazzoli
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