Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 


«Non sono un razzista»

Sulla pelle dei rom

«Noi non siamo zingari
per pura vocazione»

«Quel ballo gitano
che parla al cuore di tutti»

 
Attualità.
di Alberto Bobbio


NOMADI
MONSIGNOR MARCHETTO, PONTIFICIA COMMISSIONE MIGRANTI


«INVECE DI SCHEDARLI
MANDIAMOLI A SCUOLA»


«Il fine può essere buono ma il mezzo è sbagliato. Richiama i tempi della deportazione subita dagli zingari in passato».

Monsignor Agostino Marchetto, segretario della Pontificia commissione per i migranti, invita a riflettere sulle azioni del Governo e soprattutto a non confondere la sicurezza con l’integrazione. «Se sapessimo chi sono gli zingari, le sofferenze che hanno patito nel corso della storia, allora parleremmo di un "pacchetto integrazione", che è la sola via giusta per avere più sicurezza».

  • Perché si ha paura degli zingari?

«Si sono radicati stereotipi, frutto di persistente ignoranza che alimenta un rifiuto pericoloso di una parte, assai piccola, delle popolazioni che vivono in Europa. La Santa Sede qualche anno fa ha proposto un’analisi della questione in un lungo documento, praticamente ignorato, e che invece sarebbe bene rileggere e studiare. In esso notavamo che la persecuzione degli zingari coincide in Europa con la formazione degli Stati nazionali. E oggi che la questione delle identità nazionali si riaffaccia, ecco di nuovo procedere a forme di discriminazione verso gli zingari. Ma di questo si parla poco, così come sollevò poche proteste isolate l’eliminazione di migliaia e migliaia di zingari nei campi di concentramento nazisti».

  • La notizia che il Governo italiano vuole prendere le impronte sui bambini rom che effetto le ha fatto?

«Provo sorpresa, disagio e tristezza. È una vera e propria schedatura».

  • Ma non tutti sono d’accordo.

«È vero. Ho letto dichiarazioni che giustificano e altre che disapprovano».

  • Lei in che gruppo si colloca?

«Tra coloro che disapprovano, perché sono convinto che esistano altri mezzi, rispettosi della persona, e quindi anche dei bambini, rispettosi della loro dignità e della loro psicologia, per giungere a una finalità che è certamente buona, cioè quella di evitare che i bambini rom dormano tra i topi».

  • Dunque fine buono, non il mezzo.

«Certo. Per la morale cattolica anche i mezzi per raggiungere un buon fine devono essere moralmente buoni. In questo caso i mezzi non rispettano i diritti dei bambini, perché discriminano quelli di una certa etnia».

  • È vero che la maggior parte dei rom non vuole farsi censire?

«È vero e mi meraviglio che non lo si sappia. Resistono ai censimenti per una paura ancestrale, che va capita, perché i censimenti nei loro confronti sono stati sempre preludio di una deportazione».

  • Eppure si dice che il censimento viene fatto per il loro bene, per mandarli a scuola.

«Il problema non è il censimento. Potremmo anche conoscere il nome di tutti i bambini, ma se poi non riusciamo con l’aiuto di mediatori culturali a convincere i genitori a mandarli a scuola, abbiamo solo buttato via soldi. Gli Stati devono puntare all’integrazione tra la cultura zingara e la nostra cultura».

  • C’è qualche Stato che c’è riuscito?

«La Spagna, per esempio. Là ci sono 600 mila persone di varie etnie rom. Si sono integrate e non ci sono problemi».

  • E per chi delinque?

«I delinquenti ci sono dappertutto e vanno puniti in base alle leggi dei vari Paesi. Ma senza discriminazioni. Un rom che ruba non è più colpevole di un tedesco o di un italiano. Si fa fatica a capire che ci sono uomini che non vivono secondo le nostre regole. È per questo che i nomadi ci fanno paura. Mi domando cosa succederebbe se la decisione italiana di prendere le impronte, in modo discriminatorio solo a un’etnia, si diffondesse in tutta Europa. Si tornerebbe a tempi molto oscuri della storia europea. Fortunatamente, ciò non sembra avvenire e sulle decisioni italiane la Commissione europea pone molti dubbi».

Alberto Bobbio
  
   
«E ALLORA IMPRONTE SUI NOSTRI FIGLI»

«E allora schediamoci tutti!». Detto e fatto. Le Acli e la Caritas di Como hanno lanciato una provocazione «un po’ ironica e un po’ preoccupata», annunciano la presidente delle Acli comasche Maria Luisa Seveso e il direttore della Caritas Roberto Bernasconi.

Hanno raccolto decine e decine di impronte di bambini italiani su un foglio, firmato dai genitori, e le hanno consegnate al prefetto: «I bambini si sono divertiti e noi abbiamo spiegato ai genitori che c’è anche qualche bambino che si diverte di meno». Le impronte sono state raccolte negli oratori e anche dai pediatri, sono arrivate per fax alla sede delle Acli. Osserva la presidente Seveso: «Da diversi mesi, insieme alla Caritas stiamo ragionando sul tema degli stranieri, della diversità delle culture, dei problemi e della ricchezza che tutto ciò può portare all’Italia. E adesso ci troviamo a contrastare un pensiero e una politica che riteniamo inaccettabile, soprattutto se portata avanti dai massimi livelli di Governo».

La proposta è quella di diffondere l’idea in tutta Italia, di riprodurre in migliaia di copie il volantino dove apporre le impronte e di consegnarli poi a tutte le prefetture italiane. Per averne copia (nella foto: l’articolo che annuncia l’iniziativa) si può scrivere un’e-mail indirizzata a como@acli.it


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