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«Imbecilli pericolosi,
la politica non c'entra»

 

 
Attualità.
di Alberto Laggia e Luciano Scalettari


VERONA
DOPO LA MORTE DI NICOLA TOMMASOLI LA CITTÀ SI INTERROGA


ALLE RADICI
DELLA VIOLENZA


La solidarietà e l’accoglienza convivono con la chiusura e la paura del "diverso". Ma l’ultimo tragico fatto di violenza fa emergere una deriva patologica e pericolosa.

Benvenuti a Verona, "città dell’amore (perduto)". È la chiusa sarcastica di un messaggio appeso alla ringhiera sotto Porta dei Leoni. È confuso tra decine di altri biglietti e volantini, mazzi di fiori, lumini e santini, svastiche barrate e tante citazioni letterarie, da Bertolt Brecht a Pablo Neruda.

Su questo selciato, davanti agli scavi romani, nel cuore di Verona, la notte del primo maggio è stato colpito a morte Nicola Tommasoli, 29 anni, ingegnere meccanico veronese. Nicola era con due amici. Sono stati aggrediti da cinque ragazzi più giovani di loro per aver rifiutato una sigaretta, chiesta provocatoriamente: i cinque lo avevano già fatto poco prima con altri due che non erano caduti nel tranello.

A una settimana dal fatto continua il muto pellegrinaggio dei veronesi. E l’abituale vociare della via Leoni si spegne d’improvviso qui davanti, lasciando parlare il silenzio. E «solo il silenzio parla» è stato il messaggio dell’omelia pronunciata dal vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Zenti, al funerale di Nicola. Parole che sanno di critica al frastuono mediatico e alle isteriche dichiarazioni politiche che l’omicidio ha suscitato fino a oggi.

Un fenomeno sottovalutato

Verona città "nera"? Razzista? Covo di picchiatori naziskin? No, è stato un branco di violenti, teppismo privo di matrice politica, un pestaggio finito tragicamente. Sono queste le tesi che si scontrano in una città sotto processo.

Di assodato c’è che tre dei cinque assalitori si conoscevano bene e frequentavano gli ambienti dell’estrema destra. Due in particolare sono già finiti nell’inchiesta del procuratore capo di Verona Guido Papalia nel giugno 2007, insieme ad altri 15 skinheads veronesi: sarebbero responsabili di altri pestaggi tra il 2005 e il 2007 ai danni di giovani dei Centri sociali, tre soldati meridionali, un tifoso del Lecce e alcuni extracomunitari. Uno di loro, inoltre, ha l’interdizione dagli stadi, per violenze tra i tifosi della famigerata "curva sud" dell’Hellas Verona, in passato protagonista di odiosi gesti razziali.

Per il procuratore Papalia, il tragico fatto di Porta dei Leoni è solo l’ennesimo di una lunga serie. «Le nostre indagini in corso da un anno rivelano un fenomeno preoccupante e sottovalutato, e cioè i continui episodi di provocazioni e violenze nel centro storico nei confronti di persone ritenute "diverse", magari per l’abito che portano, o il taglio dei capelli o per l’accento non veneto. Colpisce l’elemento comune dell’aggregazione spontanea, di sera, all’unico scopo di realizzare atti violenti».

Nelle perquisizioni delle abitazioni dei 17 ragazzi fermati sono stati trovati simboli nazisti, ma non testi teorizzanti l’eversione. «La mia conclusione è che si tratti di ragazzi che praticano la violenza fine a sé stessa, accanendosi su chi non è omologabile a sé. E dell’ideologia nazifascista prendono il razzismo e l’intolleranza. Quindi, violenza spontanea, ma coltivata nell’ideologia di estrema destra. La città non può far finta di nulla. L’impegno degli adulti dovrebbe essere quello che educa all’inclusione e non all’esclusione».

Carlo Melegari, sociologo, direttore del Centro studi immigrazione, da tempo impegnato sul fronte dell’integrazione degli stranieri in città (e già preso di mira da gruppi razzisti che, anni fa, lo definirono in un volantino anonimo un "criminale" da eliminare), non ha dubbi sul fatto che il clima di intolleranza non sia estraneo all’accaduto: «Anche questo pestaggio sarebbe passato pressoché inosservato se non avesse avuto conseguenze tragiche. Se abbiamo un dente cariato che duole, non ci consola molto il fatto che gli altri 31 siano sani. Stiamo male e basta. Verona è una città generosa, che sa essere solidale e aperta, ma l’intolleranza e il razzismo, anche se minoritari, sono una turbativa grave».

Per il sociologo è ipocrita «dirsi scioccati e sorpresi: chi segue le vicende della città sa che questi fatti accadono spesso».

