Effetto valanga. Prima
l’uscita a tappeto (ben 400 le copie) nei cinema italiani poi, domenica, a
48 ore di distanza, la passerella internazionale nel concorso del 61°
Festival di Cannes. La ressa di giornalisti in conferenza stampa, il
rutilare di interviste, commenti, titoli sui giornali di tutto il mondo
conferma che Matteo Garrone col suo Gomorra ha fatto centro.
Era tempo che sulla Croisette un film italiano non
suscitava discussioni così animate. Forse perché da anni ormai il nostro
cinema non raccontava la vera realtà dell’Italia, Paese sempre più
contraddittorio che vanta bellezze artistiche, paesaggistiche, genialità
imprenditoriali, ma anche una criminalità organizzata efferata, capace di
superare le più sfrenate fantasie cinematografiche.
L’idea di portare sullo schermo l’omonimo romanzo di Roberto
Saviano è una scommessa ad alto rischio. Per la popolarità del libro:
1.200.000 copie vendute in Italia, attualmente tradotto in altri 33 Paesi. E
per la pericolosità dei temi. Squarci di vita vera. Da un lato documentano
l’intreccio affaristico-criminale della camorra: 150 miliardi di euro all’anno
di giro d’affari, la più potente azienda italiana, tanto che non esiste
impresa legale, dalla moda al turismo all’edilizia, che non sia più o
meno in contatto con questo "sistema".
Dall’altro testimoniano le fantasie malate di boss,
capoclan e soldati che tra Secondigliano, Scampia, Casal di Principe hanno
ucciso 4 mila persone in trent’anni (più dell’Eta, dell’Ira, di Al
Qaida, della mafia), per poi vivere in assurde dimore blindate, edificate in
prossimità di discariche abusive di rifiuti tossici, scimmiottando le
movenze di divi del cinema, dei gangster alla Brian De Palma o alla Quentin
Tarantino.
Non per nulla Saviano, che ha collaborato col regista
Garrone alla stesura del copione, da un paio d’anni vive sotto scorta. Ed
è con i suoi "angeli custodi" che ha raggiunto sulla Croisette
attori e regista per sostenere Gomorra.
«Prima di girare, anch’io avevo dei timori. Avevo
deciso perciò di usare una troupe leggera, pochi tecnici e il cast,
scrivendo sul ciak un titolo fasullo», racconta Matteo Garrone, 39
anni, romano, cresciuto nel cinema e rivelatosi con un film curioso, L’imbalsamatore.
«Invece, zero problemi. Neppure durante le riprese nei vicoli di
Scampia. Ho visto, certo, che c’era qualcuno che ci controllava da
lontano. Qualcun altro mostrava la pistola. Ma c’è stato pure chi ci ha
dato consigli, magari su come girare una sparatoria. In fondo, credo che i
camorristi si sentissero gratificati».
- Garrone, il libro di Saviano è un caleidoscopio di
storie, denso di personaggi. Come lo ha tradotto in film?
«Con lui e gli altri sceneggiatori eravamo d’accordo
sulla necessità di scegliere alcune vicende, sviluppando i personaggi più
emblematici. Senza collegarle in una trama ma tratteggiando un puzzle, come
fa Robert Altman in America Oggi. La materia del libro era già così
potente visivamente che mi sono limitato a riprenderla con semplicità, come
fossi uno spettatore capitato lì per caso».
- Evidente il riferimento ad Altman. Ed è dai tempi di Le
mani sulla città di Francesco Rosi che non si vedeva un film così
potente su Napoli. Però, la sensazione di fondo che suscita nello
spettatore è un’emozione raggelante: viene in mente Paisà di
Rossellini...
«Il mio preferito! Il film che mi ha spinto verso le
regia. Per carità, non oso neppure il paragone. C’è però lo stesso
sguardo innamorato e senza speranza per una Napoli agghiacciante, nell’immediato
dopoguerra così come oggi».
Le scene iniziali paiono fantascienza. Luce blu soffusa,
il ronzio di lampade, amici che chiacchierano: un centro estetico. Poi
scoppia il finimondo. È un film straziante, Gomorra, che racconta un’umanità
senza speranza attraverso personaggi violenti o violentati.
Don Ciro "il sottomarino" paga le famiglie dei
detenuti affiliati al clan: una guerra fratricida lo lascerà però allo
scoperto e ne pagherà le conseguenze sua moglie Maria. Totò è un ragazzo
di 13 anni che vuole diventare grande: la camorra lo accontenterà. Marco e
Ciro fanno gli sbruffoni, manco fossero i gangster di un film: finiranno di
disturbare. A Roberto, neolaureato, offre l’insperata occasione di lavoro
Franco: scoprirà che il distinto manager traffica in rifiuti tossici.
Infine, l’eccellente sarto Pasquale, che confeziona in un laboratorio in
nero abiti per l’alta moda: la passione per il mestiere gli rovinerà la
vita.
Facce, situazioni, drammi fulminanti che compongono un
mosaico amarissimo. Tra i tanti volti colpiscono quelli di Maria Nazionale
(cantante popolarissima a Napoli) e di Toni Servillo, superbo nel
tratteggiare il manager dei veleni.
- Garrone, il suo film è di denuncia?
«Non c’è la solita divisione tra bene e male. Mostro l’umanità
schiacciata dal "sistema". Una vita senza alternative».
- Spera almeno di scuotere coscienze?
«Ho cercato di evitare compiacimenti morali. Non esprimo
giudizi. Lascio che a parlare siano i personaggi».