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Gli spaventapasseri piantati sull’erba del parco non spaventano nessuno. Proprio come i "matti" ciondolanti che lungo la strada incrociano studenti di Geologia e poche automobili che scendono in centro. Quei manichini variopinti disseminati un po’ ovunque sono l’ultima produzione della Sartoria Sociale Lister, dove operano volontari e "borsisti", cioè utenti dei Servizi di salute mentale con contratto di lavoro. Il laboratorio artigianale, aperto 10 anni fa, sta all’ex "Padiglione M". Poco più in là si aprono gli ambienti insonorizzati di "RadioFragola", e le sedi delle cooperative sociali. Uscendo dall’edificio, ti puoi imbattere negli avventori del vicino storico bar-trattoria "Il posto delle fragole", o incontrare i liceali che studiano sloveno.
«Qui accadde qualcosa che ha cambiato la nostra storia e che trascende di molto i dettati di una legge. Anzi, sono certo che se Basaglia fosse ancora vivo, se la prenderebbe non poco con chi ha chiamato così la 180. Una cosa è certa: in quegli anni, qui a Trieste, si ruppe per la prima volta e in modo non più riparabile il paradigma del manicomio e della secolare pratica psichiatrica. È cambiato il modo di vedere "la follia"». Esordisce così Giuseppe Dell’Acqua, "Peppe" per tutti, che dirige il dipartimento di Salute mentale di Trieste e vive in città da 35 anni, da quando Basaglia volle con sé quel giovane specializzato in psichiatria a Parma che avrebbe lavorato con lui per quasi 10 anni. Il diritto a non avere vergogna «La 180 non è solo la chiusura dei manicomi, è molto di più: è la restituzione dei diritti dei cittadini ai malati mentali. È un’inversione culturale: non si parte più dalla malattia, ma dal malato. E questa conquista ha contagiato tutto il mondo della psichiatria, a livello mondiale. Se oggi si denunciano le situazioni d’abbandono in cui versano i pazienti o le loro famiglie, lo si può fare proprio perché la 180 ha affermato il diritto a non avere più vergogna della malattia mentale e a chiedere aiuto e cura». Alla porta del parco campeggia ancora la statua blu in legno e cartapesta di "Marco Cavallo", che fu il simbolo di quella rivoluzione, che raccolse "i bisogni radicali e ineludibili" degli internati al San Giovanni. Sfilando nel marzo del 1973 per le vie della città, con 700 tra operatori e ospiti del manicomio, urlò in faccia ai triestini e all’intero Paese che recludere i "folli" violandone i corpi era una violenza insopportabile. «Basaglia capì che l’azione terapeutica aveva a che fare anzitutto con la restituzione della dignità della persona», dice Dell’Acqua. «Così, prima che fosse scritta, la 180 a Trieste veniva già applicata: i cancelli del manicomio, che contava 1.200 pazienti, vengono aperti dal 1972. In quell’anno nasce la prima cooperativa sociale, che ha tra i suoi soci persone provenienti dalla malattia mentale e dal disagio sociale. E intanto la città entra al San Giovanni, e lo fa con clamore». Il direttore ricorda lo storico concerto dentro queste mura del grande jazzista Ornette Coleman, nel 1974, seguito da una lunga serie di spettacoli e performance che ospitarono nel parco artisti come Gino Paoli, Giorgio Gaslini e Demetrio Stratos, il leader degli Area. Ma, soprattutto, iniziò a funzionare il "modello triestino", oggi studiato in tutto il mondo, la "presa in cura" della comunità e l’intervento nel territorio. «I primi due centri di Salute mentale aperti nel territorio risalgono ancora al 1975. Aperti 24 ore su 24, senza grate, né contenimenti. Qui nessuno è mai stato legato al letto», ricorda Dell’Acqua. I centri oggi sono cinque e in ciascuno lavora un gruppo di 35 persone. Invece il Servizio di diagnosi e cura dell’ospedale civile, il "Pronto soccorso psichiatrico", tanto per capirci, assomiglia molto di più a un appartamento arredato da una giovane coppia che a un reparto ospedaliero e, per 242 mila residenti nella Provincia di Trieste, bastano soltanto i suoi sei posti letto, uno psichiatra e 14 infermieri. «Siamo forse l’unica città che non ha nemmeno un ospite in ospedale psichiatrico giudiziario, e contiamo sei Tso (Trattamenti sanitari obbligatori) per 100 mila abitanti, contro i 150 degli anni ’70». I suicidi, intanto, sono drasticamente diminuiti. E a Trieste gli "spaventapasseri" non mettono più paura.
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