Straordinaria
somiglianza. Non solo per la stazza ragguardevole, ma anche per quel volto
da gigante buono capace di scalare il successo in un mondo per lui estraneo,
senza per questo dimenticare i valori.
È cominciata con la non facile scelta di Andrea Iaia come
protagonista Carnera - The walking mountain ("La montagna che
cammina"), la nuova impresa di Renzo Martinelli, regista capace,
ma discusso per i suoi film controcorrente (Porzus sugli scontri tra
partigiani rossi e bianchi nel 1945, Vajont, Piazza delle Cinque
Lune sul caso Moro e Il mercante di pietre, thriller sullo sfondo
delle tensioni tra Occidente e Islam).
«Con Nino Benvenuti, amico e consulente, ci
eravamo piazzati a Roma alla storica palestra Audace. Ma dopo mesi di
provini ero disperato», racconta Martinelli, classe 1948. «Al protagonista
chiedevo due metri d’altezza, esperienza di boxe e che recitasse in
inglese. Pareva impossibile. Un giorno, ecco Andrea Iaia, ex pugile con tre
anni di teatro a Londra»
- Martinelli, perché Carnera?
«Mentre giravo Vajont mi presentarono i suoi
figli: Giovanna insegnante e Umberto chirurgo, che vivono negli Usa ma erano
in visita ai parenti di Sequals. Mi mostrarono le foto, le lettere di papà
Primo a mamma Pina. Un grande romanzo popolare. E poi l’ambientazione
negli anni Trenta, sotto il fascismo. È vero, c’erano 150 dissidenti in
carcere. Italo Balbo, però, trasvolava l’Atlantico, Nuvolari vinceva in
auto, la Nazionale di calcio trionfava ai Mondiali, Mussolini fondava l’Impero
e 50 milioni di italiani acclamavano».
- Le rimproverano una certa nostalgia per il fascismo...
«A spingermi è stata la curiosità: mi sono chiesto come
mai questo pugile, campione del mondo dei Massimi per due anni, dal ’33 al
’34, è entrato nella leggenda mentre tanti altri sportivi sono stati
dimenticati. Carnera catalizza istanze collettive che vanno oltre la sua
persona. La prima è il fascismo, che lo prende a esempio d’italica
virilità. L’altra è che nel primo Novecento eravamo un popolo di
emigranti. E un povero, come Carnera che arriva al trono dei Massimi,
diventa il simbolo del riscatto per gli italiani sparsi nel mondo».
L’infanzia indigente. L’emigrazione in Francia con un
circo. Le prime vittorie sul ring grazie al manager spregiudicato. Poi il
grande salto: lo sbarco in America, la scalata al Mondiale... La biografia
di Carnera rivive sullo schermo con una mirabile ricostruzione. Il film di
Martinelli è costato 10 milioni di euro, ma è così ricco da reggere il
confronto con i titoli americani. Grazie a interpreti come Paul Sorvino,
Murray Abraham, Burt Young e Anna Valle.
- Quanto deve il suo Carnera a Rocky?
«È il contrario. Stallone stesso ha ammesso che per il
primo Rocky si ispirò a Carnera».
- Carnera
è un omaggio alla
boxe come sport assai diverso da quello di oggi dominato dai soldi?
«Il pugilato, una volta, era così. Esistevano dignità e
rispetto. Successe davvero che Max Baer, dopo aver tolto il titolo a
Carnera, atterrandolo 11 volte, andasse poi da lui in albergo».
- Il film non restituisce solo il mito del pugile ma
anche la fragilità dell’uomo. Chi fu davvero Primo Carnera?
«Un uomo buono. Pagò questa ingenuità facendosi
spazzolare per ben due volte il conto in banca. Se non fosse stato per la
moglie Pina, forse sarebbe finito male. Invece morì benestante nel 1967.
Colpisce la sua fermezza di valori. È attaccato alle radici, orgoglioso d’essere
italiano. Sa che la sconfitta è tale solo se resti al tappeto. Lui con Baer
si rialza 10 volte. È il messaggio forte del film ai giovani, ai quali non
abbiamo insegnato a lottare per un obiettivo».