Sotto accusa è la guida del governo cittadino, quella Giunta retta dal sindaco leghista Flavio Tosi, che l’anno scorso s’è imposto alle comunali con un 62 per cento di preferenze e che, secondo Melegari, incassa consensi mediante una «politica di costruzione del nemico», con iniziative quali l’approvazione delle ronde notturne e l’installazione di panchine antibarboni. 

«Stiamo rischiando una forma di populismo etnico che in nome della veronesità spinge verso la xenofobia», dichiara Sergio Paronetto, presidente di Pax Christi veronese. E cita la proposta della Commissione comunale per la cultura di ricostruire il Carroccio e trasformarlo in simbolo della città. «Verona, che come patrono ha san Zeno, un nordafricano, non può diventare la città della paura, viste le sue grandi risorse», osserva Paronetto.

Ma non bastano queste analisi a spiegare. "Benvenuti a Illasi, il paese del vino e dell’olio", sta scritto sul cartello alle porte del dolce paese adagiato sulle colline a pochi chilometri da Verona. Da qui provengono gli altri due ventenni che la sera del 1° maggio si unirono ai tre naziskin. Uno li aveva conosciuti in curva al Bentegodi e l’altro era un amico. Don Remigio Menegatti, giovane parroco del paese, non trova spiegazioni: «Le famiglie di questi ragazzi sono normali, non politicizzate. Qui non ci sono tensioni sociali. Immigrati? Sono pochissimi e solo stagionali».

L’effetto del "branco in azione"

Ma è la normalità di questi ragazzi, forse, a fare problema. Secondo il direttore di Verona Fedele, don Alberto Margoni: «C’è poi un brodo di coltura a presa rapida nel mondo giovanile, che si ritrova nel tifo calcistico e, da un lato, crea appartenenza, mentre dall’altro identifica gli avversari da sconfiggere, non solo sportivamente».

Verona, in ogni caso, è sotto shock. Tutti concordano che "non sarà più come prima". «Sono figli del nostro tempo», dice fra Beppe Prioli. «Chiunque potrebbe essere madre o padre di quei cinque ragazzi». Fra Beppe da 40 anni si occupa dei detenuti. In questi giorni ha parlato con tutti loro, con le famiglie, e anche con quella della vittima. Non ci sta a dipingere gli aggressori come "mostri". «Oggi sono solo dei giovani spaventati. Eppure quella sera, la notte, il gruppo... l’effetto del "branco in azione" è terribile». Fra Beppe è convinto che questo fatto debba far riflettere anche la Chiesa: «C’è bisogno forse che usciamo dai conventi, che facciamo un pezzo di strada con questi giovani».

L’esempio dei missionari

Il responsabile della pastorale universitaria della diocesi, don Mariano Ambrosi, è dello stesso avviso: «Occorre una rivoluzione copernicana. Prima tutto girava intorno alla Chiesa. Adesso invece, per la maggioranza dei giovani, la comunità ecclesiale non è più il riferimento principale. Quindi, tocca a noi, i religiosi, gli adulti, le persone mature nella fede, andare verso i luoghi di studio e di lavoro dei giovani». Don Ambrosi sottolinea che negli ultimi decenni è avvenuto un fatto traumatico: si è interrotta la catena di trasmissione dei valori. «Prima», spiega, «il sistema educativo lo si respirava come l’aria. Ora non più».

Ugo Piccoli, presidente del Centro di aiuto alla vita diocesano, è di poche parole. Ci porta sotto una targa in marmo, in una via che costeggia la chiesa di San Paolo. La targa è stata posta per ricordare che lì morì don Nicola Mazza, nel 1865, «sacerdote», recita il testo, «benemerito per l’educazione dei figli del povero e per la redenzione dei selvaggi dell’Africa centrale».

«Questa è Verona», dice. «I veronesi sono generosi, prodighi, ma profondamente conservatori. Il disagio di fronte al diverso, l’incapacità di relazionarsi non sono novità di oggi. Lo è invece la forma deviante, patologica, che diventa violenza. Emily Dickinson diceva che "il dolore è figlio della stupidità". Trovo la frase drammaticamente calzante».

Intanto, in questa città dalle forti contraddizioni, il 10 maggio si svolgevano a Negrar i funerali di Nicola Tommasoli, e nelle stesse ore, a pochi chilometri da lì, decine di volontari predisponevano le strutture per la Festa dei popoli, che è stata celebrata il giorno dopo, nella festa di Pentecoste.

Quasi un ponte simbolico, fra ciò che a Verona non deve più accadere e il punto da cui ricominciare: l’accoglienza e il dialogo con il diverso. La "convivialità delle differenze", come diceva profeticamente don Tonino Bello.

Alberto Laggia e Luciano Scalettari
  

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