![]() |
|
|
|
La tragedia è così lacerante e profonda da far apparire del tutto inappropriato, quasi grottesco tanto suona dolce e dunque fuori luogo, il nome con il quale viene consegnata alla storia. Nargis, ovvero Narciso: il ciclone che ha squarciato Myanmar, l’ex Birmania, si chiama come il famoso fiore legato al mito del bellissimo giovane che si innamorò della propria immagine riflessa in una fonte fino a morirne, trasformandosi in stelo e petali particolarmente attraenti. Ma non c’è traccia di profumo, oggi, in Myanmar: a regnare sono soltanto morte e distruzione.
Formatosi nel Golfo del Bengala, il ciclone Nargis ha flagellato con particolare violenza la regione del delta del fiume Irrawaddy, nell’area sudoccidentale del Paese, correndo poi verso est, in direzione dell’ex capitale Rangoon (ora Yangon), raggiunta e stravolta in maniera impressionante. A partire dalla tarda serata di venerdì 2 maggio, venti lanciati a oltre 200 chilometri all’ora hanno sradicato alberi, abbattuto ponti, piegato pilastri di cemento, divelto lampioni o trasmettitori radio-tv, spazzando via capanne, spesso povere palafitte incapaci di opporsi alla furia del tornado. Le raffiche hanno bersagliato chi tentava la fuga con lamiere, rami, tegole, pezzi di auto o di bici trasformati in proiettili vaganti. L’acqua ha fatto il resto, sommergendo circa 5 mila chilometri quadrati.
L’intervento della Chiesa «La stima più pessimistica di 100 mila morti, senza contare i dispersi, risulterà alla fine la più vicina al vero», dice Paolo Beccegato, responsabile dell’area internazionale della Caritas italiana. «È stato praticamente cancellato il "granaio del Myanmar", l’area in cui l’Irrawaddy si getta nell’Oceano Indiano accompagnato da centinaia di corsi d’acqua che formano il delta. Quella zona è stata per giorni raggiungibile solo con gli elicotteri e, stando ai media internazionali, dei dodici a disposizione del Governo birmano, solo cinque potevano volare». «Il bisogno principale è senza dubbio quello alimentare; sono andate distrutte gran parte delle scorte sia di cibo che di acqua potabile, il che rende la situazione igienico-sanitaria sempre più drammatica», continua Beccegato. «Dal delta fino all’ex capitale Yangon è difficilissimo reperire generi di prima necessità e carburante. Quel poco che si trova ha raggiunto prezzi molto alti».
«La Caritas italiana opera in Myanmar da diversi anni in stretto contatto con la Chiesa e le comunità locali, una collaborazione potenziata dopo lo tsunami del dicembre 2004», precisa Paolo Beccegato. «Lavoriamo nelle 14 diocesi in cui è divisa l’ex Birmania tanto nel campo agricolo (specialmente nelle zone aride del Nord, provvedendo alla raccolta e alla distribuzione dell’acqua piovana), quanto in quello sanitario (lotta all’Aids in primo luogo)». «Dopo il passaggio di Nargis abbiamo deciso di aiutare le vittime distribuendo acqua, medicine, riso, tende e zanzariere (cerchiamo di prevenire epidemie di malaria e di dengue, oltreché di colera)», prosegue Beccegato. «Con il sostegno di Caritas italiana, che ha sul posto quattro suoi operatori, la Chiesa locale ha istituto un comitato per l’emergenza, il Myanmar Disaster Relief Committee, che comprende rappresentanti delle vittime, delle parrocchie e dei partner donatori. Diversi gruppi, composti anche da sacerdoti e da seminaristi, sono ora al lavoro nelle diocesi colpite di Yangon, Mawlamyine, Pyay e Pathein».
«Il Myanmar è un Paese a maggioranza buddhista; su 53 milioni di abitanti i cristiani sono 3 milioni, di cui 700 mila cattolici», dice ancora Beccegato: «Oro, rubini, zaffiri, petrolio, foreste di tek e circa 60 tipi di raccolti tra cui riso, grano e tè: il Paese è uno scrigno di risorse con una popolazione tra le più povere al mondo. Stando alle varie stime, già prima del ciclone tra il 25 e il 50 per cento della popolazione doveva tentare di sopravvivere con meno di un dollaro al giorno. Ora è anche peggio». La mobilitazione internazionale Si dice che l’India avesse avvertito il Governo birmano dell’imminente arrivo di Nargis. «Quel che è certo è che il vicino Bangladesh, per quanto povero come il Myanmar, s’è attrezzato meglio per resistere ai cicloni. Là funziona un sistema fatto di messaggeri in moto che annunciano l’arrivo del pericolo, di bandierine dai vari colori che ne segnalano la gravità, di rifugi in cemento armato su cui la gente sa di poter contare. In Myanmar questo sistema di previsione e di protezione è ancora tutto da progettare», conclude Paolo Beccegato.
A mobilitarsi, oltre all’Onu, sono state anche le principali Organizzazioni non governative, come il Cesvi, Action aid, Save the children, Terres des hommes, giusto per fare degli esempi. Toccanti, in particolar modo, i rapporti che da Myanmar hanno inviato le équipe di Cbm, le Missioni cristiane per i ciechi nel mondo: a loro è toccato di cercare di salvare quanti, privi della vista, non sapevano dove andare e come muoversi nelle ore concitate di Nargis.
|