Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

  

Via dei matti numero zero

Le famiglie all'attacco:
i servizi facciano di più

 
Attualità.
di Rosanna Biffi


INCHIESTA
IL PROFESSOR EUGENIO BORGNA, PSICHIATRA E SAGGISTA


LA PSICHIATRIA "UMANA"
CHE AIUTA CHI SOFFRE


La legge Basaglia ha messo al centro il malato, non la follia . E oggi dalle malattie psichiche si guarisce.

Eugenio Borgna è un grande psichiatra, che da primario di psichiatria femminile a Novara anticipò e poi attuò l’umanizzazione e la chiusura dei manicomi. È anche saggista di successo: il suo ultimo libro, Nei luoghi perduti della follia (Feltrinelli), ripercorre l’esperienza novarese secondo la sua visione confortante e calda di una psichiatria umana.

«Il confronto tra la psichiatria nata dopo il ’78 e quella di prima è assolutamente improponibile, e ogni nostalgia è fuori posto», premette. «Negli ospedali psichiatrici le sacche di emarginazione e violenza che travolgevano i pazienti, magari legati anche per mesi interi, erano di una crudeltà assoluta. Le condizioni di vita erano in genere terribili, perché medici e infermieri partivano dall’idea che ogni esperienza di follia fosse di per sé aggressiva e violenta. Quella psichiatria vedeva la follia soltanto come un’esperienza insensata, inumana, collegata esclusivamente a una sofferenza delle strutture cerebrali. La psichiatria alternativa che Basaglia ha proposto, senza negare gli aspetti biologici, ha dimostrato come questi non fossero adeguati a conoscere l’enigma, il mistero, e poi anche le terapie necessarie per una sofferenza psichica: insomma, l’origine non è mai solo biologica, ma anche psicologica e sociale. La psichiatria nata nel ’78 sa cogliere in ogni esperienza psicotica un’esperienza umana».

  • La teoria diversa ha migliorato anche l’effetto delle cure?

«Con la nuova legge la psichiatria si è portata in mezzo alla gente, rendendo possibile la relazione interpersonale tra medico e paziente, che è il nocciolo essenziale di ogni psichiatria umana. Certo, anche gli psicofarmaci hanno reso possibile la chiusura dei manicomi, ma da soli non trattano, perché sono anch’essi legati al modo in cui il paziente è ascoltato, al modo in cui la cura viene prescritta. Oggi sopravvivono grosse differenze tra Nord e Sud. Mentre, per esempio, a Napoli c’è una sola Asl per un milione di abitanti, al Nord in genere ogni unità operativa di psichiatria si occupa di 150 mila abitanti, quindi comprende aree territoriali dove psichiatri, psicologi e infermieri possono seguire ogni paziente e la sua famiglia. La legge prevede che le cure, un tempo concentrate nella degenza in manicomio, oggi si articolino in ambulatori, servizi di psichiatria in ospedali civili e comunità. Mentre per i primi il giudizio è fortemente positivo, negli altri due casi tutto è più problematico, anche perché riguardano casi più complessi».

  • In che senso?

«In molti servizi di psichiatria ospedalieri, il modo in cui i pazienti vengono curati non si allontana da quelli che dominavano nei manicomi. È qui che si manifesta il punto più debole della rifondazione psicologica e umana della psichiatria. Questa legge ha in sé un grande ideale, anche cristiano: ridare dignità ai più poveri ed emarginati, e tutti lo diventiamo quando le ombre della depressione, o dell’angoscia, o dell’ossessività scendono in noi».

  • Dalle malattie psichiche si guarisce?

«Le depressioni guariscono tutte. Non guariscono quelle mal curate, trattate con dosi troppo basse o troppo alte di farmaci. La depressione guarisce se il medico che prescrive farmaci ha anche la pazienza di ascoltare, di ritrovare in ogni colloquio cosa c’è di nuovo nella storia di sofferenza di una persona. Un paziente depresso ha bisogno di sentire parole che lo aiutino a resistere e ad abbreviare i tempi, non solo di farmaci. Anche gli psicofarmaci, quando funzionano, accelerano una risoluzione clinica che giungerebbe comunque. Le sindromi ansiose guariscono, hanno bisogno di farmaci ansiolitici. Le ossessioni, che hanno un’incidenza statistica molto alta, pur essendo patologie minori fanno maggior fatica a migliorare. Sulle schizofrenie il pregiudizio crede che nessuno possa guarire. Bene, un terzo dei pazienti schizofrenici guarisce completamente; un altro terzo guarisce "socialmente", nel senso che possono rimanere alcuni sintomi senza, però, che diminuisca il rendimento scolastico o professionale; per l’ultimo terzo, secondo me, le schizofrenie che hanno bisogno di cure continue sono forse il 10 per cento del totale, mentre il 20 per cento oscillano tra alti e bassi. Da quando sono stati chiusi gli ospedali psichiatrici, alcune forme di schizofrenia non esistono più, perché erano una costruzione artificiale determinata dalle condizioni di vita dei pazienti».

Rosanna Biffi

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