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L’appuntamento era fissato per il primo pomeriggio, ma padre Natanaele ci ha chiamato chiedendo di spostare di un paio d’ore il nostro incontro perché doveva andare dal dentista. Quando arriviamo, ci apre la porta e ci stringe la mano con calore: «Dal dentista ci sono sempre dei momenti in cui vorresti stare da un’altra parte, ma è andato tutto bene». Riuscirà a mangiare stasera? «Come no», risponde con un sorriso. Padre Natanaele è uno dei nove Benedettini che vivono nel monastero dei Santi Pietro e Paolo di Germagno, abbarbicato sulle colline che sormontano Omegna e Gravellona, con una vista da mozzare il fiato sul lago d’Orta. I monaci vivono qui da vent’anni, dopo aver costituito la loro comunità in Lombardia nel 1971. Le loro porte sono sempre aperte a quanti vogliano condividere alcuni giorni di preghiera, di ascolto, di contemplazione delle bellezze del creato e, perché no, anche la loro cucina semplice e gustosa.
La cena è più frugale del pranzo «Qui fuori abbiamo un bellissimo frutteto», dice padre Natanaele, «coltiviamo frutti di bosco, che poi trasformiamo in parte in marmellata, e soprattutto mele, alcune delle quali di qualità molto rare, da cui poi ricaviamo del sidro». Gli ospiti collaborano a tutte le attività, anche a quelle manuali come la cura del giardino e il laboratorio di falegnameria. Per i pasti ci si ritrova tutti insieme in refettorio: «Il pranzo è più "sostanzioso"», spiega padre Natanaele. «Mentre uno o due confratelli servono le pietanze, un altro legge articoli da riviste o da libri di storia. Adesso, per esempio, stiamo leggendo le memorie di un ebreo sfollato che ha partecipato alla lotta partigiana in val d’Ossola. La cena, invece, è più frugale e ognuno si serve da un carrello». Oggi che è mercoledì, per esempio, il menu prevede per il pranzo pastasciutta, legumi, verdura, frutta e vino, mentre a cena ci sarà la minestra, formaggi, legumi, verdura, frutta e vino. «Cerchiamo di proporre dei pasti in cui vi sia sempre un equilibrio fra carboidrati e proteine, e i menu variano a seconda del tempo liturgico: durante la Quaresima, per esempio, sono più austeri. Quando ci riuniamo in refettorio, si crea fra noi e i nostri ospiti un senso di fraternità molto forte: il silenzio ci aiuta ad apprezzare di più i cibi che sono un dono di Dio». Dopo l’abate, conta il cuoco Cibi semplici, ma anche sfiziosi: al sabato, per esempio, gli ospiti possono gustare un’ottima pizza, mentre la domenica, e in occasione di particolari ricorrenze, non manca mai il dolce. L’artefice di tutte queste prelibatezze è padre Gabriele. «Fino a qualche anno fa ci alternavamo tutti in cucina», spiega Natanaele. «Ma poi, visto che lui lo faceva così volentieri e soprattutto che era molto più bravo di noi, lo abbiamo eletto cuoco "ufficiale". Tra noi monaci si dice sempre che dopo l’abate la persona più importante del monastero è il cuoco, perché è colui che può influire di più sull’umore dei confratelli». Andiamo allora a trovare padre Gabriele in cucina. Ha appena preparato due invitanti strudel in onore di un altro confratello, padre Geremia. «Domani sarà il suo onomastico e, come facciamo sempre in queste occasioni, preparo per il festeggiato il suo piatto preferito». Trentanove anni, padre Gabriele è l’unico non lombardo del monastero. «Sono di Gravellona e ho imparato a cucinare quando ero in famiglia e poi durante il servizio militare». Le sue specialità sono le paste al forno e i dolci che prepara in occasione di particolari solennità: «Per la festa dell’Assunta, per esempio, farò una crostata di frutta con crema pasticcera. A volte preparo anche il babà: la ricetta me l’ha data una monaca originaria di Napoli». Il tapelucco e la torta di pane I piatti nascono così: dai libri di ricette, ma soprattutto dalle "dritte" di amici e conoscenti. «Non sono un cultore dell’alta cucina: mi interessa solo preparare piatti genuini e gustosi. Cerchiamo, inoltre, di non buttare via niente. Se avanza qualcosa, la mangiamo a cena o, al massimo, la diamo a Tex, il nostro cane che abbiamo chiamato come l’eroe dei fumetti». Una cucina semplice, quella di padre Gabriele, che però ogni tanto si diverte a preparare due piatti tipici della zona: il tapelucco e la torta di pane e latte: «Il tapelucco è un piatto invernale che in origine si faceva con la carne d’asino. Io, invece, uso quella di manzo. Per prepararlo, faccio rosolare bene della carne macinata e aggiungo del vino rosso. Poi metto delle verze tagliate a fettine sottili e rigiro ogni tanto con un mestolo di legno fino a quando è tutto ben cotto. La torta di pane e latte, invece, si prepara spezzettando del pane raffermo in un contenitore e versando del latte fino a quando non lo copre tutto. Quando il pane lo ha assorbito completamente, aggiungo amaretti, uvetta, cioccolato, uova, zucchero e una scorza di limone. Poi mescolo bene finché il cucchiaio non sta in piedi e faccio cuocere in forno a fuoco lento. È una vera "bomba"». Miele d’acacia e di castagno Padre Gabriele non si occupa solo della cucina. Tiene in ordine tutto il monastero e cura anche il giardino. Nel chiostro ha realizzato con le sue mani anche una bellissima fontana. Fuori, purtroppo, piove a dirotto e non è possibile apprezzare appieno tutte le bellezze che circondano il monastero. Padre Gabriele ci accompagna comunque per un breve giro nel frutteto e vicino alle arnie dove le api producono dell’ottimo miele d’acacia e di castagno. Ma è tempo di congedarci: il momento della cena si avvicina. «Fino a qualche tempo fa tutti mangiavamo le stesse cose. Da quando, invece, qualche confratello ha avuto qualche piccolo problema di salute, ho iniziato a differenziare un po’ i menu: per esempio un confratello soffre di acidità di stomaco e non può mangiare la pastasciutta. Allora io, piuttosto che dargli della pasta in bianco, aggiungo delle acciughe e lui è contento. Per me, preparare da mangiare è un servizio agli altri. Un monaco diceva che i luoghi in cui si esercita di più la carità sono l’infermeria e la cucina. Penso che avesse ragione».
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