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Un’iniziativa che si
chiama "Abbiamo RISO per una cosa seria", s’è tenuta in 700
piazze italiane il 3 e il 4 maggio. Era organizzata dalla Focsiv
(Federazione organismi cristiani servizio internazionale volontariato). In
cambio di 5 euro, i volontari davano un chilo di riso della qualità Thai,
fornito dal commercio equo e solidale. Mi auguro che l’abbiano dato via
tutto. Lo scopo era raccogliere fondi per finanziare 27 progetti di
"sovranità alimentare" in 19 Paesi poveri.
Non so bene cosa significhi sovranità alimentare.
Suppongo sia non dover dipendere da altri, dalla dittatura del mercato
globale, e riguarda la preoccupazione quotidiana degli esseri umani: mettere
ogni giorno qualcosa in tavola. Negli ultimi due anni, i prezzi dei cereali
sono raddoppiati. Pane e riso sfamano buona parte del mondo, se mancano è
la fame di interi popoli. La Banca mondiale lancia l’allarme e la Fao, l’agenzia
delle Nazioni Unite specialista del cibo, denuncia che 36 Paesi rischiano la
guerra civile. Nelle Filippine, il governo minaccia l’ergastolo a chi si
accaparra il riso per aumentarne il prezzo. Ad Haiti e in Kenya scoppiano
rivolte. La Cina riduce l’esportazione del riso, la Russia blocca per due
mesi quella del grano. Si vedono in televisione immagini dai posti dove il riso è razionato. File ai banchi della distribuzione; il riso pesato, non più di un tanto a persona, si rovescia negli scialli delle donne che lo chiudono tra le cocche e se ne vanno contente, pur sapendo che quella minuscola provvista basterà appena per sfamare la famiglia una settimana. Si vedono anche tumulti di uomini esasperati che si impadroniscono dei sacchi, nel tumulto i sacchi si rompono e il bene prezioso va sprecato. Anche nell’assalto ai forni di Milano, Renzo vide con pena la farina sparsa per terra, i pani caduti nella furia. E con un po’ di vergogna, ne raccolse ben tre. Uno da mangiare subito, due da mettersi in tasca di riserva. «Era quello il second’anno di raccolta scarsa…», scrive Manzoni. Anche per noi gli ultimi due anni sono stati di raccolta scarsa per i cambiamenti climatici che mettono in subbuglio le stagioni. Ma la scarsità è aggravata da altre moderne invenzioni. Enormi aree agricole sono state convertite in colture di cereali adatti a ricavarne biocarburanti. Significa all’ingrosso benzina per macchine, il nuovo oro giallo del mais contro il vecchio oro nero del petrolio. Poi ci sono le speculazioni finanziarie e l’accaparramento delle scorte, che fanno schizzare i prezzi all’insù (vedi anche il Dossier). E pensare che, entrando nel terzo Millennio, il mondo
sembrava un po’ meno affamato. C’era stata la rivoluzione verde degli
anni Settanta, che aveva benedetto l’agricoltura dei Paesi poveri
raddoppiandone la produzione alimentare. C’era stato il sostegno delle
agenzie internazionali, degli aiuti allo sviluppo, che avevano portato
soccorso agli affamati, diminuendone il numero di quasi 300 milioni; anche
se ne restavano ancora da nutrire quasi un miliardo. La guerra del riso, del
grano, del mais, azzera quei progressi timidi eppure essenziali. Ora le
riserve sono agli sgoccioli, ai forni manca la farina e non bastano i tre
pani di Renzo. Fino a quando l’egoismo e l’imprevidenza dei pochi
continuerà a minacciare la sopravvivenza dei molti? Non c’è risposta.
Franca Zambonini
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