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Attualità.
di Alberto Chiara
foto AP/La Presse


MYANMAR
SAREBBERO CIRCA 100 MILA LE VITTIME DEL CICLONE NARGIS NELL’EX BIRMANIA


MORTE E DISTRUZIONE
NEL DELTA


Colpita soprattutto la zona in cui il fiume Irrawaddi si getta nell’Oceano Indiano. Case distrutte, cadaveri insepolti, rischio epidemie, aiuti internazionali accettati (e distribuiti) con il contagocce: è il caos.

La tragedia è così lacerante e profonda da far apparire del tutto inappropriato, quasi grottesco tanto suona dolce e dunque fuori luogo, il nome con il quale viene consegnata alla storia.

Nargis, ovvero Narciso: il ciclone che ha squarciato Myanmar, l’ex Birmania, si chiama come il famoso fiore legato al mito del bellissimo giovane che si innamorò della propria immagine riflessa in una fonte fino a morirne, trasformandosi in stelo e petali particolarmente attraenti.

Ma non c’è traccia di profumo, oggi, in Myanmar: a regnare sono soltanto morte e distruzione.

Il cadavere di una delle vittime di Nargis nelle campagne allagate della provincia di Pyarmalot, nel Sudovest del Paese.
Il cadavere di una delle vittime di Nargis nelle campagne allagate
della provincia di Pyarmalot, nel Sudovest del Paese.

Formatosi nel Golfo del Bengala, il ciclone Nargis ha flagellato con particolare violenza la regione del delta del fiume Irrawaddy, nell’area sudoccidentale del Paese, correndo poi verso est, in direzione dell’ex capitale Rangoon (ora Yangon), raggiunta e stravolta in maniera impressionante.

A partire dalla tarda serata di venerdì 2 maggio, venti lanciati a oltre 200 chilometri all’ora hanno sradicato alberi, abbattuto ponti, piegato pilastri di cemento, divelto lampioni o trasmettitori radio-tv, spazzando via capanne, spesso povere palafitte incapaci di opporsi alla furia del tornado. Le raffiche hanno bersagliato chi tentava la fuga con lamiere, rami, tegole, pezzi di auto o di bici trasformati in proiettili vaganti. L’acqua ha fatto il resto, sommergendo circa 5 mila chilometri quadrati.

Un gruppo di famiglie di sfollati in un rifugio allestitito a Kyauktan, nel Sud del Myanmar.
Un gruppo di famiglie di sfollati in un rifugio allestitito a Kyauktan,
nel Sud del Myanmar.

L’intervento della Chiesa

«La stima più pessimistica di 100 mila morti, senza contare i dispersi, risulterà alla fine la più vicina al vero», dice Paolo Beccegato, responsabile dell’area internazionale della Caritas italiana. «È stato praticamente cancellato il "granaio del Myanmar", l’area in cui l’Irrawaddy si getta nell’Oceano Indiano accompagnato da centinaia di corsi d’acqua che formano il delta. Quella zona è stata per giorni raggiungibile solo con gli elicotteri e, stando ai media internazionali, dei dodici a disposizione del Governo birmano, solo cinque potevano volare».

«Il bisogno principale è senza dubbio quello alimentare; sono andate distrutte gran parte delle scorte sia di cibo che di acqua potabile, il che rende la situazione igienico-sanitaria sempre più drammatica», continua Beccegato. «Dal delta fino all’ex capitale Yangon è difficilissimo reperire generi di prima necessità e carburante. Quel poco che si trova ha raggiunto prezzi molto alti».

Distribuzione di riso a Yangon (ex Rangoon), la città più grande del Paese (4.576.000 abitanti).
Distribuzione di riso a Yangon (ex Rangoon),
la città più grande del Paese (4.576.000 abitanti).

«La Caritas italiana opera in Myanmar da diversi anni in stretto contatto con la Chiesa e le comunità locali, una collaborazione potenziata dopo lo tsunami del dicembre 2004», precisa Paolo Beccegato. «Lavoriamo nelle 14 diocesi in cui è divisa l’ex Birmania tanto nel campo agricolo (specialmente nelle zone aride del Nord, provvedendo alla raccolta e alla distribuzione dell’acqua piovana), quanto in quello sanitario (lotta all’Aids in primo luogo)».

