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Primo piano.


IN PARLAMENTO I NUMERI PER CODIFICARE LA LIBERTÀ DI NON ABORTIRE

È ORA DI SGRETOLARE
IL MITO DELLA LEGGE 194


Il Papa ha ricordato alle istituzioni di porre al centro della loro azione la difesa della vita umana e l'attenzione prioritaria alla famiglia, con ogni strumento legislativo.

Benedetto XVI, all’udienza del Movimento per la vita, ha centrato la questione: a trent’anni dall’approvazione della 194 «difendere la vita umana oggi è diventato praticamente più difficile, perché si è creata una mentalità di progressivo svilimento del suo valore, affidato al giudizio del singolo». E ha aggiunto: «L’aver permesso di ricorrere all’interruzione della gravidanza, non solo non ha risolto i problemi che affliggono molte donne e famiglie, ma ha aperto un’ulteriore ferita nella società».

Sulle parole del Papa s’è scatenata una reazione furibonda. Oggi, però, in Italia, dopo quasi cinque milioni di aborti, cresce la "preferenza per la nascita". Le motivazioni non sono tanto d’ordine morale ed etico: negli anni Settanta incombeva la paura della sovrappopolazione, oggi siamo all’inverno demografico, che fa dell’Italia il Paese più anziano al mondo, assieme al Giappone.

La 194 vi ha sicuramente contribuito, lo dicono i numeri. Eppure, non si riesce a trovare una strada per rivedere questa legge: un tabù intoccabile, in un Paese dove si cambia perfino la Costituzione. Dopo trent’anni, è ora di agire: la 194 fu approvata dopo un lungo e tormentato iter, con una maggioranza esigua, in piena epoca del terrorismo. Il "sì" definitivo del Senato arrivò 10 giorni dopo l’assassinio di Moro, con un Paese sotto shock. La legge che intendeva far "emergere" l’aborto, in pratica l’ha legalizzato. I politici più avveduti, già allora, si posero il problema. Giovanni Berlinguer, senatore del Pci, disse: «Dopo un congruo periodo di applicazione, dovremmo riesaminare le esperienze pratiche, le acquisizioni scientifiche e giuridiche e assicurare da parte di tutti i gruppi parlamentari l’impegno a introdurre nella legge le modifiche necessarie». Esattamente quello che non è stato mai fatto.

Molti sono d’accordo che la legge 194, nella parte sulla prevenzione, non è stata applicata. Così, nei primi tre mesi l’aborto è consentito sempre, con semplice decisione della madre. Oggi non è più sufficiente proporre una migliore applicazione senza toccare nulla dal punto di vista legislativo. Tutti ormai, se si escludono frange femministe fuori dalla storia, Pannella e la solita rumorosa pattuglia radicale (sempre più esigua), hanno abbandonato la vecchia formula che l’aborto è "questione di coscienza", affare privato che non attiene alla sfera del bene comune. Anche se lo pensano, sono ancora in pochi a dirlo con chiarezza.

L’aborto è un fatto di rilevanza pubblica e politica. Oggi in Parlamento ci sono i numeri per sgretolare il "mito della 194". Si tratta di una maggioranza trasversale che, in primo luogo, fa appello ai politici cattolici. La "libertà di non abortire" va codificata a partire dalla dichiarazione che l’essere umano è tale fin dal concepimento (non dopo un numero di settimane stabilito per legge). E anche i consultori vanno riformati: più che aiutare la vita, oggi certificano solo l’aborto. È tempo che la politica si misuri con l’unico principio finora affermato dalla Corte costituzionale (sentenza n. 27/1975): la tutela del concepito ha "fondamento costituzionale".

Ma la vita va sostenuta e incoraggiata, con atti concreti, come ricorda il Papa: «La mancanza di lavoro sicuro, legislazioni spesso carenti in materia di maternità, l’impossibilità di assicurare un sostentamento adeguato ai figli sono alcuni degli impedimenti che sembrano soffocare l’esigenza dell’amore fecondo».


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