Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 


Una "montagna" sul ring

 
Spettacoli.
di Elisa Chiari


CINEMA E PUGILATO
NINO BENVENUTI CI PARLA DI CINEMA E BOXE VERA, IERI E OGGI


L’"EVEREST DI POLENTA":
DALLA FAME ALLA FAMA


Così lo definì Gianni Brera. «Era un uomo generoso», dice l’ex campione dei medi. «E il film ricostruisce la sua storia».

Il miglior ritratto di Primo Carnera l’ha scritto Gianni Brera in una riga, veloce come un destro dentro la sua Storia critica del calcio italiano: «Bonario Everest di polenta». Quattro parole per dire tutto: il carattere, la dismisura, la fame, l’aspetto. Con un film si può fare in teoria molto di più, ma è vero che lo sport, dentro il grande schermo, patisce spesso una sorta di tradimento.

Abbiamo chiesto a Nino Benvenuti, campione mondiale dei medi dal 1967 al ’70, che pugilato ha visto al cinema.

«Cose diversissime, secondo i film. Occorre distinguere: una cosa è Rocky, un’altra è Carnera. Nel pugilato di Rocky, ma anche di Lassù qualcuno mi ama, c’è tanta retorica, litri di sangue dal volto dei pugili: ma quello è cinema, non boxe. Il film di Martinelli, invece, è la storia vera del primo grande del pugilato italiano: un uomo generoso, dedito alla famiglia, che ha pagato di persona la malafede di impresari disonesti, ma che si è anche riscattato, passando per un’altra avventura, quella del catch, che non era più pugilato, ma che gli ha concesso di campare serenamente, e anche di dare ai figli l’opportunità di laurearsi».

  • Il pugilato, però, non è un rischio solo al cinema. Lei ha battutto Griffith che sul ring aveva ucciso. Ha mai pensato che non ne valesse la pena?

«Nel caso di Griffith, l’errore fu dell’arbitro che non fermò l’incontro. Ma l’evento è di estrema rarità, rientra nell’incidente, evento possibile nelle situazioni che hanno una componente di rischio, ma la gente non smette di guidare l’auto perché sulle strade si muore. Il pugilato è una disciplina antica di secoli, uno scontro che ha radici profonde, ma è anche regolato da giudici, oggi molto più protetto di un tempo».

  • Il seguito, però, non è più quello del passato: è cambiato il pugilato o è cambiato il mondo attorno al ring?

«Tutti e due: il pubblico ha meno voglia di lotta cruenta e il pugilato si è ammorbidito, è diventato meno rischioso. La gente oggi vuole vedere la tecnica, il confronto pulito, non il sangue a ogni costo, accetta che il più intelligente abbia la meglio sul più forte».

  • La fame è ancora determinante per scegliere di salire sul ring?

«In passato il pugilato è stato una forma di riscatto: lo si sceglieva come strada per garantirsi una tranquillità economica, molti venivano perché non avevano alternative. E grazie al coraggio e a una certa predisposizione fisica e atletica trovavano il modo di raggiungere la fama e vincere la fame. Oggi, almeno in Italia, non è più così, anche perché, grazie a Dio, la fame non è la stessa del dopoguerra e il pugilato ha storie di reclutamento più simili a quelle di altri sport».

  • Si può dire la stessa cosa per le periferie americane?

«Non tanto, là il tessuto sociale è più variegato e la boxe attinge ancora molto dalla strada, dalle sacche di povertà, come da noi molti anni fa».

  • Tornando al rapporto tra boxe e cinema: perché il pugilato funziona dove gli altri sport falliscono?

«Perché la rappresentazione del suo gesto è qualcosa di naturale, di immediato, che raggiunge un sufficiente grado di realismo, mentre altri sport sono più difficili da rendere: sullo schermo appaiono troppo finti. E poi c’è chi marcia sull’esagerazione della violenza, strizzando l’occhio agli spettatori meno raffinati. Ma non è il caso di Carnera».

Elisa Chiari
   
   
IL TEOLOGO: BOXE? NON È PIÙ SPORT

Ma è sport? Si leggono le cifre e si resta perplessi: 375 pugili morti sul ring dal dopoguerra al 1985. E dopo? Le morti diminuiscono, ma tutte le diverse forme di pugilato tendono a fiaccare fisicamente l’avversario, fino a distruggerne le capacità difensive.

Il ko (knock-out, "stendimento") è il colpo più esaltante, ma produce nell’avversario una forma di commozione cerebrale. E in un’alta percentuale di pugili professionisti si riscontra l’encefalopatia cronica progressiva dovuta ai colpi ricevuti alla testa.

Si dirà: anche altri sport presentano rischi. È vero, ma c’è una grande differenza. Mentre in questi ultimi il rischio nasce da fatti esteriori, nel pugilato sta nella sua stessa natura. Bisogna stordire l’avversario per fiaccare la sua resistenza e ridurlo all’impotenza.

Per questo l’Associazione medica mondiale nella sua 35ª assemblea (Venezia,1983) ha approvato la seguente raccomandazione: «La boxe è uno sport pericoloso. Contrariamente agli altri sport, lo scopo fondamentale è di infliggere un danno corporale all’avversario. La boxe può provocare la morte e avere una pericolosa influenza su lesioni cerebrali croniche. È questa la ragione per cui l’Associazione medica mondiale raccomanda che la boxe sia interdetta».

Si dice che nel pugilato contano intelligenza, destrezza, abilità, coraggio, resistenza, tanto da guadagnarsi il titolo di "nobile arte". Ma non è tanto nobile se l’intento finale è quello di mettere l’avversario fuori combattimento con colpi che provocano commozioni cerebrali o lesioni che col tempo diventano permanenti e irreversibili.

E non entriamo nel discorso sull’indotto perverso che spesso circonda questo sport: dal doping agli incontri truccati, all’esaltazione compiaciuta dell’abbattimento dell’avversario non solo nel pugile, ma nel pubblico che assiste e che diventa insensibile di fronte alla sofferenza, anzi suscita sentimenti di crudeltà, o addirittura forme di sadismo.

Padre Giordano Muraro


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