«Dopo il passaggio di Nargis abbiamo deciso di aiutare le vittime distribuendo acqua, medicine, riso, tende e zanzariere (cerchiamo di prevenire epidemie di malaria e di dengue, oltreché di colera)», prosegue Beccegato. «Con il sostegno di Caritas italiana, che ha sul posto quattro suoi operatori, la Chiesa locale ha istituto un comitato per l’emergenza, il Myanmar Disaster Relief Committee, che comprende rappresentanti delle vittime, delle parrocchie e dei partner donatori. Diversi gruppi, composti anche da sacerdoti e da seminaristi, sono ora al lavoro nelle diocesi colpite di Yangon, Mawlamyine, Pyay e Pathein».

Un gruppo di monaci buddhisti impegnati nei soccorsi presso Yangon.
Un gruppo di monaci buddhisti impegnati nei soccorsi presso Yangon.

«Il Myanmar è un Paese a maggioranza buddhista; su 53 milioni di abitanti i cristiani sono 3 milioni, di cui 700 mila cattolici», dice ancora Beccegato: «Oro, rubini, zaffiri, petrolio, foreste di tek e circa 60 tipi di raccolti tra cui riso, grano e tè: il Paese è uno scrigno di risorse con una popolazione tra le più povere al mondo. Stando alle varie stime, già prima del ciclone tra il 25 e il 50 per cento della popolazione doveva tentare di sopravvivere con meno di un dollaro al giorno. Ora è anche peggio».

La mobilitazione internazionale

Si dice che l’India avesse avvertito il Governo birmano dell’imminente arrivo di Nargis. «Quel che è certo è che il vicino Bangladesh, per quanto povero come il Myanmar, s’è attrezzato meglio per resistere ai cicloni. Là funziona un sistema fatto di messaggeri in moto che annunciano l’arrivo del pericolo, di bandierine dai vari colori che ne segnalano la gravità, di rifugi in cemento armato su cui la gente sa di poter contare. In Myanmar questo sistema di previsione e di protezione è ancora tutto da progettare», conclude Paolo Beccegato.

Il tetto di una pagoda emerge dalle acque nelle campagne devastate dal ciclone Nargis.
Il tetto di una pagoda emerge dalle acque nelle campagne
devastate dal ciclone Nargis.

A mobilitarsi, oltre all’Onu, sono state anche le principali Organizzazioni non governative, come il Cesvi, Action aid, Save the children, Terres des hommes, giusto per fare degli esempi. Toccanti, in particolar modo, i rapporti che da Myanmar hanno inviato le équipe di Cbm, le Missioni cristiane per i ciechi nel mondo: a loro è toccato di cercare di salvare quanti, privi della vista, non sapevano dove andare e come muoversi nelle ore concitate di Nargis.

Alberto Chiara
   
   
UN POPOLO IN OSTAGGIO

Cartina.La Giunta militare birmana ha giocato con la vita dei suoi concittadini, tenendo in ostaggio un intero popolo. Mentre l’Onu si mobilitava, spronando gli Stati membri a raccogliere i 187 milioni di dollari necessari per fronteggiare la catastrofe, mentre Governi e Ong organizzavano aerei carichi di aiuti, gli uomini al potere (da oltre 40 anni l’ex Birmania è soffocata da regimi dittatoriali) negavano visti e vietavano atterraggi, preoccupandosi invece che la gente approvasse la nuova Costituzione. Incapace di "imporre" l’arrivo dei soccorsi (l’idea lanciata dalla Francia non ha avuto seguito), la comunità internazionale ascolti l’opposizione birmana e denunci il referendum-farsa.

A.Ch.

 

PER SOSTENERE GLI AIUTI

Le offerte possono essere inoltrate alla Caritas italiana tramite:

C/c postale n. 347013, specificando nella causale "Emergenza Myanmar"

Banca Popolare Etica,
via Niccolò Tommaseo 7, Padova Iban: IT29 U050 1803 2000 0000 0011 113

Banca Intesa Sanpaolo,
piazzale Gregorio VII, Roma Iban: IT20 D030 6905 0320 0001 0080 707

UniCredit Banca,
piazzale dell’Industria 46, Roma Iban: IT02 Y032 2303 2000 0000 5369 992

Allianz Bank,
via San Claudio 82, Roma Iban: IT26 F035 8903 2003 0157 0306 097

Cartasì e Diners, telefonando al n. 06/66177001, orario d’ufficio.


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