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Sommario.

 

  

Luigi, 2 milioni nel 2000
50 euro e ricovero oggi

La crisi alimentare
in un colpo d'occhio 

«Dalla crisi può partire
la rinascita dei campi» 

A scuola uno su tre
e speriamo di star bene

 
Attualità.
di Carlo Remeny


FC DOSSIER
LA CRISI ALIMENTARE


LA BATTAGLIA DEL PANE

Per molti, nei Paesi poveri o in faticosa via di sviluppo, è battaglia vera, con l’assalto ai forni. Ma la crisi tocca anche i Paesi ricchi. Negli Usa la Casa Bianca ha varato un piano di sussidi contro il caro-cibo e il riso è già razionato. E in Italia? Seguite il nostro viaggio e vedrete per chi il "nostro pane" non è più "quotidiano" come prima.

Il fenomeno della quarta settimana. È un termine asettico che non turba le coscienze. Significa impoverimento. Quelli che alla quarta settimana del mese arrivano, ma col fiato corto. Paolo Corbetta fa il fornaio. Ha un panificio attaccato alla circonvallazione di Milano: «Buona parte dei clienti viene tranquillamente le prime due settimane del mese ad acquistare il pane. Tra il 15 e il 20 arrivano con le monetine, spesso contate. Dal 20 in poi non li vediamo più». Il fenomeno colpisce soprattutto le famiglie monoreddito: unico stipendio per due adulti e i figli, o una pensione per una o due persone che cercano magari di aiutare figli dalle finanze precarie.

Sarebbe facile fare battute sul fatto che nella metropoli dell’Expo si possa patir la fame. Che nella città le cui palestre sembrano formicai, che si vanta del titolo di capitale della moda e del design, il pane quotidiano, quello invocato nel Padre nostro, non sia concesso a tutti. Eppure è un dato di fatto: il pane costa troppo. Troppo per molti che di soldi ne hanno troppo pochi. Da una verifica in alcune panetterie milanesi emerge che ci sono stati da 50 a 60 centesimi di aumento al chilo in un anno. «Sono aumentati i prezzi per olio, grassi, farina, elettricità, gas, trasporto, è salito il costo dei dipendenti», dice Alessandro Sgroi, panetteria a Milano a Città Studi, con un’affezionata clientela di anziani. Lui, nella stessa panetteria, ha lavorato da dipendente sino al 1998 per poi diventare il titolare. Rispetto ad allora i consumi sono calati, dice, del 30%: «Gli anziani hanno problemi economici e di salute, i giovani corrono e il pane lo prendono una volta ogni tanto per metterlo nel freezer».

Certamente sono cambiate le abitudini alimentari: 25 anni fa un panificio sfornava 200 chili di pane al giorno, oggi 80, forse 100, ma solo nella stagione fredda, secondo Corbetta. Si dice che il pane faccia male al diabetico, che ingrassi. Gli si chiede di offrire il meglio di sé in ogni momento, anche se relegato a fare da controfigura al gelato, perché non c’è il tempo di andarlo a comprare fresco tutti i giorni. Il pane povero di grassi, la famosa michetta (rosetta), non si trova quasi più. Non ha resistito alla frenesia dei tempi. «Ma anche senza congelatore ci sono dei tipi di pane a caro prezzo che all’indomani, se tirati contro il muro, rimbalzano come palline», osserva Francesco Manosperti, 63 anni, pensionato. Lui, che da bambino è andato a imparare il mestiere dal prestinaio, racconta di comprare la farina due volte l’anno in un mulino delle Marche, 30 chili per volta, e di preparare il pane in casa: «È un bel risparmio ed è tutt’altra cosa per la salute».

Tabella: il cibo in Italia.

Ci vuole la cultura per farlo, e la moglie Raffaella è custode di una vecchia tradizione. Originaria di San Ferdinando di Puglia, da bambina veniva svegliata alle due di notte dalla mamma assieme alla sorella (avevano allora 10 e 12 anni) per impastare il pane. Lasciato lievitare, alle sei di mattina passava il fornaio che lo trasportava su assi di legno al forno per restituirlo, più tardi, fresco e croccante. Lo mangiavano in dieci per tutta la settimana. Era prezioso: veniva chiuso a chiave in un mobile che solo la mamma poteva aprire prima dei pasti. «Chi non ha la cultura contadina prova a fare il pane in casa per risparmiare, ma, dopo un mese o due, smette perché se la domenica mattina lo vuole fresco, deve lavorarci il sabato sera. Lo si fa una volta, dieci, poi ci si stanca», spiega Corbetta.

Milanese al cento per cento, Gianni, negli anni Cinquanta, correva in bicicletta nella Bianchi di Fausto Coppi. Una volta si fece massaggiare persino dal leggendario Biagio Cavanna, che aveva scoperto Coppi. Cavanna, essendo cieco, aveva nelle mani il dono di individuare dalla muscolatura se uno era portato al ciclismo o meno. Oggi, Gianni ha 75 anni, è in pensione, poche centinaia di euro al mese. Ha avuto un tumore, si è ripreso in qualche modo. Sta per essere sfrattato da una casa popolare. Va ancora in bici. Sei volte la settimana. Per raggiungere la mensa per i poveri. Fa 52 chilometri al giorno. Per il pasto della domenica, quello consumato in casa, compra un panino. Al supermercato. «Così risparmio».

Carlo Remeny

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