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Gisella Trincas combatte i manicomi «perché li ho visti. Mia sorella è stata ricoverata. È stata un’esperienza molto difficile e dolorosa, che abbiamo potuto evitare a mio fratello, quando si è ammalato 10 anni più tardi». La signora Trincas vive in Sardegna ed è la presidente di Unasam, l’unica Federazione in Italia che riunisca associazioni di familiari di malati psichici: ne rappresenta 160, con una stima di 4.000-5.000 famiglie che vi fanno riferimento. «Siamo le associazioni che hanno fatto le battaglie per la chiusura dei manicomi», ricorda. Gli interlocutori principali dell’Unasam sono le Regioni, «perché facciano quello che devono, e su tutto il territorio nazionale migliori la qualità dei servizi di salute mentale. Noi crediamo che non rispondano in maniera adeguata ai bisogni delle persone, perché si sono sviluppati a macchia di leopardo. Non ci sono Regioni tutte positive o tutte negative. Laddove ci sono le giuste sensibilità, l’attenzione degli amministratori, le alleanze tra famiglie, operatori e istituzioni, si riescono a fare cose egregie». Altrimenti, «le famiglie vivono in una continua emergenza». Se la convivenza è impossibile Qualche esempio di cosa significhi un buon funzionamento dei servizi? «Per esempio, centri di salute mentale aperti 24 ore su 24, così che chiunque possa chiamare in qualunque momento e ricevere aiuto», risponde la presidente di Unasam. «Un servizio ben organizzato dispone anche di residenze d’appoggio, quando la convivenza in famiglia è impossibile: si costruisce un percorso alternativo alla vita familiare, oppure di cura e riabilitazione, ma sempre orientato all’emancipazione. Si sostiene la persona nell’inserimento lavorativo, se ne è in grado, e si ha uno sviluppo interessante di cooperative sociali. Un territorio così esprime anche un livello culturale alto, di accoglienza. In Italia le esperienze sono tante». La maggior parte delle Regioni non ha mantenuto gli impegni di destinare il 5 per cento della spesa sanitaria alla salute mentale, e fino al ’98 la concentrava sul funzionamento dei manicomi (l’ultimo è stato chiuso nel 2000). Da allora il pressing delle associazioni dei familiari si è fatto più serrato. In Italia, cresce a vista d’occhio il numero di strutture private che ricoverano pazienti psichici: «Ormai è un business», rileva la presidente di Unasam. «Una delle nostre richieste al Governo e alle Regioni è di andare a verificare attentamente questi luoghi». Crescono però anche le associazioni di familiari e le loro iniziative: «Abbiamo aperto piccole comunità e cooperative sociali, e promosso gruppi di autoaiuto per le famiglie. Abbiamo un’infinità di cose concrete costruite. Cambiare è possibile, e anche guarire. È l’abbandono che rende cronici, non la cura».
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