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Luigi, 2 milioni nel 2000 |
Joseph ha rinunciato a mandare uno dei tre figli a scuola. Lui lavora, la moglie no, ma rispetto alla media di Nairobi fino a poco tempo fa era uno che se la cavava bene. Un impiegato con lo stipendio sicuro e abbastanza buono: intorno ai 20 mila scellini al mese (poco più di 200 euro). Per il Kenya, però, è crisi due volte. Anche a Nairobi il prezzo del cibo è lievitato e assorbe oltre il 50 per cento del bilancio domestico. Per di più, sul Paese si è abbattuta la sciagura degli scontri post-elettorali, con centinaia di migliaia di sfollati e il crollo del turismo. Risultato? In 4 mesi nei negozi la merce è aumentata del 50 per cento, con punte del 100 per cento. Quindi, scelta terribile, ma inevitabile: uno dei suoi tre ragazzi dovrà fare a meno della scuola. Le altre rinunce le avevano già fatte: niente auto, niente gita domenicale, dimenticati bar e ristoranti. E lunghe ore spese in giro per mercati e bancarelle, a cercare vivande a qualche centesimo di meno. Ancora si sopravvive, a casa di Joseph, ma con un grande timore: che si ammali qualcuno, perché curarsi è ormai un lusso. Padre Renato Kizito Sesana, missionario comboniano a Nairobi, spiega: «Due chili di farina da polenta a dicembre costavano 42 scellini, oggi 80. Il pane è passato da 23 a 34. E ci sono zone dove va peggio. In un gruppo di villaggi, nella zona turistica di Lamu, ci sono 25 mila persone a rischio morte per fame. Il crollo del turismo ha portato licenziamenti e riduzioni dell’orario di lavoro. Mentre i prezzi salgono, per molti i salari si sono dimezzati». Il Kenya come le Filippine, Haiti o il Marocco. Per 37 Paesi la crisi alimentare significa fame, o – come dice il relatore speciale dell’Onu per il diritto al cibo, Jean Ziegler – «uno tsunami silenzioso che si abbatte sui poveri». «Ma cadrà addosso anche a noi europei, in modo ben più spaventoso di adesso», dice Antonio Onorati, responsabile dell’Ong di Roma Crocevia. Onorati si occupa da molti anni di cooperazione in agricoltura e sottolinea alcuni dati forse trascurati nelle analisi di questi giorni: «Ma lo sa che 600 milioni di persone al mondo vivono del bestiame allevato da popolazioni nomadi? E 150 milioni di pesca artigianale? E che 400 milioni di indigeni hanno sistemi economici che non sono nemmeno sfiorati dalle regole dell’economia mondiale? Sono tra 2 e 2,5 miliardi gli individui che producono cibo e vivono su modelli agricoli non industriali». Si fa un gran parlare d’industria agroalimentare, ma essa rappresenta soltanto il 10-12 per cento della produzione di cibo. «Quasi il 90 per cento è costituito da piccola agricoltura a conduzione familiare», aggiunge Onorati. «Questa è la vera "cassaforte" alimentare da cui può venire la soluzione. Un esempio, lo zoccolo duro dell’agricoltura cinese – che ha ridotto della metà gli affamati del Paese in 10 anni – è costituito da 200 milioni di piccolissime aziende, la cui superficie è inferiore a 0,65 ettari». Onorati incita a individuare i veri nodi cruciali: «L’aumento del fabbisogno o l’uso della terra per il biocarburante non sono fattori determinanti, come pure il prezzo del petrolio. Semmai sono concause. Per fare un esempio, solo il 6 per cento del riso va sul mercato alimentare mondiale: quindi l’aumento non è giustificato. Le vere questioni», conclude, «sono da un lato le speculazioni, sia degli operatori finanziari sia della stessa industria alimentare (per averne conferma basta guardare l'impennata dei fatturati), dall’altro la liberalizzazione selvaggia che ha portato i Paesi del Sud del mondo e i poveri del Nord a comprare all’estero ciò che mangiano e a produrre, a basso costo, materie prime d’origine agricola per i mercati globalizzati. C’è bisogno, invece, di politiche agricole scelte in autonomia dai popoli e dai Paesi, che contengano forme di protezione e sostegno al ruolo sociale dell’agricoltura, non solo come produttrice di alimenti, ma anche per la tutela e la sostenibilità ambientale». Il modello, dice Onorati, c’è già: perché queste cose le sta mettendo in pratica la Cedeao, la Comunità economica dell’Africa occidentale. I cui Governi, non a caso, hanno dato ascolto alle proposte delle organizzazioni contadine. Luciano
Scalettari
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